Contratto a tutele crescenti. Assunzioni, giusta ricetta per favorirle?

di Redazione Blitz
Pubblicato il 30 settembre 2014 12:51 | Ultimo aggiornamento: 30 settembre 2014 12:52
Contratto a tutele crescenti. Assunzioni, giusta ricetta per favorirle?

Contratto a tutele crescenti. Assunzioni, giusta ricetta per favorirle?

ROMA – Siete sicuri che il contratto a tutele crescenti col crescere della anzianità aziendale e anagrafica del lavoratore sia la soluzione giusta per indurre le imprese a assumere un giovane? Con l’aggiunta che un licenziamento per motivi disciplinari, a discrezione di un giudice, può essere annullato?

Chi ha un minimo di esperienza di vita aziendale, impiegato operaio dirigente che sia, sa alcune cose:

1. Che nelle aziende dove i dipendenti sono maggiormente tutelati, il lavoro fatto e fatto bene dipendono dal buon cuore dei lavoratori. Ci sono settori, come quello editoriale, dove non il salario ma il lavoro per molti anni è stato una variabile indipendente.

Contro il fannullone non ci sono difese e i primi a pagare sono i colleghi. Un po’ per acquiescenza, un po’ per solidarietà, un po’ per omertà, i casi di fannullaggine, in una statistica empirica fra il 7 e il 10 per cento, sono sopportati e il lavoro dei fannulloni è assorbito dagli altri. A volte si tratta di super raccomandati (pubblico) a volte di protetti sindacali (pubblico e privato).

Si possono scrivere molti libri di casi che ciascuno, nella sua esperienza di vita aziendale, ha visto con i propri occhi.

2. Che dopo i primi tempi, nel lavoro come in amore, l’entusiasmo si attenua e dopo molti anni nella stessa azienda, magari nello stesso ufficio, la voglia di lavorare diminuisce mentre cresce il senso della vittoria decapitata, di carriere irrealizzate, di tradimenti padronali, delusioni incancellabili.

Quale imprenditore si vedrebbe liberato dal rischio che oggi lo induce a rinunciare a crescere, quello di non potere allontanare i fannulloni, al punto da procedere senza indugi a nuove assunzioni?

3. I sindacati sono struttura fra le più precarie: i loro posti di lavoro dipendono dalle tessere che riescono a raccogliere. Tutti sanno che fra le varie sigle c’è la lotta per  le iscrizioni che spesso è stata fonte di instabilità per la gara a chi avanza le rivendicazioni più estreme. Ai sindacati non interessano i non lavoratori perché non pagano la tessera, ma interessano gli iscritti. Chi si iscrive, a parte le adesioni per fede o ideologia, nell’esperienza consolidata e pluridecennale lo fa nella speranza di nuovi vantaggi collettivi come nella ricerca di una tutela per le proprie mancanze.

Nel suo editoriale sulla Stampa di giovedì 25 settembre 2014  Elisabetta Gualmini è partita bene, ma si è persa per strada:

“L’Italia non riesce a fare cose per i giovani. È un paese vecchio, fatto per i vecchi, e si compiace di esserlo”.

Questo peraltro è vero fino a un certo punto, perché non si può tacere l’odio nei confronti dei pensionati d’oro, colpevoli solo di avere pensioni più alte perché, pur in alcuni casi anche con la complicità della legge dello Stato, hanno versato decenni di contributi proporzionati alle retribuzioni.

Bisogna anche ricordare che i giovani, forse non per colpa loro, hanno elevato a sistema filosofico e ideologia il principio che il lavoro non è una conquista ma un diritto. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha contribuito al guaio,  quando non solo ha sancito il diritto al lavoro sempre e comunque ma ha anche introdotto il concetto di lavoro dignitoso opposto a un non menzionato lavoro non dignitoso che probabilmente è quello lasciato agli stranieri.

Difficile negare che non ci sia lavoro in un Paese in cui alcuni milioni di extra comunitari lavorano e alcuni milioni di italiani non lavorano come vorrebbero loro. Non è il lavoro che manca, sono i posti garantiti.

Fatte queste premesse, seguiamo il ragionamento di Elisabetta Gualmini:

“Il surreale dibattito sull’articolo 18 che si presenta puntuale ad ogni cambio di governo ne è l’ennesima dimostrazione.
Sì certo, l’articolo 18 è già stato modificato due anni fa, e non saranno né la sua conservazione né il suo superamento (da soli) a spingere magicamente verso l’alto il tasso di occupazione italiano.

Ma se la sua rimodulazione avviene dentro a una più ampia ipotesi di riforma che aumenti le probabilità di nuove assunzioni e ampli le tutele per la galassia da anni in espansione dei lavoratori precari, in gran parte giovani, non ci si può limitare a dire che i problemi sono «ben altri» o storcere il naso. Non si capisce perché dovremmo appassionarci vedendo erigere le solite barricate, da parte di chi protegge i già protetti”.

Poi però la caduta:

“Il contratto a tutele crescenti che prevede maggiore flessibilità all’inizio della vita lavorativa (la sospensione dell’art. 18, esattamente come in Danimarca) in cambio di tutele che crescono nel tempo è una buona mediazione tra esigenze dei lavoratori e dell’impresa.
Dovrebbe sostituire la lotteria delle controversie davanti ai giudici con vincoli stringenti ad assumere con contratti a tempo indeterminato, disincentivi economici a licenziare per gli imprenditori, risorse a vantaggio del lavoratore per l’eventuale ricerca di una nuova occupazione”.

Notiamo: non c’è imprenditore in possesso delle facoltà mentali che licenzia per il sadico gusto di farlo, come un serial killer. Ci sono certo casi di incompatibilità fra capi capetti e sottoposti, ma le leggi su mobbing e altri comportamenti odiosi, anche se negli ultimi tempi passate di moda dovrebbero costituire deterrente.

Difficile seguire invece Elisabetta Gualmini quando scrive:

“Se questo compromesso serve a dimostrare all’Europa e agli investitori che le riforme si fanno, che il paese non è bloccato, che non è in mano ai conservatorismi, se serve a dare qualche garanzia in più a chi veleggia angosciato tra contratti intermittenti che ammazzano qualsiasi prospettiva di futuro, è bene andare avanti”.

Ma fuori d’Italia non hanno gli occhi coperti di prosciutto e non si accontentano di onorevoli compromessi.

Prosegue Elisabetta Gualmini:

“Non c’è dubbio che i giovani abbiano pagato più di tutti per la crisi degli ultimi 10 anni. Tra loro il tasso di disoccupazione è più che raddoppiato (dal 17% nel 2004 al 45% del 2014). I giovani e le molte donne senza un’occupazione stabile non sanno nemmeno cosa sia l’articolo 18, né gli passa per la mente di iscriversi al sindacato. Presumo assistano comprensibilmente disillusi all’arzigogolata discussione tra legulei sulle conseguenze e le virtù di uno «Statuto» pensato alla fine degli Anni Sessanta con l’intenzione di trasferire nel settore privato il modello (di allora) del «posto fisso» nel settore pubblico. Per loro sono discorsi che arrivano da un’altra epoca, scritti in caratteri sconosciuti. Indecifrabili. Insomma, di cosa stiamo parlando? Della nostalgia per un mondo che non c’è più?

Una riforma per i nuovi-assunti può essere una risposta se tuttavia si verificano due condizioni.

Primo se si vuole andare fino in fondo il contratto a tutele crescenti dovrebbe assorbire un bel po’ di contratti atipici, in modo da vincolare gli imprenditori ad assumere con il nuovo contratto a tempo indeterminato abbandonando via via tutte le forme di maggiore precarizzazione (false collaborazioni e partite Iva, lavoro accessorio, etc.).

La sfida più grossa infatti nel nostro paese è quella di stabilizzare le carriere lavorative, essendo ampiamente dimostrato che chi entra nel mercato del lavoro con il piede sbagliato, e cioè con contratti non standard, ha davanti a sé un percorso di lavoro decisamente accidentato, da cui è difficile divincolarsi. Secondo, occorre giocare a carte scoperte sul tema delle risorse. A quali categorie verranno estesi gli ammortizzatori, al posto di quali indennità e con quali costi? Questo va chiarito prima e non dopo la riforma. L’erogazione universale dei sussidi non sembra verosimile in un contesto di risorse scarse. Non si può sentir dire dentro allo stesso partito che la riforma costa 2 miliardi, poi 10 e poi 20. La vaghezza con cui si parla della sostenibilità tecnica della riforma è sconcertante. E soprattutto da dove verranno le risorse? Chi se ne occupa e ce lo spiega?

Aspettiamo risposte robuste. Gli slogan, le stilettate e gli attacchi alle tartine hanno francamente stufato. E se poi si riesce a rendere l’ambiente del mercato del lavoro meno ingessato e a offrire qualche brandello di protezione in più a chi non ne ha, è già molto. Per evitare che l’Italia continui a essere un bellissimo paese. Ma solo per i vecchi”.

Purtroppo neanche questo è vero e se ne è accorto anche Papa Francesco.