Cronaca Italia

Italiano popolo triste: meno bacco, tabacco e Venere. Ma si riempie di tatuaggi

Italiano popolo triste: meno bacco, tabacco e Venere. Ma si riempie di tatuaggi

Italiano popolo triste: meno bacco, tabacco e Venere. Ma si riempie di tatuaggi (foto Ansa)

ROMA – Italiano popolo triste. O almeno che tristemente riduce, rinuncia, trascura i suoi vizi. E i suoi piaceri. Se chiedi agli italiani, se poni loro la domanda che fu di Aldo, Giovanni e Giacomo (Chiedimi se sono felice…), se gli chiedi un voto da uno a dieci alla loro felicità, rispondono con un mesto e triste 5,3 di media nazionale. Solo dieci anni fa stavamo sul sette pieno. Dal buon voto, dall’autostima per una vita felice in un decennio giù fino all’insufficienza.

Ma attenzione, stavolta è un po’ difficile prendersela solo e tutta con la crisi economica, la politica, lo Stato, l’Europa, insomma con gli altri, qualunque tipo di altri possibile e immaginabile. Stavolta a ruminar tristezza nei consumi e comportamenti siamo noi, la gente, i cittadini, il popolo o comunque ci piaccia chiamarci.

Un’indagine della Coop sui nostri consumi, una attenta conta di cosa compriamo dice senza ombra di dubbio che ci stiamo togliendo il vizio del fumo, delle sigarette: i fumatori sono scesi dal 23 al 19 per cento della popolazione. Bene, il fumo fa male, molto male. Non proprio bene il corollario: la quota di vizio surrogato, insomma la sigaretta elettronica che anch’essa bene non fa e comunque resta sempre un po’ sospesa tra il ridicolo e il grottesco.

Meno tabacco dunque, c’era da aspettarselo oltre che augurarselo. Ma, a sorpresa, anche meno Bacco, cioè calo del consumo di prodotti alcolici. Dieci anni fa a farsi un bicchiere di qualcosa almeno ogni tanto era l’81 e passa per cento della popolazione. Percentuale ora scesa al 77 per cento. Salutismo? Ortoressia estesa al bicchiere appunto? E come la mettiamo con gli adolescenti e anche 30/40 anni che si “fanno” di  spritz e “cenaperitivi”? La mettiamo che il consumo ludico, felice appunto di alcool va giù mentre aumenta quello compulsivo. Cala bacco come piacere, sale come vizio.

Ma dove siamo diventati, stiamo diventando sempre più un popolo triste è a letto. Il vizio e piacere di Venere li frequentiamo sempre meno e peggio. Sono calati in cifra significativa gli acquisti in quantità e la spesa per i profilattici. Così come quelli per ogni sorta di contraccettivi femminili. Ancor più giù gli acquisti di gel stimolanti. In calo seppur più contenuto anche Viagra e i suoi fratelli. L’unica cosa in vertiginoso aumento è la pillola del giorno dopo, più 22 per cento. Lo facciamo l’amore sempre meno, sempre peggio e restiamo fieramente ignoranti su quel che succede prima, durante e dopo.

Una volta, quando le cose andavano male nel pubblico (lavoro, reddito…) ci si rifugiava nel privato inteso anche se non soprattutto come letto, lenzuola, alcova. Niente, non facciamo più così. O almeno lo facciamo molto meno, Venere ci piace di meno. Se non è tristezza questa…

Roba da non credere, quel che suscita quasi incredulità a leggerlo nell’indagine Coop, è che ci piace di meno anche il surrogato di Venere. Giù i consumi di film e video a luci rosse, giù di parecchio la frequenza media di ricerche su Google con le parole chiave d’ordinanza in questi casi, negli ultimi sei anni frequenza quasi dimezzata. Si è affievolito sia l’italiano (uomo o donna) amante che l’italiano (uomo o donna) onanista nei fatti o nelle intenzioni.

Roba da non credere, ma per crederci basta osservare i comportamenti quotidiani della gente. Irascibilità, prevaricazione alternata a pavidità, aggressività mischiata ad insicurezza in auto, in negozio, sul bus, al lavoro, sui social, in cabina elettorale…A guardare bene si vede che la gente non è felice a letto e che quella roba lì non la fa bene e quindi quella roba lì non le alla gente il bene che le farebbe se fosse fatta bene.

Chissà infine se le due cose sono legate oppure no: ci concediamo meno piaceri e vizi materiali però ci imprimiamo sulla pelle piaceri e vizi quasi metafisici. Insomma gli italiani si fanno tatuaggi con percentuali da popolo maori: 13 per cento ne ha almeno uno di tatuaggio (come argutamente chiosa Francesco Spini su La Stampa).

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