--

Paolo Borrometi, il giornalista che svelò i clan di Scicli

di redazione Blitz
Pubblicato il 31 Agosto 2015 15:04 | Ultimo aggiornamento: 31 Agosto 2015 15:04
Paolo Borrometi, il giornalista che svelò i clan di Scicli

Paolo Borrometi, il giornalista che svelò i clan di Scicli

ROMA – La spalla fratturata, la porta di casa incendiata e poi una lunga serie di minacce sempre più pesanti. Non sono bastate a fermare Paolo Borrometi, giornalista antimafia che dalla Sicilia è dovuto scappare fino a Roma, “ma i mafiosi continuano a perseguitarmi anche qui”. L’ultimo vile messaggio minatorio arrivato qualche giorno fa, gli è valso la solidarietà del presidente del Senato Pietro Grasso. Ma Paolo Borrometi, dopo aver sfidato i clan nella terra di Montalbano non ha ancora una scorta e un’auto blindata.

A raccogliere la sua testimonianza è Virginia Piccolillo per il Corriere della Sera. Tutto è cominciato dall’omicidio di Ivano Inglese, il giovane postino di Vittoria trovato assassinato la sera del 20 settembre 2012.

“Stavano per archiviare il caso – racconta Borrometi al Corriere – Lancio un appello in tv a parlare. Qualcosa si muove”. Lavora su Scicli. Arriva il primo avvertimento. Non lo segue. Il 16 aprile 2014 l’agguato. “Ero in campagna, da Bonnie. Il mio cane, che era molto irrequieta. Penso sia per la mancata passeggiata. Mi sento afferrare da dietro il braccio destro. Saltano i tendini. Le ossa. Cado a terra. Due uomini incappucciati mi prendono a calci gridando: “U capisti che t’hai a fare i fatti tuoi?”. Dura forse 30 secondi. I più lunghi e più difficili della mia vita. Con le cure il braccio è tornato a funzionare, anche se meno. Ma quella violazione della mia intimità, nel luogo dei miei sogni, non si è più rimarginata”.

Ci pensa su tre giorni. Infernali. Poi decide. Non si atteggia né a vittima, né a eroe. Anzi, sorride nel ricordare: «Mi sentivo come un gattino, bagnato, nell’angolo. Ma scelgo di continuare a dare il mio contributo alla verità. Molti mi sono vicino. Ma poche istituzioni». Cominciano le voci che attribuiscono il suo agguato a una «storia di corna».

Lui insiste. Pubblica la prima puntata dell’inchiesta sul boss di Scicli che chiedeva il pizzo di un euro a manifesto per fare pubblicità ai candidati e del sindaco che, vinte le elezioni, gli aveva assegnato l’appalto dei rifiuti. Su un muro scrivono: «Borrometi sei morto». Non molla. Tornano. «Ero tornato a vivere dai miei. Un bastardo, di notte, da fuoco alla porta di casa. Si può immaginare cosa provi la mamma di un figlio unico. Mio padre, mai loquace, mi disse: “Mai giù. Sempre su».

Poi tutto va veloce. Scrive del capo ‘ndrina di Gioia Tauro che distribuiva la droga nel ragusano per conto della mafia. La figlia del boss «sparato in faccia» interrompe il lutto per intimargli di smettere. Arrivano l’avviso di garanzia al sindaco, l’arresto del boss e il commissariamento della città di Montalbano.

Lo trasferiscono a Roma per proteggerlo. Scrive di mafia anche da qui. Del mercato ortofrutticolo di Vittoria e del boss becchino Gianbattista Ventura che aveva intestato l’agenzia funebre a Padre Pio. Lui, via mail, gli scrive: «Ti scippo la testa. Anche dentro il commissariato». Infine il segnale più grave, sul quale gli inquirenti ora indagano. Smetterà? Lui sorride: «No. La paura c’è. Sono un ex balbuziente. Dall’altra sera sono tornato un po’ a balbettare. Ma sogno un mattino di svegliarmi e dire: visto che valeva la pena».