Facebook, Google & C. non pagano le tasse? Tutto ok, c’è il tax ruling…

di Redazione Blitz
Pubblicato il 19 marzo 2018 6:19 | Ultimo aggiornamento: 17 marzo 2018 12:35
Facebook, Google e i loro fratelli. non pagano le tasse? Tutto ok, c'è il tax ruling...

Facebook, Google & C. non pagano le tasse? Tutto ok, c’è il tax ruling… (foto Ansa)

ROMA – Facebook, Google, Amazon e gli altri colossi del web che non pagano le tasse in Europa sono in buona compagnia.

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Solo tra Facebook e Google hanno risparmiato 5 miliardi di euro tra il 2013 e il 2015. Ma non si tratta di casi isolati. Ci sono ben 2.053 accordi segreti tra Governi Ue e multinazionali che consentono a queste di non pagare le tasse. Si chiamano “tax ruling“, regolamentazioni fiscali.

Con i tax ruling, “le multinazionali possono concordare il trattamento fiscale che potrebbe essere loro riservato per un periodo di tempo predeterminato, in realtà sono lo strumento che permette alle multinazionali di ridurre drasticamente il proprio carico fiscale globale”.

Solo l’Italia, con questo scherzo, ci perde 10 miliardi. Seguendo il lavoro di mesi di Giuliano Balestreri su Business Insider, si ha una conferma di come il mondo si divida in due, i fessi che pagano le tasse e i furbi che non le pagano. Verrebbe da dire gli onesti e gli evasori, ma a leggere Balestreri non è proprio così. Non è questione di onestà ma di condizioni oggettive e di capacità negoziale.

L’articolo contiene un elemento di consolazione per gli italiani, massacrati dalla propaganda demagogica e populista della pseudo sinistra come i più grandi evasori del mondo. Invece, sentite qua:

“Nel 2013 l’economista britannico di “Tax Research”, Richard Murphy, aveva calcolato che l’evasione fiscale all’interno del Vecchio continente ammonta a circa 850 miliardi, mentre l’elusione vale altri 150 miliardi di euro. Alla fine del 2016, tra le note del Def, il ministero dell’Economia aveva calcolato che solo all’Italia mancano almeno 31 miliardi di base imponibile”.

È difficile orientarsi fra tutte le cifre sull’evasione che ci vengono propinate a ondate successivo dal Fisco stesso e poi dall’Istat e poi da tutti quelli che aspirano a un titolo certo su giornali e siti internet. Si sovrappongono imponibile e imposta, si mettono assieme Irpef e Irap, Iva e contributi previdenziali.

Guardando i numero di Richard Murphy vien fuori chiaro che anche come evasori gli italiani non sono granché.

Ma cosa c’è all’origine di quello che per noi è uno scandalo e per le autorità fiscali di tutta Europa è cosa che “se po’ fa”? Mentre un lavoratore dipendente o un pensionato subisce il prelievo fiscale alla fonte, mentre la piccola impresa si arrangia, subisce ma difficilmente è in grado di pagarsi mega avvocati e mega commercialisti (alla fine per i peones il migliore commercialista è quello che ti fa pagare un euro in più piuttosto che in meno), le grandi multinazionali possono giostrarsi fra uno Stato e l’altro, dispongono dei migliori cervelli  applicati allo studio dei sistemi fiscali.

Non ci sono ruberie, né evasioni. Tutto è legale. Segreto ma legale. In Italia, secondo Balestreri, gli accordi segreti sono 78, l’Espresso ne ha rivelato l’identità di 3, con Michelin, Microsoft e Philip Morris.

Se uno di noi ha problemi col Fisco, deve fare ore di coda, previo numeretto, per accedere a un estenuato funzionario se ti va bene prima dell’ora di pranzo. Loro, quelli delle multinazionali, trattano direttamente a livello di primo ministro o di ministro delle Finanze,

Hanno argomenti pesanti da sbattere sul tavolo: promettono investimenti e occupazione in cambio di tassazioni agevolate, spiega Balestreri. Poi, però, una volta stabilitesi spostano i profitti da una controllata all’altra per ridurre al minimo le imposte.

 

Eppure, spiega Business Insider, sono proprio questi accordi ad aver fatto di Lussemburgo lo snodo centrale della finanza europea: molte imprese versano al Granducato un’aliquota effettiva inferiore all’1% degli utili dichiarati. L’Ue è intervenuta quando è riuscita a dimostrare che gli accordi hanno permesso alle multinazionali firmatarie di godere di un trattamento fiscale privilegiato, conseguire forti benefici fiscali e mantenere un considerevole vantaggio competitivo rispetto alle piccole e medie imprese domestiche, distorcendo la concorrenza nel mercato unico europeo.

 

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