Sicilia, al museo di Ravanusa dieci addetti per zero biglietti venduti

Pubblicato il 18 Marzo 2010 14:42 | Ultimo aggiornamento: 18 Marzo 2010 14:42

Più custodi che visitatori: il triste record di un museo di provincia è però la spia di un andazzo più generale. Le spese per gli stipendi dei dieci addetti tra custodi e responsabili della manutenzione dell’area archeologica di Ravanusa, in Sicilia, ammontano a 340 mila euro l’anno. Gli ingressi nel museo nello stesso periodo hanno registrato uno scoraggiante zero assoluto. Succede a Ravanusa, ma di situazioni simili in tutta l’isola ce ne sono a decine.

E’ un paradosso per una delle regioni a più altra concentrazione di beni culturali dell’intero pianeta, piena di musei e aree archeologiche. Il caso è esploso con un dossier arrivato sul tavolo dell’assessore regionale ai Beni culturali Gaetano Armao «perché così non si può più andare avanti». Così si scopre che museo dopo museo, zona archeologica dopo zona archeologica, la Regione spende per il personale che custodisce i beni culturali complessivamente 67 milioni di euro l’anno, dai quali ricava appena 12,9 milioni di euro.

Per invertire la rotta l’assessore Armao ha annunciato la pubblicazione a breve di bandi per la privatizzazione di 87 musei e siti archeologici, scatenando le proteste del Partito democratico e dei sindacati. La situazione è dovuta in parte alla scarsa promozione dei siti stessi ma anche dal peso eccessivo del personale cresciuto di anno in anno: ai mille dipendenti se ne sono aggiunti altri 700 di una società regionale creata dell’ex governatore Salvatore Cuffaro: ciò ha portato ad avere un esercito di 1770 custodi. Il settore in Sicilia è infatti servito per assumere personale ad ogni tornata elettorale, mentre la Regione nel frattempo non sapeva nemmeno quanto incassava dai propri beni.

Ecco una serie di esempi. A Caltagirone c’è il museo della ceramica nel quale lavorano 41 dipendenti, lo stesso numero dei custodi impiegati alla Valle dei templi di Agrigento, per gli stipendi dei quali la Regione spende 1,3 milioni di euro l’anno con incassi pari ad appena 16 mila euro dai biglietti di ingresso. Il museo archeologico di Caltanissetta nel 2008 ha registrato appena 34 visitatori paganti, per 63 euro d’incasso e per gli stipendi dei 14 custodi, la Regione ha stanziato 557 mila euro.  A Marianopoli, piccolo centro poco distante da Caltanissetta, l’incasso annuale del museo archeologico è stato di 286 euro a fronte di spese per lo stipendio dei 14 custodi pari a 561 mila euro. Non va meglio alla Villa Romana di San Biagio a Messina, che ha avuto 500 visitatori paganti per un incasso di 959 euro, che chiaramente non basta a coprire spese per il personale pari a 358 mila euro.

A salvarsi da queste enormi differenze tra i ricavi e le spese sono soltanto la Valle dei Templi di Agrigento e il Teatro greco di Taormina. La zona archeologica di Mineo vicino Catania  ha avuto 33 visitatori, mentre il museo di storia naturale di Terrasini ha avuto appena 488 visitatori paganti a fronte dei 1500 ingressi gratuiti per un incasso pari a solo 811 euro: qui i custodi sono ben 23 per un costo di 1 milione di euro.

Se questo è quello che accede in Sicilia nel resto d’Italia la situazione non è delle migliori: 400 siti e zone archeologiche dello Stato costano, per mantenere l’esercito di 21 mila dipendenti, ben 650 milioni di euro all’anno, a fronte d’incassi per 104 milioni. Il settore inoltre negli ultimi due anni ha registrato un calo in tutto il Paese pari al 7 per cento.