Alagie Touray, storia di uno jihadista: il barcone, il centro d’accoglienza, il video Isis

di Redazione Blitz
Pubblicato il 27 aprile 2018 9:55 | Ultimo aggiornamento: 27 aprile 2018 9:55
Alagie Touray, la storia dello jihadista dallo sbarco al video Isis

Alagie Touray, storia di uno jihadista: il barcone, il centro d’accoglienza, il video Isis

NAPOLI – L’arrivo in barcone a Messina, il trasferimento nel centro di accoglienza per migranti di Licola e poi ancora il giuramento di fedeltà all’Isis nel video inviato su Telegram e le istruzioni per colpire gli infedeli, gettandosi con l’auto su una folla. Questa è la storia di Alagie Touray, il gambiano di 21 anni fermato a Napoli con l’accusa di essere un jihadista pronto a mettere in atto un attentato in nome del califfato islamico.

A ricostruire la storia di Alagie, arrivato dal Gambia il 22 marzo 2017 al porto di Messina, è Fiorenza Sarzanini per il Corriere della Sera, che spiega come all’aspirante terrorista erano stati offerti 1500 euro per lanciarsi con un’auto contro la folla. Dopo l’arrivo, Touray ha fatto richiesta di protezione internazionale e ha ottenuto un permesso di soggiorno provvisorio che sarebbe scaduto il prossimo 7 luglio 2018.
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Poi però è arrivata da parte dell’intelligence spagnola la segnalazione all’Aise, l’agenzia per la sicurezza estera, di quel video in cui il gambiano giurava fedeltà al califfo dell’Isis e così sono partite le indagini che il 20 aprile hanno portato all’arresto del giovane terrorista all’uscita dalla mosche di Pozzuoli. La Sarzanini scrive:

“Nel suo cellulare vengono trovati quattro filmati «girati il 10 aprile scorso, presenti in una cartella di condivisione creata sull’applicazione Telegram». In realtà tre sono prove, la versione definitiva è nel quarto video nel quale, come sottolinea il giudice, «recita la formula completa: “Giuro fedeltà per il califfo di tutti i musulmani Abu Bakr Al Qouraci Al Baghdadi e ascoltarlo e ubbidirlo, nel facile e nel difficile, nel medi di 2 ragiab oggi lunedì. E Dio è testimone di quello che dico”».

Esattamente quello che Anis Amri fece nel dicembre 2016 prima di lanciarsi contro la folla in un mercatino a Berlino. Nella stanza dell’hotel che lo ospita con gli altri migranti vengono sequestrati «la fotocopia del permesso di soggiorno con l’annotazione sul retro di scritte a penna in lingua inglese, nominativi arabi e una utenza cellulare; alcuni quaderni con annotazioni in italiano e lingua straniera». Gli investigatori accertano che «gli scritti sono Hadith, racconti che rappresentano fonte della legge islamica come il Corano e Sharia». Scoprono anche che «Touray ha la “zebiba”, il segno sulla fronte simbolo di fervente religiosità prodotto dal prolungato urto della fronte sul pavimento durante la preghiera»”.

Dopo essere stato fermato, Touray ha dichiarato che i video erano solo uno scherzo, ma il giorno successivo la sua versione cambia e confessa di aver ricevuto un ordine dalla Libia:

“Mi hanno chiesto di prendere una macchina e investire delle persone e mi avrebbero mandato dei soldi. Loro non credevano che avrei commesso l’azione e per questo non mi hanno mandato i soldi. Io non so guidare. Gli ordini mi sono arrivati via Telegram”.

Nell’ordinanza il giudice ricostruisce l’interrogatorio: «Touray racconta che Batch Jobe, l’amico che si trova in Gambia e al quale aveva chiesto di pregare per lui, gli aveva dato un’utenza libica da chiamare in caso di emergenza. Aveva chiamato quel numero circa un mese fa e l’interlocutore gli aveva chiesto di realizzare il video e poi avrebbe preso i 1.500 euro. Specifica che proprio quella persona gli ha chiesto di prendere una macchina e andare addosso alle persone. Ma chiarisce che non avrebbe mai accettato di uccidere nessuno e che aveva detto sì solo per prendere i soldi. Dice che ha registrato quattro video perché il soggetto con cui era entrato in contatto gli aveva contestato che non sembrava vero e lo aveva rifatto»”.