Italia di oggi meglio di ieri: rapimenti, terrorismo…non rimpiangiamola 

di Sergio Carli
Pubblicato il 8 Giugno 2015 6:48 | Ultimo aggiornamento: 7 Giugno 2015 22:04
Italia di oggi meglio di ieri: rapimenti, terrorismo...non rimpiangiamola 

Carlo Vrdone e Sora Lella (Elena Fabrizi). Il mondo è cambiato, ma non in peggio

ROMA – Davvero l’Italia di ieri era meglio di quella di oggi? Davvero si stava meglio 30 – 40 anni fa? Il tempo attenua i ricordi dolorosi e questa intervista di due anni fa rilasciata da Carlo Verdone a Gabriele Isman per Repubblica l’11 agosto 2013 ne è la prova. Ha detto Carlo Verdone:

“La città era più vivibile, e anche i politici, seppur con le loro contrapposizioni, cercavano il dialogo. Non c’erano quelle violente riunioni condominiali di cui leggiamo sui giornali e che vediamo sul web. Persino la delinquenza era quasi romantica, soft, con la banda del buco che magari era senza pistola. Oggi la città mi fa paura: le persone sfrecciano a 150 sul lungotevere, con i ciclisti nel mirino. Serve uno sforzo collettivo di cittadini e politici: la grande bellezza di Roma è offuscata, opacizzata. Bisogna invece voler bene a questa città”.
Carlo Verdone è una persona molto intelligente e colta, oltre a essere uno dei migliori attori e registi italiani. Come può avere dimenticato gli anni dei rapimenti (banda della Magliana e altri), gli anni del terrorismo, gli anni in cui una signora andava in pelliccia nel centro di Roma e veniva aggredita non da animalisti ma da rapinatori, uno dei quali la riempiva di botte in modo da farla passare per moglie fedifraga, cui veniva strappata di dosso la pelliccia, pegno di un amore impuro? Solo gli scippi c’erano e ci sono ancora e più diffusi.
Il fatto è che il tempo attenua i ricordi tristi, cambia le prospettive, esalta il presente, sfuma il passato. E anche la città che cambia fa sui vecchi romani per Roma come per i vecchi di qualsiasi città per la loro città, l’effetto di provocare una struggente nostalgia. Indimenticabile è rimasto il dialogo fra Alberto Sordi e Giulio Andreotti sulla Roma che già non c’era più ai loro tempi: “Te ricordi, Giulio? “Mi ricordo, mi ricordo…”.
Oggi ci infastidiscono gli zingari e i mendicanti molesti, ma allora era peggio, molto peggio.
Il confronto col passato di Carlo Verdone prende spunto dal ricordo di sora Lella, Elena Fabrizi, sorella di Aldo Fabrizi e attrice di rango lei stessa, morta ormai più di 20 anni fa, la cui memoria è preservata con amore da figlio e nipoti nel ristorante Sora Lella sull’Isola Tiberina a Roma.
Con lei, ha ricordato con giusta nostalgia Carlo Verdone
“è finita una certa Roma, un certo sangue trasteverino”.
L’intervista di Carlo Verdone a Gabriele Isman è ricca di spunti e a rileggerla due anni dopo la si ritrova fresca e interessante, Al primo incontro si diedero del voi, “come vecchi romani”e come usa ancora in tante parti d’Italia, anche al Nord. Era la fine degli anni Settanta, ha ricordato Carlo Verdone, e
“imperversavano le radio libere. Proponevano dal rock alla disco, fino a emittenti popolari come Radio Lazio, con la base in un cortile di via delle Zoccolette. Verso le 11 lei dava consigli alle ascoltatrici. Rispondeva a donne cornute, in ospedale, con figli che scippavano o tornavano a casa truccati. Era una matrona saggia del buonsenso romano degli anni‘50, ma faceva ridere”.
Il primo incontro fu nel 1980, quando Carlo Verdone preparava “Bianco, Rosso e Verdone”, di cui produttore era Sergio Leone:
“Pensai a lei per il ruolo della nonna, ma lui non era convinto: “Sta’ attento, c’ha la pressione alta, entra ed esce dal Fatebenefratelli, non ce l’assicurano”. La cercai nel bar di via dei Pettinari dove, immancabilmente, alle 12 prendeva un Crodino. “Voi siete Sora Lella?”, “Sì, e voi chi siete?”, “Sono Carlo Verdone, e vi voglio proporre un provino serio per il mio film”. Lei mi conosceva perché avevo fatto “Un sacco bello” e mi rispose “Me cojoni, certo che me va””.
Il provino fu negli studi della Dear film a Roma e
“c’era anche Leone: si accorse che era un’ottima attrice, ma mi disse di cercare ancora. Io però mi imposi, era l’ultima voce saggia di una Roma che sarebbe scomparsa. Lei vinse subito il Nastro d’argento. La lavorazione del film fu faticosa, perché Sergio Leone fece slittare di due mesi le riprese. Il film però era ambientato in estate, e io ero sempre in maglietta. Avevo perennemente febbre, mal di gola e bronchite. Sora Lella si divertò moltissimo: cucinava per la troupe, e alla fine avevamo preso tutti almeno 3 chili. Poi facemmo insieme “Acqua e sapone”. Lei e Brega, “’sta mano po’ essere fero e po’ esse piuma”, sono stati gli ultimi caratteristi di una Roma che scompariva, attori spesso improvvisati che riportavano gli spettatori a una città oggi persa”.
Tutto cambia, certamente, e il passato evolve nel presente. Ma dire che
“è cambiata la società e anche la città, e non in meglio”
è un po’ riduttivo e fuori prospettiva. Da quegli anni abbiamo fatto passi da gigante, magari a puffo o buffo
ma anche in questo non siamo peggio di ieri, siamo nel solco della tradizione, basta leggere la descrizione che fa Massimo D’Azeglio di come molti impiegati romani del primo ottocento facevano per prendere casa in via del Corso e villa ai Castelli d’estate: col doppio lavoro e con i debiti, puffi o buffi, appunto.