Cronaca Italia

Nella caserma di Salvatore Parolisi: “Devi darti a me e agli altri istruttori”

Nella caserma di Salvatore Parolisi: "Devi darti a me e agli altri istruttori"

Salvatore Parolisi (Foto Lapresse)

ASCOLI PICENO – “Devi offrire te stessa a me e poi agli altri istruttori. Mi devi dire se sei vergine o meno”: è quanto si sarebbe sentita dire una delle allieve soldatesse della caserma Clementi di Ascoli Piceno, la stessa del caporalmaggiore Salvatore Parolisi, condannato a 30 anni per l’omicidio della moglie Melania Rea.

La frase è stata riferita da una delle aspiranti militari al comandante della Clementi chiamato dalla procura a una relazione informativa, secondo quanto scrive Andrea Pasqualetto sul Corriere della Sera. 

Le indagini della Procura militare sui presunti abusi degli istruttori della caserma Clementi hanno portato a dodici indagati per violenze, minacce e ingiurie. Fra cui il caporalmaggiore Parolisi.

Scrive Pasqualetto:

“Fra le colline di Ascoli Piceno, quando scendeva la sera e il contrappello chiudeva la giornata militare della caserma Clementi, il sergente G. M. invitava l’allieva Simona nell’Ufficio del plotone e lì parlava, ammiccava e osava, pare con successo. Prima Simona, poi Anna per il bicchierino, poi Sara… Lui aitante, vulcanico e impaziente, loro giovani aspiranti soldate dell’esercito italiano di stanza al Reggimento addestramento volontari, cioè la caserma di Salvatore Parolisi. Ma la procura militare di Roma non ha dubbi: ha commesso un reato. Si tratta di violata consegna continuata ed aggravata, perché avrebbe trasgredito gli obblighi disciplinari che impediscono al sergente di giornata di incontrare le allieve, soprattutto dopo il suono del silenzio, quando il militare «deve accertarsi che tutte le porte dei locali siano chiuse e durante l’arco del servizio vigila sul contegno dei militari del reparto», scrive il pm Antonella Masala”.

Sottolinea Pasqualetto:

“Emerge lo spaccato di un mondo militare pruriginoso, dove il rigore della disciplina di caserma vacilla sull’incontro dei due sessi. Da una parte i soldati che addestrano e comandano, dall’altra le allieve che ascoltano e obbediscono. In mezzo, qualche tentazione. Il soldato Enza, per esempio, l’ha raccontata così al comandante della Clementi chiamato dalla procura a una relazione informativa: «Un giorno il caporal maggiore mi si è rivolto chiedendomi cosa gli potevo dare per sapere la mia destinazione. Dissi “nulla, aspetto altri due giorni e lo saprò”».

E l’altro, sempre secondo l’allieva: «Devi offrire te stessa a me e poi agli altri istruttori. Mi devi dire se sei vergine o meno, perché se lo sei devo prendere delle precauzioni, altrimenti devo prenderne altre, ad esempio frustini…». Ma non scherzava? «Forse ma a me non piaceva». Di giorno in mensa , di sera negli uffici del plotone. La procura ha fatto l’elenco: «Il caporal maggiore dopo il contrappello riceveva alcune allieve con cui si intratteneva per bere e scambiarsi effusioni… G.M. dopo la mezzanotte contattava via sms l’allieva Simona invitandola a raggiungerlo in ufficio per chiacchierare e avere un rapporto sessuale… ».

 

E non ci sarebbero state solo queste avances, ma anche “violenza contro inferiore, minacce e ingiurie”,

dove a farla da padrone è sempre il caporale G. M., (…). Ecco il suo vellutato sistema di addestramento: «Vi faccio sputare sangue, mi sembrate delle pecore, lo sapete cosa fa il pastore con le pecore… mi fate schifo… Tu sei una casalinga non idonea alla vita militare, hai i prosciutti al posto delle gambe, chiatta, balena… Siete delle galline, delle pappe molli, siete tutte z…», e avanti così, edulcorando e rimanendo alle espressioni più gentili. Il suo avvocato, Giovanni Falci, ricorda che contro il suo cliente il 25 febbraio sarà celebrato un processo con rito abbreviato ad Ascoli per fatti analoghi, dove però l’accusa è da tribunale ordinario: abuso d’ufficio. Falci dice che non bisogna sorprendersi: «Per una caserma si tratta di un linguaggio istituzionale. Stiamo parlando di addestramento al combattimento, di lancio di bombe, di piegamenti sulle braccia. È sempre stato così, andiamo, solo che adesso ci sono le donne. Il caporale non voleva danneggiare nessuno, solo stimolare e pungolare».

 

 

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