Tra coop rosse e bianche, “patto a tre sul modello Capranica”: Dario Di Vico su un altro fallimento di Berlusconi

Pubblicato il 15 Novembre 2010 13:07 | Ultimo aggiornamento: 18 Novembre 2010 0:32

“Un altro pezzo di Novecento sta per andare in soffitta”, ha scritto Dario Di Vico sul Corriere della Sera, riferendosi all’avvio di un processo di fusione, ma dato il soggetto si può dire di intensa cooperazione, nel mondo delle cooperative  “Già entro la fine del 2010 ci dovrebbe essere un un annuncio formale,  ma c’è un patto tra i presidenti delle tre grandi centrali per andare il più possibile avanti”, prevede Di Vico.

Parlando a un mondo di iniziati, Di Vico spiega che “lo schema è quello inaugurato dall’operazione Capranica” e c’è da scommettere che la maggior parte di noi è stata in bilico tra l’ignoranza più assoluta e l’idea di un esperimento già avviato nella città di Capranica, in Lazio. L’etichetta invece viene da un cinema romano, il Capranica appunto, che si trova proprio dall’altro lato di piazza Montecitorio.

Grazie a Google si scopre che in quel locale le cooperative si trovarono assieme per la prima volta nel 2006 per protestare contro la finanziaria del ministro Vincenzo Visco, che, da comunista, ha varato l’Irap, la tassa che punisce l’occupazione e norme fiscali contro la cooperazione.

In questo Visco si è rivelato più capace di Silvio  Berlusconi, il quale, nel suo odio anticoop, da lui considerate base economica della forza dell’ex Pci, non fu capace di fare nulla di concreto, dandone  poi la colpa al freno postogli dall’ex democristiano Pierferdinando Casini, con le sue coop bianche.

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Travolto dai sentimenti, Berlusconi, anche in questo caso, si è impigliato ed è miseramente fallito.

Il processo avviato nell’autunno del 2006 al Capranica, riferisce Di Vico, ha portato nella primavera 2010 cinque organizzazioni delle Pmi (Confartigianato, Cna, Confcommercio, Confesercenti e Casartigiani) a far nascere Rete Imprese Italia. Il progetto è arrivare all’unità della rappresentanza politico-sindacale delle tre maggiori centrali (Lega Coop, Confcooperative e Agci) a un programma di crescita attraverso fusioni, acquisizioni, reti e consorzi.

Prosegue il racconto di Di Vico. Già oggi le cooperative vantano un colosso della grande distribuzione, un sistema bancario in salute e in espansione come quello rappresentato dalle Bcc e circa il 50% delle aziende della filiera agro-alimentare italiana. Sono 42 mila le cooperative coinvolte nell’alleanza, 12 milioni di soci e 1,1 milioni di occupati per un fatturato che si aggira attorno a 130 miliardi di euro. Oltre le tre grandi centrali esistono altre realtà associative come Unci e Unicoop che però, almeno per ora, restano fuori dall’operazione dell’unità a tre.

A dare una spinta al processo di coordinamento sono stati i presidenti delle tre grandi centrali: Rosario Altieri (Agci di tradizione laica), Luigi Marino (la Confcooperative di tradizione cattolica) e Giuliano Poletti (Lega Coop di ascendenza socialcomunista). Gli ultimi due sono entrambi emiliani e questo ha facilitato i rapporti personali e le consultazioni anche durante il weekend. Del resto l’unità cooperativa non viene dal nulla, ci sono progetti e prassi in comune nel campo dell’export, della formazione, del fondo pensioni, dei contratti di lavoro e dei consorzi fidi. Ci sono addirittura delle cooperative, come la Granarolo, che essendo il frutto di fusioni tra soggetti aderenti alla Confcooperative o alla Lega Coop per non scontentare nessuno sono iscritte a entrambe le centrali. Esiste poi il riferimento tutt’altro che secondario di un’unica grande associazione cooperativa europea.

Esiste ovviamente il problema di un insediamento storico della Lega Coop nelle regioni rosse con anche una forte presa sulle vicende politiche locali e molti episodi di collateralismo. Ma in questa fase di fidanzamento, come avviene di norma nella vita comune, la pluralità di approcci è considerata una ricchezza e non un impedimento. E la formula che si sente ripetere dal Gotha della cooperazione italiana è salomonica e rassicurante: non esiste un modello cooperativo migliore in assoluto.

Altieri, Marino e Poletti come primo step del cammino unitario metteranno in comune la rappresentanza degli interessi su Roma e su Bruxelles. Di conseguenza anche la presenza negli organismi sovranazionali sarà coordinata. Per quanto riguarda l’unità nei territori si è scelto di non operare forzature ma di far crescere la collaborazione intercooperativa dal basso e con grande attenzione al business. Già oggi la media di addetti di una coop italiana è all’incirca di 20 contro i 4 delle piccole imprese del commercio e dell’artigianato, ora l’obiettivo è quello di far crescere le cooperative, magari con il sogno neppure tanto nascosto di creare qualche multinazionale tascabile. Sognare non costa, ma di sicuro almeno nel campo agro-alimentare le attività delle tre centrali cooperative si presentano estremamente integrate tra produzione agricola, industria di trasformazione e grande distribuzione. Un pezzo importante del made in Italy passa, dunque, di qui.

Come reagirà la politica al nuovo processo di unificazione della rappresentanza sociale? I diretti interessati assicurano che la politica non solo non metterà i bastoni fra le ruote ma applaudirà e favorirà il processo, anche se qualche contraccolpo sul piano dei rapporti con le amministrazioni delle regioni rosse una dirigenza avvertita li dovrà mettere in conto.