Repubblica, De Benedetti vs Scalfari, volano gli stracci in tv, patetica fine di regno

di Sergio Carli
Pubblicato il 18 gennaio 2018 13:08 | Ultimo aggiornamento: 19 gennaio 2018 10:42
debenedetti-gruber

Carlo De Benedetti da Lilli Gruber

ROMA – Repubblica nel caos biblico: muoia Sansone con tutti i filistei. Carlo De Benedetti, emarginato, estromesso ha scatenato il finimondo e fa tremare le colonne del tempio. Carlo De Benedetti in tv attacca chi lo ha sfottuto in tv dicendo di “fottersene” delle critiche dello stesso De Benedetti sul Corriere della Sera furioso per l’apertura di Scalfari a Berlusconi.

Repubblica, per anni il primo quotidiano italiano, ora in crisi profonda di vendite, è al centro di una polemica che contrappone il fondatore del giornale, Eugenio Scalfari a Carlo De Benedetti, per anni azionista, poi azionista di controllo, poi, nell’ultimo decennio, nel ruolo non formale ma sostanziale di “editore” che fu di Carlo Caracciolo fino al 2006. Nella polemica è entrata anche, un po’ maldestramente, l’attuale direzione di Repubblica, direttore Mario Calabresi, condirettore Tommaso Cerno. Ultimo il ruggito del topo, il Comitato di redazione.

L’insieme fa molta tristezza. Uomini che furono grandi, che hanno dominato la storia del giornalismo in Italia e hanno fatto, nel bene e nel male, un pezzo di storia d’Italia, si scannano virtualmente sulla piazza mediatica come concorrenti del Grande Fratello o dell’Isola dei Famosi. C’è qualcosa di tragico e anche di patetico.

Tutto si concluderà fra qualche mese quando il controllo del giornale passerà nelle robuste mani di John Elkann, nipote di Giovanni Agnelli e di Carlo Caracciolo. Già ora è importante azionista. Le prime mosse, relative alla direzione editoriale e amministrativa dei giornali locali, sono significative e indicative.

Sembrano le scene iniziali di Apocalypse Now.

Saigon brucia, i Vietcong dilagano, gli elicotteri portano in salvo gli ultimi collaborazionisti e qui si continua a giocare, tanti soldi.

Si potrebbe pensare anche al Titanic. Ma lì, almeno, gli incauti si divertivano. La nave affondava ma l’orchestra suonava e la musica copriva il terrore. Questi invece si prendono a sberle, fanno volare gli stracci. Sembra quelle storie di cronaca nera, quando all’ospizio per vecchi litigano per un asso calato fuori tempo. E gli infermieri che fanno? Invece di sedare, litigano anche loro.
La bagarre ha avuto inizio a fine novembre 2017 quando Scalfari disse che, costretto a scegliere fra Berlusconi e Di Maio avrebbe scelto Berlusconi.

Sul punto, incalzato da Lilli Gruber, De Benedetti chiude: tra Berlusconi e Di Maio, né l’uno né l’altro. Ergo: meglio non votare.

La divergenza fra Scalfari e De Benedetti riflette un diverso rapporto con Berlusconi che ha radici nella notte dei tempi. De Benedetti ha detestato Berlusconi sempre, da sempre. Un po’ di psicanalisi e una banale rassegna stampa aiutano a spiegare questa insanabile rivalità fra due dei più grandi e geniali imprenditori italiani di questo mezzo secolo.

Per Scalfari la storia è un po’ diversa. A lui e a Caracciolo Berlusconi era simpatico quanto e forse più di Berlusconi, fino a quando Berlusconi non poté resistere a una mossa del suo gioco preferito, e li lasciò con un palmo di naso. Prima si frequentavano, suonavano il piano e cantavano, i quattro compagnoni, Scalfari, Caracciolo, Berlusconi, Confalonieri.

Poi un odio mortale. C’è una zona grigia nella cronaca di quel 1989 che portò al golpe di Segrate e alla conquista da parte di Berlusconi della Mondadori. Trasuda un riferimento nel libro intervista a Caracciolo, “L’ editore fortunato“, quando Caracciolo parla di un appuntamento in via Rovani saltato e di una cena raffazzonata all’ultimo istante. Ma non elabora e Nello Ajello, l’autore, non pressa.

Quel che è certo è che da quel momento Berlusconi ha perso ogni legittimazione a sinistra e fra gli ex amici la guerra è stata senza quartiere.

Da quel momento, specie da parte di Caracciolo, la lealtà verso De Benedetti fu assoluta. La subordinazione di De Benedetti verso Caracciolo fu totale, fino alla morte di quest’ultimo. Come dovrebbe fare un buon figlio. Come il figlio di De Benedetti, Rodolfo, non ha fatto.

Cedendo all’amor filiale Carlo De Benedetti ha passato ai figli la proprietà delle imprese italiane.

Per un po’ ha continuato a fare come se nulla fosse cambiato ma alla fine le azioni si sono pesate e contate e Carlo De Benedetti ha fatto la fine del vecchio Re Leone di Disney.

L’uscita di Scalfari su Berlusconi ha fatto scattare qualcosa. Ne è uscita una intervista al Corriere della Sera in cui De Benedetti contestava a Scalfari quella frase: “La risposta di Scalfari [ha] gravemente nuociuto al giornale”.

Replica Scalfari, in tv: ho superato i 90 anni, vado verso i 100, a questa età “me ne fotto”.

Al che, De Benedetti a Lilli Gruber confida: “Ha detto che se ne fotte delle mie critiche? Con me deve stare zitto, gli ho dato un pacco di miliardi, è un ingrato”. E poi “non voglio più commentare un signore molto anziano che non è più in grado di sostenere domande e risposte”.

In mezzo si è messo uno scandaletto su una indiscrezione attribuita a Renzi che fruttò a De Benedetti 600 mila euro, tipo che uno fa un sogno, gioca i numeri al lotto e ci azzecca un terno. La storia è vecchia di almeno due anni ma è ricicciata oggi, forse con Renzi come obiettivo primario. Già nel 2015 Giuseppe Turani, che non lo ama più, aveva assolto De Benedetti: “Giocava in Borsa anche da militare…”.

Troppo presi dal contingente, né Calabresi né Cerno si sono peritati di fare una ricerca su Blitz o su Uomini & Business, meno che mai nella collezione del giornale loro affidato, la Repubblica. Così si sono esibiti in un saggio di prosa che avrebbe sottoscritto con entusiasmo Fabrizio Maramaldo.

Esito devastante presso i lettori. Basta leggere i commenti sotto, se non li hanno cancellati. Ora si agita la redazione, Un po’ tardi. Il meglio comunque deve ancora arrivare. L’ultima, per ora, puntata del serial è andata in onda sulla 7, nel salotto di Lilli Gruber. Per rivederla, cliccate qui.

 

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