Stefano Cucchi, famiglia ricorre in Cassazione: “Fu un omicidio”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 12 Marzo 2015 23:11 | Ultimo aggiornamento: 12 Marzo 2015 23:11
Stefano Cucchi, famiglia ricorre in Cassazione: "Fu un omicidio"

Stefano Cucchi (foto Ansa)

ROMA – L’avevano annunciato subito dopo la sentenza d’appello che aveva mandato assolti tutti gli imputati del processo per la morte del loro congiunto, Stefano Cucchi, morto in ospedale una settimana dopo il suo arresto per droga, e adesso l’hanno fatto: la famiglia ha affidato alla Cassazione il suo desiderio di verità. E lo ha fatto proponendo ricorso contro la sentenza che ha mandato assolti dall’accusa di lesioni tre agenti penitenziari; decisione, questa, confermata in appello nell’ottobre scorso.

La famiglia Cucchi non contesta la parte della sentenza nei confronti di sei medici e tre infermieri, anche loro assolti in appello (in primo grado i medici furono condannati per omicidio colposo): prima del secondo grado di giudizio, infatti, ha ottenuto un risarcimento dall’ospedale nel quale Stefano nell’ottobre 2009 morì. Anche la Procura generale si è rivolta al Supremi giudici, con un ricorso redatto dal sostituto Mario Remus, rappresentante della pubblica accusa nel processo d’appello.

Nel ricorso della famiglia Cucchi si parte da un ‘grido’ d’allarme, già sollevato davanti al giudice preliminare: un ritenuto esistente difetto nella formulazione dell’imputazione. E non è un ‘passaggio’ ininfluente nella vicenda processuale: “non è stato mai contemplato l’evento morte”, e quindi a loro avviso non si è partiti da un’ipotesi accusatoria ‘corretta’, ovvero quella “che avrebbe dovuto vedere il fatto qualificato come omicidio preterintenzionale” nei confronti dei tre agenti. Da non dimenticare il fatto che l’ipotesi accusatoria iniziale fu che Cucchi era stato ‘pestato’ nelle celle del tribunale, in ospedale erano state ignorate le sue richieste e addirittura era stato abbandonato e lasciato morire di fame e sete. Cosa chiedono adesso i familiari? Di cambiare imputazione, dichiarare la nullità della sentenza e retrocedere il processo alla celebrazione del primo grado di giudizio. Anche perché dal dibattimento sarebbe emerso “un collegamento inevitabile tra le lesioni subite da Stefano e la sua morte. Il processo è saturo di elementi di fatto che ci dicono che è agli imputati che va attribuito il fatto lesivo delle percosse e delle lesioni e che quegli eventi hanno un legame intenso ed ineludibile con la morte di Stefano”.

Se permangono, poi, quei dubbi sulla causa della morte già sollevati in passato, la cosa per i familiari non può che portare a una nuova perizia. Più ad ampio raggio il ricorso della procura generale, che chiede l’annullamento dell’intera sentenza d’appello, definita a più riprese illogica e contraddittoria. Nell’atto processuale, tra l’altro, si sottolinea come siano state “scartate valide e probabili ipotesi di aggressione violenta, prospettando una possibile accidentalità dei fatti”, e “sottostimato il significato, il valore e la gravità delle numerose lesioni sul corpo della vittima, giungendo a indicare l’azione che ha causato le lesioni come una semplice ‘spinta’, ed escludendo un’azione aggressiva condotta con maggiore intensità”. L’effetto è la richiesta di accoglimento del ricorso, annullamento della sentenza d’appello, e il rinvio del processo a un altro giudice.