Incinta, polizia inglese la fa partorire: cesareo forzato e bimba sottratta

di Daniela Lauria
Pubblicato il 2 Dicembre 2013 11:09 | Ultimo aggiornamento: 2 Dicembre 2013 17:13
Incinta, guarda il pancione ma sua bimba non c'è più: gliel'ha tolta la polizia

Incinta, guarda il pancione ma sua bimba non c’è più: gliel’ha tolta la polizia

LONDRA – Una mattina di un anno e mezzo fa si è guardata il pancione e la sua bimba non c’era più: la polizia gliel’aveva letteralmente strappata via, quando la portava ancora in grembo. E’ l’incredibile storia di una donna italiana di passaggio in Inghilterra per un viaggio di lavoro, raccontata sul Sunday Telegraph.

Problemi psichici troppo destabilizzanti per potersi occupare della sua bambina. Per questo i giudici inglesi hanno ordinato che la mamma venisse sottoposta a parto cesareo obbligatorio, per poi affidare la neonata ai servizi sociali britannici.

Maledetto fu quel corso di formazione: nell’estate del 2012 la donna arrivò in Inghilterra per prendere parte ad un corso della compagnia aerea Ryanair presso l’aeroporto londinese di Stansted. Alloggiava in un albergo adiacente allo scalo ma ad un certo punto qualcosa andò storto. Convinta di aver perso il passaporto delle sue due figlie la donna, in stato confusionale, si rivolse alla polizia. Era agitata, forse in preda ad un attacco di panico: sarà la madre della donna a raccontare poi che la figlia soffriva da tempo di un disturbo bipolare accentuatosi perché aveva interrotto il trattamento farmacologico prescrittole.

Ed è da questo punto in poi che il racconto si fa inquietante: è stata sedata e di fatto “forzata” a dare alla luce la sua bimba, poi affidata ai servizi sociali dell’Essex. “Per il bene della bambina e nell’interesse della madre”, è la motivazione addotta dalle autorità locali. Seguì il rientro in Italia e la ripresa delle cure psichiatriche.

Quindi la donna è tornata in Inghilterra per dimostrare che stava meglio e per chiedere che le fosse restituita la sua bambina. Ma il timore di una ricaduta avrebbe indotto le autorità locali a mantenere la decisione presa. Non fu convincente per i servizi sociali neppure la proposta di affidare la bambina alla sorella del marito americano (che vive a Los Angeles e viene descritta come un’ottima madre), da cui la donna è separata ma con il quale ha una figlia.

Da qui parte una battaglia legale, con il coinvolgimento di avvocati britannici e del tribunale di Roma, che pone tuttavia ancora molte questioni. Il caso intanto è giunto all’attenzione del deputato liberaldemocratico John Hemming, che guida una campagna per la riforma del diritto di famiglia nel Regno Unito e intende sollevare la vicenda in Parlamento. “La prima domanda da porsi è come mai non sia stata fatta rientrare in Italia mentre era incinta”, ha detto all’Ansa il deputato, spiegando che, sebbene la questione sia regolata a livello europeo, a suo avviso “la giurisdizione resta del Paese in cui la persona ha la residenza abituale”.

Il procedimento applicato alla figlia di una cittadina italiana con “residenza abituale” in Italia è stato messo in discussione anche dai giudici italiani, scrive ancora il Telegraph. Da parte loro, le autorità italiane a Londra precisano che la donna non si rivolse al Consolato: “A suo tempo – ha detto il Console generale d’Italia, Massimiliano Mazzanti – la signora non ritenne di attivare il consolato, decidendo di rientrare in Italia e di affidarsi al tribunale di Roma”.

“Una storia fuori da qualunque tipo di logica”, secondo Ernesto Caffo, neuropsichiatra infantile e presidente di Telefono Azzurro. “Bisogna prestare particolare attenzione alle malattie mentali in un periodo delicato come la gravidanza, ma le donne che ne soffrono – afferma – portano generalmente a termine la gestazione e se è necessario vengono ‘accompagnate’ al ruolo genitoriale con un supporto”. “Più che una vicenda reale sembra un film dell’orrore”, osserva anche Fabio Roia, presidente di sezione al tribunale di Milano.