Un allevamento intensivo di pollame (foto ANSA) - Blitz quotidiano
La Lombardia si conferma la regione italiana con la più alta concentrazione di allevamenti intensivi. I numeri sono impressionanti: oltre 1,5 milioni di bovini e più di 3,7 milioni di suini, pari rispettivamente al 28,44% e al 47,23% del totale nazionale. In totale, si contano più di 5,2 milioni di animali, quasi uno per ogni due abitanti.
Le aziende zootecniche si concentrano soprattutto nelle province di Mantova, Cremona e Brescia, territori dove l’intensità degli allevamenti supera di gran lunga la media italiana: quattro volte per i bovini e addirittura sei per i suini.
Questa densità così elevata, tuttavia, comporta conseguenze rilevanti per l’ambiente e per la sostenibilità del sistema agricolo regionale.
Lombardia leader negli allevamenti: numeri record e concentrazione
Secondo il rapporto “Allevamenti intensivi in Lombardia, anatomia di un eccesso”, realizzato dal centro ricerche Està su incarico di Legambiente, Essere Animali e Terra!, la pressione esercitata dagli allevamenti intensivi ha ormai superato i limiti di sostenibilità.
Il problema principale riguarda il carico di azoto nei terreni. I reflui zootecnici, utilizzati tradizionalmente come fertilizzanti, sono oggi prodotti in quantità tali da saturare il suolo, impedendone l’assorbimento naturale. Questo fenomeno espone l’Italia anche al rischio di sanzioni europee per la violazione della Direttiva Nitrati.
Inoltre, oltre 400 comuni della Pianura Padana registrano un eccesso di azoto rispetto al fabbisogno delle colture. Ciò contribuisce all’inquinamento atmosferico: l’ammoniaca rilasciata si combina con altri inquinanti formando polveri sottili e smog. Non a caso, la Pianura Padana è tra le zone più inquinate d’Europa.
Anche le acque risultano compromesse, con infiltrazioni di azoto nelle falde e nei corsi superficiali.
Economia e crisi del modello intensivo
Il sistema degli allevamenti intensivi non presenta criticità solo ambientali, ma anche economiche e sociali. Lo studio evidenzia come la crescita delle grandi aziende stia contribuendo alla scomparsa delle piccole realtà agricole, incapaci di competere con le economie di scala.
Tra il 2014 e il 2021, le emissioni di gas serra legate agli allevamenti lombardi sono aumentate del 2,5%, segno di un modello produttivo ancora fortemente impattante. A ciò si aggiunge la dipendenza dall’estero per i mangimi: la regione è autosufficiente solo per il 25% del mais e il 13% della soia.
Questa fragilità espone le aziende alle oscillazioni dei mercati internazionali, soprattutto in un contesto geopolitico instabile. I costi dei mangimi rappresentano infatti una delle principali voci di spesa, rendendo il sistema vulnerabile e poco resiliente.
Le alternative: agroecologia e filiere sostenibili
Il rapporto propone un cambio di paradigma, puntando su modelli agroecologici e sostenibili. Ridurre il numero di animali allevati e favorire sistemi integrati tra coltivazione e allevamento permetterebbe di limitare gli impatti ambientali e migliorare il benessere animale.
Secondo Chiara Caprio, “in questo contesto il benessere animale gioca un ruolo fondamentale”, sottolineando l’importanza di ridurre concentrazione e intensità degli allevamenti. Critico anche il giudizio di Federica Ferrario: “Il sistema degli allevamenti intensivi è un fallimento a tutti i livelli: sanitario, ambientale, animale ed economico”.
Infine, Damiano Di Simine evidenzia la necessità di valorizzare produzioni locali e diversificate, sostenendo soprattutto le piccole aziende.
