Soldi russi alla Lega? Il Kgb non perdona: un audio non è un video ma può essere un avvertimento

di Marco Benedetto
Pubblicato il 11 Luglio 2019 16:15 | Ultimo aggiornamento: 11 Luglio 2019 16:15
Soldi russi alla Lega? Il Kgb non perdona: un audio non è un video ma può essere un avvertimento

Nella foto Ansa Matteo Salvini e Vladimir Putin

ROMA – Salvini vittima della vendetta dei russi? Ha preso o anche solo chiesto o fatto chiedere soldi ai russi, per poi buttarsi nelle braccia degli americani? Tragica beffa, se si presta fede alla tesi della sinistra Usa che il presidente Donald Trump sarebbe sotto schiaffo dei russi per le sue intemperanze e oscenità in quel di Mosca. Riferiscono i giornali inglesi che anche il Dipartimento della Giustizia Usa, la loro procura generale, sta iniziando a prendere sul serio le accuse contenute nel dossier elaborato per conto di Hillary Clinton, senza troppo effetto elettorale. Se però si guardano un po’ bene alcune mosse di Trump, qualche dubbio ti viene.

Ci sono tante cose che non tornano, nella politica italiana degli ultimi tempi.

Anche la linea tracciata da Beppe Grillo e tenuta dal Movimento 5 stelle mi sembra imbarazzante se messa a riscontro col principio del cui prodest. Ora però nel turbine dello scandalo c’è la Lega. Sarebbe la seconda volta in pochi mesi che i russi mettono in piazza accordi inconfessabili con sovranisti occidentali. In entrambi i casi probabilmente la ragione è la stessa: hanno tradito o semplicemente hanno mancato alla parola.

Il primo caso risale a metà maggio 2019, quando fu diffuso un video in cui si vedeva il leader del FPOE, partito sovranista nonché vice cancelliere cioè vice primo ministro dell’Austria Hans Christian Strache mentre trattava affari più o meno leciti con la figlia di un oligarca russo. Una volta al Governo, probabilmente Strache non fu in grado di mantenere le promesse, così i russi gliela hanno fatta pagare, svergognandolo. Seguirono crisi di governo e nuove elezioni, previste per settembre.

Non sarà così probabilmente in Italia, per una serie di ragioni. Nessuno sembra animato dal desiderio di fare votare dopo poco più di un anno gli italiani. L’unico che potrebbe avere o avere avuto interesse è Matteo Salvini, che gli ultimi sondaggi, pre rivelazione di Buzzfeed, davano sempre più vicino al mitico 40%. Ma ora, può darsi che gli italiani tornino a credere nella questione morale. Meglio non fidarsi.

E poi c’è una sostanziale differenza fra il materiale incriminante per Strache, un video dove o sei tu o non lo sei; e quello relativo nemmeno a Salvini ma a un suo uomo di fiducia: un audio, che qualunque ragazzo un po’ sveglio può manipolare senza grandi difficoltà. Per non parlare della radicata, endemica riluttanza degli italiani. Il nostro slogan secolare è “Franza o Spagna purché se magna”. La questione morale inventata dal Pci di Berlinguer ebbe un relativo successo negli anni ’70 perché, dimentichi della miseria in cui ci aveva lasciato Mussolini nel 1945, non eravamo più soddisfatti di come la Dc prima sola e poi col Psi ci amministrava. In più rubavano anche. comunque alla fine la questione morale non prevalse.

Non è nostra esclusiva prerogativa la poca sensibilità moralistica. Il moralismo, come le varie libertà sono valori borghesi. Stalin, per il proletariato russo, era il “piccolo padre”. Nel pieno dello scandalo Lewinski che portò Bill Clinton vicino all’impeachment, gli operai americani scrollavano le spalle: “Abbiamo lavoro, stipendio, serenità per le nostre famiglie. So what?”. Sono gli stessi operai  che hanno votato Donald Trump, ignorando la sua volgarità e le porcherie dette e fatte nei confronti delle donne. E, se non intervengono fattori esterni, lo rivoteranno. La disoccupazione non è mai stata tanto bassa.

Torniamo a Salvini. 

Lui dice impossibile perché soldi dai russi non ne ha mai presi né li ha chiesti. Gianluca Savoini dice: tutta una montatura. “Non mi riconosco nella voce né nei discorsi che faccio; e comunque io ero lì che bevevo un caffè insieme ad altra gente, c’erano dieci-quindici persone, non so neanche bene di cosa parlassero”. E ancora: “Non ho fatto nulla. Salvini in questa vicenda non c’entra niente, non sa niente, ero io lì e non lui”. Verbo raccolto da Matteo Pucciarelli di Repubblica.

Non ci sono motivi per dubitare della parola di Savoini e nemmeno di Salvini. Salvini minaccia querele. Con Marco Travaglio ne ha perso una di recente. Ma sui soldi russi ha finora glissato: “I vertici della Lega una denuncia contro l’Espresso l’hanno presentata, parlando di incessante campagna diffamatoria. Citano diversi articoli ma non quello sulla richiesta di denaro a Putin”, dice Marco Damilano, direttore dell’Espresso, che per primo rivelò lo scandalo. Da allora è passato un anno e mezzo, il mondo politico non sembra avere fatto una piega.

Gesù disse: “Chi è senza peccato…”. Il peccato più grosso ce l’ha proprio, nella sua memoria storica, il principale partito d’opposizione, il Pd, nella sua mutazione originale, quando si chiamava Pci. Per una coincidenza certo non voluta, il Corriere della Sera ha pubblicato, nello stesso giorno dell’audio di Buzzfeed una intervista ad Aldo Tortorella, che oggi ha 93 anni ed è uno dei pochi rimasti del Pci uscito dalla Resistenza. Tortorella fu direttore dell’Unità negli anni della marcia trionfale del segretario Enrico Berlinguer verso il sorpasso elettorale sulla Dc. La sua testimonianza è di quelle che pesano, peso aumentato dal fatto che l’intervistatore è Walter Veltroni, che della mutazione Pd fu il primo segretario.

Ci sono due passi dell’intervista di Veltroni a Tortorella che meritano una nota nei libri di storia.

1. Tortorella definisce “importante e coraggiosa” la scelta di Berlinguer di “tagliare il cordone finanziario con i sovietici”. E aggiunge che “la disposizione di togliere i soldi” Berlinguer la decise con Gerardo Chiaromonte, “allora coordinatore della segreteria, e l’ordine è stato dato a Gianni Cervetti, responsabile dell’organizzazione”.
Non interessa qui la considerazione che la mossa di Berlinguer fu semplicemente geniale, col doppio effetto di sganciarsi dall’obbedienza a Mosca, che non deve essere mai stata una cosa piacevole e di inserire il Pci della grande spartizione del tesoro pubblico (dallo Stato dipende più o meno metà del Pil nazionale) che a partire dal primo centro sinistra la Dc era stata costretta ad allargare ai socialisti. Questa è poi la traduzione in politica del “compromesso storico”, perfezionato da Berlusconi nel patto a me la pax televisiva a voi il governo dell’economia che ha portato l’Italia a una crescita quasi zero negli ultimi 20 anni.

Quel che conta è che nessuna reazione ci sia stata nemmeno da anticomunisti storici e incalliti come Berlusconi. Lo si può capire, visti gli intimi rapporti da lui stesso sviluppati con l’ultimo successore di Stalin, cioè Vladimir Putin.
D’altra parte non ci fu mai gran clamore neppure ai tempi della guerra fredda, quando il finanziamento sovietico al Pci era convinzione diffusa persino fra gli studenti delle scuole medie. Forse perché il Pci avrebbe potuto replicare puntando ai finanziamenti americani alla Democrazia cristiana…

Negli anni post caduta del muro in cui dagli archivi di Mosca usciva un po’ di tutto, uscì la rivelazione che un esponente del Pci uscito dalla Resistenza, Pietro Secchia, grande avversario di Togliatti, era stato liquidato da Stalin, cui si era rivolto per lamentare la morbidezza del Segretario (ma quella era la linea imposta da Yalta…), con 600 mila euro. La Stampa lo riferì ma la rivelazione cadde nel silenzio. Essendo la scelta politica frutto di fede, di speranza e anche di illusioni piuttosto che di razionalità (pensate ai sogni venduti agli italiani da Berlusconi per 20 anni e ormai da oltre un lustro anche dal Movimento 5 stelle) non stupisce lo scarso interesse del pubblico, oggi come nel passato. 
E a proposito di tifo, che ne dite dei tifosi juventini davanti alle rivelazioni sulle malefatte dei dirigenti della società?

2. Tortorella ricorda come reagì l’Unione Sovietica alla scelta di Berlinguer. Fu “guerra totale, non solo sotterranea. Noi eravamo il nemico degli americani, ma anche dei sovietici”. In questa guerra, nei ricordi di Tortorella, entra anche il terrorismo: “Nessuno mi toglie dalla mente che i sovietici abbiano lavorato per far saltare il compromesso storico,  per impedire a Berlinguer di inverare la prospettiva della partecipazione al governo. Se lui fosse riuscito sarebbe stato un colpo alla linea dei sovietici. […] Ricordo la reazione violentissima dei sovietici al momento dell’eurocomunismo. Con Togliatti si parlava di via nazionale che voleva dire che la via era quella che volevano i sovietici, ma aveva delle varianti. Berlinguer, parlando di democrazia come valore universale, rompe questo schema e lavora per costruire una rete internazionale alternativa. Per i sovietici era troppo. Come troppo, per gli americani, era stata la “terza fase” di Moro. Via Fani si spiega così. E così si spiega l’attentato a Berlinguer in Bulgaria. E forse così si spiega anche l’addestramento delle Br in Cecoslovacchia…”.Qui il sistema punitivo sovietico ricorre a soluzioni drastiche: una volta c’era la fucilazione o la deportazione. Ora ci può essere una dose di veleno. Putin disconosce eventuali iniziative mortali, come il tentato omicidio dell’ex spia doppia Sergei Skripal in terra britannica. Ma non ha dubbi che il tradimento sia “il più grave crimine possibile e i traditori devono essere puniti”. Tutto nero su bianco, per la penna di Lionel Barber del Financial Times. Proprio quello che dicono a Corleone, Bagheria o anche Scampia e in Calabria.

Se avete letto un po’ di romanzi di spionaggio l’idea della punizione del doppiogiochista e del traditore vi è familiare. Se siete vissuti negli anni della guerra fredda e avete ancora un po’ di memoria ricordate sicuramente gli scandali che lambirono anche il Governo di Sua Maestà Britannica: lo scandalo Profumo, i Cinque di Cambridge, addetti militari con gusti all’epoca inconfessabili incastrati da un bel marinaio biondo.

Nelle loro varie mutazioni, i servizi di sicurezza e spionaggio russi sono rimasti coerenti con se stessi. Dai tempi dello zar a quelli di Stalin a quelli di Putin sono cambiati i nemici interni e esterni ma la cultura difficilmente penso sia cambiata. Certo sono lontani i tempi delle retate di Beria. Non ti ammazzano più se devii dall’ortodossia. Come la Santa Chiesa, modello profondo dell’Urss del seminarista Stalin, non si dà più fuoco da vivo se il tuo Dio è diverso da quello che dicono loro. 

Ma i servizi segreti sovietici e poi russi sono stati caratterizzati sempre dalla qualità intellettuale, certo non morale dei suoi uomini. Un po’ come i servizi inglesi, da Walsingham a Philby, hanno sempre attratto, specie in tempi calamitosi, il meglio delle intelligenze britanniche.

C’è chi sostiene che Beria, se non fosse stato ammazzato dai burocrati del dopo Stalin, sarebbe stato capace, lui solo, di modernizzare l’Unione sovietica. E comunque fu un altro capo del Kgb, Yuri Andropov, a mettere in moto il movimento 30 anni dopo. Morì troppo presto e finì in un disastro. Putin, non dimentichiamolo mai, non è un politico di carriera. Viene dalle file del Kgb, era capo della stazione di Berlino, proprio come in un romanzo di Le Carré. Uno dei suoi colleghi, capo della stazione di Londra, è oggi proprietario di due quotidiani nella capitale inglese. Putin passò in politica dopo la fine dell’Urss, come assistente del sindaco della ex Leningrado, oggi San Pietroburgo.

Anatoly Sobjack scivolò su uno scandaletto da quattro soldi (morì a soli 63 anni per sospetto avvelenamento, proprio come Skripal) e Putin lo difese e lo riabilitò. Colpito dalla lealtà di Putin, Boris Yeltsin lo volle al suo fianco e come successore, a tutela della sua famiglia e del patrimonio nel frattempo accumulato.

La lezione che mi sembra si possa trarre da quanto precede è che con i Russi non si scherza. Abituati a un mondo dove tutto finisce a tarallucci e vino i politici italiani pensano che le loro azioni non abbiano conseguenze. Oggi un tweet, domani su post su Facebook, dopodomani l’esatto contrario. Nel Paese che non ha memoria si può dire di tutto impunemente.

La parabola di Matteo Renzi dovrebbe insegnare qualcosa.

Gli italiani ti credono ma non ti danno credito illimitato. Quando ti tolgono la fiducia, però, il massimo che ti capita è che non ti votano più. Non è così altrove, ad esempio in Gran Bretagna, dove la maschera del fair play nasconde il volto di un popolo fra i più duri e spietati del mondo. La campagna per la scelta del nuovo leader conservatore e primo ministro, alla faccia dell’eletto dal popolo, è caratterizzata da volgarità e colpi bassi degni di Bisanzio dei bei tempi.

Ma se vi procurate una copia di Andrei Rublev e vi guardate per intero, magari in due o tre volte, le 3 ore e 25 minuti del film capolavoro di Andrei Tarkovsky (pronto nel 1966, ci vollero 7 anni prima che qualcuno lo vedesse tagliato) capirete che i russi sono proprio diversi da noi: ci separano quasi mille anni di civiltà. Non dico di cristianesimo, perché anche le radici cristiane dell’Europa sono una cosa di cui è meglio vergognarsi. Trump, che guida un Paese basato dove la violenza è intrinseca alla sua evoluzione, cammina sulla fune con molta attenzione. Meglio che anche dalle nostre parti si cominci a fare attenzione.