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Pietro Grasso, il suo stipendio d’oro come si concilia con la mistica pauperista?

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Pietro Grasso, il suo stipendio d’oro come si concilia con la mistica pauperista?

ROMA – Pietro Grasso, il suo stipendio d’oro come si concilia con la mistica pauperista? Pietro Grasso non ha mai versato il contributo al partito? Non si è tagliato lo stipendio d’oro, come avrebbe voluto Renzi nel suo stupido inseguimento della demagogia grillina? Il presidente del Senato e neo leader di Liberi e Uguali (LeU), comincia a avvertire il caldo che una scelta tanto coraggiosa e tanto di “sinistra” porta con sé.

Chi conosce lo sfarzo in cui vivono le massime cariche dello Stato, e il presidente del Senato da Costituzione è la seconda, tutte le volte che passa dalle parti di Palazzo Giustiniani, a Roma, dove Grasso alloggia, rischia una crisi di nervi pensando a quanto delle tasse che paga servono a mantenere lui e la Boldrini nel lusso. Saranno anche, a parole, di “sinistra”, ma il lusso in cui vivono è da satrapi imperiali.

Ora, a campagna elettorale appena iniziata, cominciano a partire i siluri. Va certo a segno quello che lancia Ettore Maria Colombo sul Quotidiano Nazionale.
Si scopre, infatti, che Grasso, dichiara un «reddito da lavoro dipendente» di tutto rispetto: nel modello 730 del 2014 erano 340mila euro, saliti a 340.790 nel 2015, e scesi ma di poco, a 320.530 euro, nel 2016. Fatti suoi, si dirà: fare il presidente del Senato è come vincere al Lotto e un giudice in pensione (Grasso andò in prepensionamento nel 2013, appena candidato) guadagna bene. Potendo cumulare lo stipendio e la pensione, ecco fatto. Già, peccato che il super-stipendio di Grasso (340mila euro) supera il tetto dei 240mila euro. Tetto che è stato stabilito, nel 2014, dal governo Renzi. Una norma che aveva un solo difetto: era una tantum, di durata triennale, ed è scaduta il primo gennaio 2018. (Ettore Maria Colombo, Quotidiano.net)
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