Asti, il rimorso di Pasqualino Folletto. Maria Luisa Fassi assassinata per 800 €

di Redazione Blitz
Pubblicato il 25 luglio 2015 14:55 | Ultimo aggiornamento: 25 luglio 2015 14:55
Asti, il rimorso di Pasqualino Folletto. Maria Luisa Fassi assassinata per 800 €

Maria Luisa Fassi

ASTI – Pasqualino Folletto, omicida confesso della tabaccaia di Asti Maria Luisa Fassi, è rinchiuso nel carcere di Quarto d’Asti, dove ha passato la notte ed è in attesa della convalida dell’arresto.

Pasqualino Folletto ha indicato ai carabinieri la zona, alla periferia di Asti, in cui si è disfatto dell’arma del delitto, un coltello con cui ha inferto alla vittima 44 colpi per chiudere nel sangue una rapina di 800 euro. “Ho perso la testa”, ha Pasquaino Folletto ai carabinieri.

Giusi Fasano, sul Corriere della Sera, ha ricostruito il tormento dell-assassino, che ai carabinieri ha confidato

“Io da quel giorno non vivo più, non respiro più”.

Pasqualino Folletto

“un uomo piccolo di statura, è con le mani nei capelli e le lacrime agli occhi, che sta confessando quello che finora non ha confessato fino in fondo nemmeno a se stesso”.

Dopo avere massacrato a coltellate Maria Luisa Fassi, Pasqualino Folletto l’ha lasciata agonizzante ed

“è tornato a casa a dare un bacio ai suoi bambini come se nulla fosse stato. E adesso che il suo racconto fa a botte con le immagini delle telecamere recuperate dagli inquirenti, sa che è inutile continuare a negare. «Sono stato io» ammette disperato all’ennesima contraddizione. «Ho rovinato tutto, ho rovinato la mia famiglia, i miei figli… Ero disperato, non avevo un soldo. Nemmeno un centesimo per comprare da mangiare ai miei bambini».

Pasqualino Folletto, magazziniere 46enne, ne ha tre, di figli. Due gemelli di sette anni e una bambina di 11 gravemente malata di una malattia degenerativa. Per un po’ racconta della sua bimba «da portare spesso a Torino per visite costose» — uno dei motivi più seri della sua disgrazia economica — un po’ torna alla scena del delitto, il suo delitto. «Giuro che non so perché l’ho fatto. Non so nemmeno io cos’è scattato, non so spiegarlo. So soltanto che lei urlava e allora ho perso la testa, ho cominciato a colpirla, lei si difendeva e io colpivo, colpivo…». Una furia cieca, incontrollabile.

Non era così che doveva andare, secondo i suoi piani. Pasqualino Folletto, strozzato da mille debiti, forse anche di gioco, rincorso dai creditori e senza un soldo nemmeno per vivere alla giornata, è uscito di casa portandosi appresso un coltellaccio da cucina, sì. Ma voleva usarlo per spaventare la sua vittima e portarsi via i soldi. Ammazzarla non l’aveva messo in conto. Almeno così sembrerebbe dalla sua stessa ricostruzione, dopo ore di un interrogatorio nato come «deposizione testimoniale».

L’hanno chiamato in caserma dopo avergli sequestrato l’auto, una Mégane, con la scusa dell’assicurazione non pagata. Lo seguivano da una decina di giorni, senza nessuna certezza che fosse l’assassino, ma con una convinzione: aveva a che fare, o quantomeno conosceva qualche dettaglio sull’omicidio di Maria Luisa, la tabaccaia che vendeva giornali e sigarette poche ore al giorno nella tabaccheria del marito e che in realtà era una chef nel ristorante di famiglia, il conosciutissimo Gener Neuv di Asti.

Non è stata semplice, questa inchiesta. «Siamo partiti da ombre registrate da una telecamera» ha spiegato il sostituto procuratore Luciano Tarditi alla fine dell’interrogatorio di garanzia tenuto ieri sera in caserma. Ombre. Immagini sfuocate o poco chiare di un’auto che è parcheggiata, alle 7:15 di sabato 4 luglio, proprio davanti alla tabaccheria, dall’altra parte della strada. Prima delle 7:30 (l’ora in cui Maria Luisa arriva e apre la saracinesca) la sagoma di quell’auto si sposta davanti al marciapiede della tabaccheria, con la portiera lato guida vicino all’ingresso del negozio, contromano. Perché quella manovra?, cominciano a chiedersi gli uomini del colonnello Fabio Federici. In realtà quella macchina (che poi si scoprirà essere una Mégane) si sposta perché Pasqualino Folletto vuole averla più vicina possibile quando avrà finito la rapina.

Alle 7:42 l’auto-ombra lascia la strada della tabaccheria. I carabinieri — a cominciare dal capitano Giampaolo Canu che con i suoi uomini del Nucleo operativo segue ogni passo dell’inchiesta — puntano tutto su quella sagoma. Sequestrano un centinaio di impianti video, guardano ore e ore di filmati e lentamente ricostruiscono modello, targa, percorso come fosse un film. Arrivano all’identità del proprietario e scoprono che è sommerso dai debiti. Lo seguono, lo intercettano, scannerizzano ogni suo movimento.

Lui non si tradisce. E allora gli sequestrano la Mégane che non potrebbe circolare per via dell’assicurazione non pagata. Non ha i tappetini, notano. Lo convocano in caserma venerdi mattina. Lui crede di dover dare spiegazioni sull’auto, forse. O forse no: a giudicare dalla disperazione che mostrerà poi, confessando, «forse sperava di essere scoperto» rivela uno degli investigatori. «Sembrava essersi tolto un peso immenso dalla coscienza».

Folletto ha detto di aver bruciato i vestiti e le scarpe che aveva addosso durante l’omicidio, di aver buttato via il coltello (ancora non trovato), di aver pulito l’auto e buttato via i tappetini. Ha usato gli 800 euro presi dalla tabaccheria per pagare qualche piccolo debito e ha passato i giorni «senza vivere», senza fiatare con nessuno. Solo lavoro, silenzio e rimorsi”.