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Bolivia. Sgominata e in manette banda di 18 italiani accusati di truffa

Polizia boliviana

Polizia boliviana

BOLIVIA, LA PAZ – La polizia boliviana ha sgominato una banda di truffatori italiani che vendevano apparecchi elettrici con marche false e a prezzi gonfiati: 18 presunti membri dell’organizzazione criminale sono stati arrestati nella notte fra mercoled� e giovedi a La Paz, insieme a due complici locali, con l’accusa di truffa aggravata e contraffazione di marchi. Fernando Mercado, responsabile di una unità speciale Anticrimine della polizia locale, ha spiegato che “queste persone vendevano utensili elettrici, come pompe o motoseghe, fabbricati in Cina, ai quali veniva cambiata la marca, facendoli diventare tedeschi”.

Il sottosegretario all’Interno, Jorge Perez, ha aggiunto che gli agenti hanno scoperto a El Alto, nei dintorni della capitale boliviana, un deposito con centinaia di prodotti – come motoseghe, scatole di attrezzi e generatori di corrente – con marche contraffatte che erano venduti a prezzi gonfiati dalla banda di truffatori. “Quando mi hanno offerto gli apparecchi e ho visto la marca, il prezzo mi è sembrato conveniente”, ha raccontato Edgar Torrico, una delle 40 vittime della truffa che hanno riconosciuto i responsabili.

Il procuratore responsabile dell’inchiesta, Humberto Quispe, ha spiegato che i prodotti di origine cinese erano venduti a circa 1.500 dollari l’uno, quando in realtà costavano sui 100 dollari. L’ambasciatore italiano a La Paz, Luigi de Chiara, si è incontrato oggi con il sottosegretario Perez e il sottosegretario agli Esteri, Juan Carlos Alurralde, per informarsi sulla vicenda, e ha detto che esiste “piena collaborazione” da parte delle autorità boliviane.

L’identità degli arrestati non è stata resa nota, poichè le indagini sul caso sono ancora in corso. Il modus operandi dei truffatori di La Paz rassomiglia molto a quello riscontrato in altri casi denunciati negli ultimi mesi in altri paesi dell’America Latina. A luglio, due italiani sono stati fermati a Coyahique, nella Patagonia cilena, con l’accusa di aver venduto generatori di corrente e motoseghe cinesi spacciandoli per prodotti tedeschi. Lo stesso è avvenuto ad ottobre a Paysandù, nel nord dell’Uruguay, e successivamente a Quito, in Ecuador.

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