Ambiente

Coca, Nike, McDonald’s: le aziende si scoprono “green”, inquinare costa troppo

Coca, Nike, McDonald's: le aziende si scoprono "green", inquinare costa troppo

Coca, Nike, McDonald’s: le aziende si scoprono “green”, inquinare costa troppo

ROMA – Coca Cola, Nike, Kraft, McDonald’s, Ford, Starbucks: le big corporation, le multinazionali si scoprono sempre più ambientaliste, e non perché qualcuno lo impone ma perché inquinare ormai costa troppo.

Mentre i governi non riescono a trovare un accordo per limitare l’emissione di gas “effetto serra” e combattere il riscaldamento globale, i grandi marchi internazionali hanno iniziato a muoversi nella direzione di una produzione più sostenibile dal punto di vista dell’impatto ambientale: è il senso di un articolo – forse un po’ troppo ottimista – di Coral Davenport sul New York Times, su un tema poi ripreso da Massimo Gaggi sul Corriere della Sera:

“Le multinazionali diventano ambientaliste? È la sensazione che si potrebbe avere scorrendo il programma del Forum economico di Davos, raduno annuale dei capitalisti di «buona volontà», dove ieri si sono succedute le tavole rotonde sui mutamenti climatici e i loro effetti socioeconomici. La verità è che, nell’inerzia dei governi che, sull’«effetto serra» non riescono a raggiungere accordi internazionali, in effetti sono proprio le industrie che ora stanno prendendo l’iniziativa. Lo fanno non per istinto filantropico, ma perché i mutamenti climatici stanno diventando un problema anche per loro: compromettono la produzione di materie prime come il cacao, il caffè o la vaniglia, rendono più costose le lavorazioni, fanno esplodere tensioni sociali che rendono più difficile l’accesso ai mercati“.

Alcuni esempi di riduzione del “manufacturing footprint”, l’impatto ambientale dell’attività industriale:

“Per produrre i suoi celebri biscotti Oreo, il gruppo americano Kraft (ora divenuto Mondelez) ha costruito in Messico e in Cina due siti di produzione completamente integrati, chiedendo alle industrie sue fornitrici — di farine, aromi e altro — di costruire i loro impianti all’interno di questi stabilimenti”.

Alcuni marchi che – ai tempi dei no-global – erano visti come grandi Satana dello sfruttamento e dell’inquinamento, si sarebbero convertiti sulla via della green economy:

“La Coca Cola, ad esempio, ha realmente cambiato il suo modo di produrre, risparmiando molta acqua nei processi industriali, ma lo ha fatto solo perché dieci anni fa scoppiò un caso in India dove, in piena siccità, il gigante Usa assorbiva una quota spropositata delle risorse idriche delle regioni in cui aveva impianti di produzione. La popolazione protestò e la Coca Cola perse temporaneamente la licenza di produrre.

Anche la Nike, diventata una paladina delle battaglie per l’ambiente, sta investendo massicciamente in campagne ecologiche soprattutto perché si è resa conto che le sempre più frequenti manifestazioni climatiche estreme stanno compromettendo molte coltivazioni di cotone, materia prima essenziale, e creano problemi crescenti a molte delle sue 700 fabbriche sparse in una cinquantina di Paesi. Vale anche per la Coca Cola. Dal caso-India in poi, ha preso a investire massicciamente in tecnologie per ridurre il consumo di acqua e di altre risorse dell’ambiente. E il suo principale concorrente, Pepsi Cola, ha fatto altrettanto”.

 

Il motivo della conversione è economico. Si spende troppo per riparare i danni di alluvioni, frane e uragani e poi… rischiamo di restare senza cioccolato:

“Ma la verità è che gli sconvolgimenti climatici nelle zone temperate stanno producendo danni enormi che rendono incerto il futuro di prodotti essenziali come il cacao, il caffè, la vaniglia, gli agrumi. A giugno a Davos si riunirà un altro Forum: Nestlé, Ferrero, Mars e gli altri gruppi del settore, discuteranno coi governi e le Ong del futuro della cioccolata. «La pianta è delicatissima. Per continuare ad avere abbastanza cacao bisognerà cercare di difendere aree con microclimi più stabili, creando anche alternative attraverso essenze naturali basate su altre piante, per non arrivare a livelli di sfruttamento eccessivo» dice Aldo Uva, capo della divisione alimentare della Firmenich, multinazionale svizzera degli aromi con base a Princeton, nel New Jersey. «È già successo in altri casi, ad esempio per la vaniglia, altro vegetale assai fragile: il 90% della vaniglia che consumiamo è in realtà, da più di mezzo secolo, vanillina: una sostanza estratta da molecole delle conifere. Lo stesso problema lo avremo in futuro con la menta e gli agrumi».

Per il caffè c’è l’impegno contri i gas serra di giganti come Starbucks e la migrazione di produzioni come quella del «robusta» dall’Africa afflitta dalle siccità ad aree più accoglienti come il Vietnam. Mentre le multinazionali della carne, McDonald’s in testa, sono al lavoro per sostituire in parte quella bovina con proteine vegetali perché gli allevamenti di mucche, col loro enorme consumo di cereali e le altrettanto gigantesche emissioni di CO2, sono una delle cause principali del global warming”.

To Top