Mondo di mezzo, ecco perché per la Cassazione “non era mafia”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 12 Giugno 2020 17:42 | Ultimo aggiornamento: 12 Giugno 2020 17:42
Mondo di mezzo, ecco perché per la Cassazione "non era mafia"

Mondo di mezzo, ecco perché per la Cassazione “non era mafia” (foto ANSA)

ROMA – Non sarà mafia lo spaccato della capitale che emerge dalle motivazioni della Cassazione sul ‘Mondo di mezzo‘ – il verdetto che a ottobre ha tolto l’aggravante mafiosa ai 18 imputati che l’avevano sui 32 che hanno fatto ricorso al Palazzaccio – ma non ci sono ragioni per rallegrarsi.

Il quadro di quanto accadeva nell’assegnazione degli appalti dei servizi del welfare capitolino è devastante.

Tutto, dalla gestione dei campi nomadi, ai migranti, alla manutenzione del verde, era improntato a un “mercimonio” di pubblici funzionari, imprenditori e politici di Roma ‘capoccia’.

Una folla di collusi che diceva ‘sì’ – al “sistema” messo in piedi dal ras delle cooperative Salvatore Buzzi, e dall’ex nar Massimo Carminati – non per “paura” ma perché incapace di resistere al “vantaggio privato” che potevano trarre dalla svendita delle loro funzioni.

Ci sono volute 379 pagine (qui il PDF) agli ‘ermellini’ per ‘demolire’ con gentilezza l’indagine partita nel 2010 dai pm dell’era di Giuseppe Pignatone, faldoni ora ‘declassati’ a inchiesta su due ‘semplici’ associazione a delinquere.

Gregari e comprimari di una Roma in piena decadenza morale e gestionale, non usavano armi e nemmeno l’intimidazione, dice la Cassazione cancellando l’ombra mafiosa.

Forse per garbo verso i colleghi della Corte di Appello – che invece su ricorso della procura aveva riconosciuto il metodo mafioso – la Cassazione ha diramato una nota nella quale sottolinea che “alla fine è stata confermata la responsabilità penale di quasi tutti” per una serie “di gravi reati contro la pubblica amministrazione, oltre che per la partecipazione alle associazioni criminali” ribadendo “le precedenti decisioni di merito”.

Il resto, scrivono gli ‘ermellini’, forse memori delle polemiche che si erano levate alla lettura del verdetto, sono solo condanne da limare, perché sui fatti non si discute più.

“Appare evidente, dalla sentenza di secondo grado, che non risulta affatto il ruolo di Massimo Carminati quale terminale di relazioni criminali con altri gruppi mafiosi”, rimarca la Sesta sezione penale.

“Nessun ruolo era gestito da Carminati con settori finanziari, servizi segreti o altro; la gestione delle relazioni con gli amministratori era compito quasi esclusivo di Salvatore Buzzi, avendo Carminati relazioni determinanti solo con alcuni ex commilitoni” di estrema destra approdati nell’organigramma del Campidoglio.

Insomma l’ex neofascista – condannato in appello a 14 anni e sei mesi, ora uscito dal carcere duro e detenuto in regime ordinario – non avrebbe avuto “contatti significativi” con il clan Casamonica, con quello dei fratelli Senese, con l’ex della banda della Magliana Ernesto Diotallevi.

Era Buzzi, ai domiciliari da dicembre dopo cinque anni in carcere e una condanna a 18 anni e 4 mesi, a tessere la sua rete nei municipi e nelle giunte a furia di mazzette, cene e promesse di assunzioni.

“Aveva creato uno stabile sistema di infiltrazione nelle istituzioni – scrive la Cassazione – in base a cui i Dipartimenti, i Municipi e gli altri centri di costo di Roma Capitale” per la gestione dei servizi, come prassi, facevano “ricorso sistematico alle proroghe non previste nel bando originario, e ad affidamenti diretti in favore delle cooperative dello stesso Buzzi”.

Con buona pace della “libera concorrenza”: era un sistema blindato.

“Il gruppo di Buzzi, attraverso la remunerazione (sovvenzioni per cene ed eventi, assunzione di assoggetti raccomandanti, scambi di favori, vere e proprie tangenti) di politici appartenenti sia alla sua area di riferimento sia allo schieramento opposto, riusciva a sollecitare finanziamenti pubblici e poi in concreto l’affidamento dei servizi”.

Questo asservimento, prosegue la Cassazione, avveniva in maniera soft: “una parte dell’amministrazione comunale si è di fatto consegnata agli interessi” di Buzzi e Carminati che hanno “trovato un terreno fertile da coltivare”.

“Quello che è stato accertato è un fenomeno di collusione generalizzata, diffusa e sistemica”, e anche gli imprenditori – osserva la Cassazione – “hanno accettato” la logica “professata da Buzzi e dai suoi sodali, basata sugli accordi corruttivi, intercorsi tra funzionari pubblici e imprenditori, convergenti verso reciproci vantaggi economici”.

Per la sindaca Virginia Raggi, la “Cassazione conferma che mondo di mezzo si spartiva gli appalti a Roma grazie a una ‘collusione generalizzata’ con la politica.

Confermata anche presenza clan sul territorio. Noi abbiamo invertito rotta, contro corruzione e mafia, sempre a fianco dei cittadini onesti” scrive su Twitter. (fonte ANSA)