Pensioni: “Giustizia sociale”? Inganno dei governi sulla pelle dei pensionati

di Redazione Blitz
Pubblicato il 21 Maggio 2015 5:50 | Ultimo aggiornamento: 20 Maggio 2015 15:57
Pensioni: "Giustizia sociale"? Inganno dei governi sulla pelle dei pensionati

Pensioni: “Giustizia sociale”? Inganno dei governi sulla pelle dei pensionati

ROMA – “Il mito della giustizia sociale può essere un alibi ingannevole” scrive Antonio Polito sul Corriere della Sera, in un fondo che mette un po’ d’ordine nella confusione che la comunicazione politica sta facendo su tante vicende, in ultimo quella delle pensioni. I governi degli ultimi anni hanno continuato a mettere categorie contro categorie e generazioni contro generazioni, tutti beneficiari di “privilegi” che tali non sono, come ad esempio una pensione calcolata con il metodo retributivo prima delle riforme Dini (1995) e Fornero (2011). Polito avverte di non scherzare con l’odio fra generazioni, fra classi sociali e fra categorie di lavoratori.

“Si crea così una costante ansia nei destinatari delle prestazioni dello Stato sociale, un guardarsi l’un l’altro in cagnesco, tra categoria e categoria, e anche una pericolosa incertezza sul futuro […] Per giudicare l’equità di un trattamento pensionistico si usa spesso il metro dell’entità dell’assegno: più alto è, più iniquo è. Ma in realtà il vituperato sistema retributivo penalizza le pensioni più alte, per redditi superiori ai 45 mila euro, cosa che con il contributivo non avverrà.

Inoltre non si usa mai un altro criterio: e cioè per quanti anni si è versato contributi. Pensate che in Italia si pagano ancora 9 miliardi e mezzo l’anno ai baby pensionati che hanno lavorato 14 anni, 6 mesi e un giorno. Magari non sono pensioni alte, ma forse sono più inique di quelle alte però frutto di quaranta anni di lavoro.

D’altra parte, questa accusa di iniqua generosità verso gli anziani mossa al retributivo non sempre ha fondamento. Ci sono quasi cinque milioni di pensionati col retributivo che non raggiungono nemmeno il minimo (intorno a 500 euro), tant’è che lo Stato versa ogni anno all’Inps 25 miliardi per integrare il loro assegno.

Mentre a danneggiare i lavoratori giovani non è certo il contributivo, sistema che anzi consente di utilizzare tutti i contributi versati nella vita lavorativa, ma la precarietà occupazionale, le lunghe pause di disoccupazione o sottoccupazione, tutte cose con cui il regime pensionistico c’entra ben poco. Sarebbe dunque consigliabile non usare con leggerezza l’argomento dell’equità.

Accendere l’invidia sociale tra classi di età e categorie di lavoro può essere utile per dividere e imperare sull’opinione pubblica, ma danneggia gravemente la coesione nazionale. E Dio sa quanto un Paese in bilico tra uno scatto verso la crescita e una ricaduta nella depressione ne abbia bisogno”.