Caos contratti baristi, cuochi, camerieri… Lo spettro dello sciopero del turismo

di Redazione Blitz
Pubblicato il 11 Giugno 2013 14:10 | Ultimo aggiornamento: 11 Giugno 2013 14:11

Baristi, cuochi, stabilimenti balneari... Lo spettro dello sciopero del turismoROMA – “Salve, un caffè per favore”. “No, siamo in sciopero”. “Cameriere, il conto per favore”. “No siamo in sciopero”. “Un ombrellone e due lettini”. “No, siamo in sciopero”. Cosa accadrebbe se baristi, camerieri, chiunque lavori in ristoranti e fast food, piccoli alberghi, agenzie di viaggio, campeggi e stabilimenti balneari, dovessero scioperare in massa? Potrebbe accadere e lo scenario non è nemmeno tanto improbabile visto il caos contratti che si è venuto a creare tra Confcommercio e sindacati.

La Fipe (federazione italiana pubblici esercizi), sigla aderente a Confcommercio, e i sindacati del relativo settore (Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltucs Uil) infatti sono bloccati sulla trattativa per il rinnovo del contratto collettivo turismo, ora a un punto morto per la distanza tra le parti. Gli addetti potenzialmente interessati a questo contratto sarebbero circa 300mila persone. Scrive Filcams Cgil in una nota che le condizioni poste dai commercianti siano inaccettabili, perché ipotizzano “l’abolizione della quattordicesima mensilità e degli scatti di anzianità e peggioramenti delle tutele in caso di malattia del lavoratore”.

Fabio Savelli per il Corriere della Sera scrive:

Per rivendicarne il mantenimento anche nel contratto collettivo turismo degli anni a seguire le sigle sindacali, stavolta compatti, sindacati agitano lo spettro di un maxi-sciopero senza precedenti che potrebbe mettere in ginocchio i migliaia di esercizi commerciali presenti in Italia proprio ora con l’estate alle porte.

Sul fronte opposto, quello dei datori di lavoro, le considerazioni sono radicalmente diverse e chiamano in causa le conseguenze di una crisi che ha avvitato i consumi (al minimo da oltre un quarto di secolo) e ha finito per ridurre il potere d’acquisto delle famiglie con inevitabile contrazione del giro d’affari complessivo. Non solo. Il peso del fisco (e il prossimo aumento dell’aliquota Iva al 22% dal 1 luglio) ha notevolmente compresso i margini costringendo gli imprenditori a fare di necessità virtù incidendo spesso sul costo del lavoro.