Mario Draghi (Foto Ansa)
Nel cuore simbolico dell’Europa, nella cornice neogotica del municipio di Aquisgrana, Mario Draghi ha ricevuto il Premio Internazionale Carlo Magno 2026, entrando nell’albo d’oro di figure come Winston Churchill, Alcide De Gasperi, Robert Schuman e Papa Francesco. Ma il suo intervento non è stato soltanto celebrativo. È stato un discorso politico e strategico, un appello all’Europa perché prenda coscienza della nuova fase storica segnata da guerre, tensioni commerciali, crisi energetiche e dal progressivo disimpegno americano sul fronte della sicurezza.
Le parole di Draghi
Draghi ha descritto un continente sotto pressione ma davanti a un bivio decisivo. “Non voglio fingere che il futuro dell’Europa sia facile. La pressione sul nostro continente è profonda e si fa sempre più pesante di mese in mese”, ha detto, sottolineando però che “questo non è solo un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione”. Secondo l’ex presidente della Bce, le crisi stanno costringendo gli europei a ritrovare un’identità comune: “Le forze che ora mettono alla prova l’Europa stanno realizzando ciò che decenni di pace e prosperità non sono riusciti a fare: stanno costringendo gli europei a riconoscere, ancora una volta, ciò che hanno in comune e ciò che sono disposti a costruire insieme”.
Uno dei passaggi più forti del discorso ha riguardato il nuovo scenario geopolitico. “Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme”, ha affermato Draghi, spiegando che “per la prima volta dal 1949 c’è la possibilità che gli Usa non possano più garantire la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate”. Un cambio di paradigma che, secondo l’ex premier, impone all’Europa di diventare più autonoma e assertiva.
Draghi ha criticato anche le debolezze economiche strutturali dell’Unione europea, accusata di non aver mai completato davvero il mercato unico. “Abbiamo lasciato il mercato unico incompiuto, i mercati dei capitali frammentati, i sistemi energetici insufficientemente interconnessi”, ha osservato, denunciando “un’economia asimmetrica” incapace di reggere la competizione globale. Due, per lui, le vulnerabilità principali: “La prima è la nostra esposizione alla domanda estera”, mentre “la seconda vulnerabilità è la nostra crescente dipendenza strategica”.
Sul fronte energetico e industriale, Draghi ha insistito sulla necessità di investimenti comuni e integrazione. “L’Europa ha scelto una strada più difensiva. Abbiamo cercato di tenere a bada i cambiamenti. Abbiamo limitato il consolidamento, contenuto il rischio e rinviato gli investimenti transfrontalieri. Ma il risultato non è stato un maggiore controllo. È stata la dipendenza”, ha ammonito.
Ampio spazio anche al ritardo tecnologico europeo, soprattutto sull’intelligenza artificiale. “L’IA non è semplicemente un altro strumento digitale da adottare. Richiede una mobilitazione industriale su una scala che non si vedeva da generazioni”, ha spiegato. Draghi ha ricordato che gli Stati Uniti spenderanno entro il 2030 circa cinque volte più dell’Europa nei data center, mentre la Cina procede alla stessa velocità. “Questo non è un divario che possiamo permetterci di lasciar allargare”, ha avvertito.
La svolta politica e militare
Nel suo intervento, l’ex presidente della Bce ha chiesto anche una svolta politica. “La nostra esperienza attuale è che l’azione al livello dei ventisette spesso non riesce a fornire ciò che il momento richiederebbe”, ha detto, introducendo il concetto di “federalismo pragmatico”: i Paesi “che sentono il peso di questo momento in modo più acuto” devono “essere liberi di andare avanti”.
Fondamentale, nella visione di Draghi, anche il rafforzamento della difesa europea. “Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile anche prima che la crisi abbia inizio”, ha dichiarato, chiedendo di dare finalmente attuazione concreta all’articolo 42.7 dei Trattati europei sulla difesa reciproca.
Il rapporto con Washington, ha precisato, non deve essere spezzato ma riequilibrato. “Questo non deve indebolire la relazione transatlantica o la Nato”, ha spiegato. “Un’Europa in grado di difendersi potrebbe persino essere un alleato più prezioso”.
Nelle conclusioni, Draghi ha rivolto un ultimo appello ai leader europei. “I leader europei sanno dove si trova il lavoro da fare. Devono ora decidere se sono disposti a mettere la sostanza prima del processo”, ha detto, sottolineando che “gli europei stanno dimostrando di volere che l’Europa agisca”. Da qui l’invito finale: “Il compito ora è rispondere a quella fiducia con coraggio e dimostrare che l’Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione”.
