Cina, internati un milione di musulmani in campi di prigionia segreti

di Caterina Galloni
Pubblicato il 26 Novembre 2019 6:00 | Ultimo aggiornamento: 26 Novembre 2019 0:58
militari cinesi ansa

Militari cinesi (foto Ansa)

ROMA – La Cina tiene in campo di internamento almeno un milione di musulmani appartenenti a minoranze etniche nel Nord Ovest del Paese, come descritto in alcuni documenti trapelati del partito Comunista e valutati in modo indipendente da esperti che ritengono siano autentici.  La Cina ha dichiarato che sono stati “fabbricati”.

I documenti, che sono stati ottenuti dall’International Consortium of Investigative Journalists  e condivisi con il Guardian, la Bbc e altri 15 partner del mondo dell’informazione, sembrano coerenti con le prove crescenti che il Paese gestisca dei campi di internamento segreti, non volontari e mirati alla “trasformazione dell’istruzione” ideologica.

Quando sono emerse le notizie di internamenti di massa privi di processo, le autorità di Pechino hanno inizialmente negato l’esistenza dei centri di internamento, i cui detenuti sono principalmente Uiguri e altre minoranze etniche. Dopo che le foto satellitari e un’ondata di testimonianze di ex detenuti e parenti sono diventate impossibili da ignorare, il partito ha insistito sul fatto che si trattasse di una “formazione professionale” volontaria.

La cache include un ordine del 2017, o “telegramma”, che descrive in dettaglio come devono essere costruiti e diretti i campi nello Xinjiang. Firmato da Zhu Hailun, il principale funzionario della sicurezza e vice capo del partito comunista nello Xinjiang, illustra come i centri sono stati progettati per esporre i detenuti a un periodo di indottrinamento forzato.

Il documento afferma: 

1) I campi devono aderire a un rigoroso sistema di controllo fisico e mentale totale, con più livelli di serrature su dormitori, corridoi, piani ed edifici. Attorno a ciascun edificio e alle pareti attorno al complesso dovrebbero essere posizionati delle recinzioni. Un’apposita stazione di polizia deve essere ubicata all’ingresso principale, il tutto monitorato dalle guardie di sicurezza nelle torri di guardia.

2) I detenuti potrebbero essere trattenuti per un tempo indefinito, ma prima che possano essere liberati devono rimanere almeno un anno nei campi. I campi devono essere gestiti su un sistema a punti. I detenuti guadagnano crediti per “trasformazione ideologica”, “rispetto della disciplina” e “studio e formazione”.

3) Anche dopo aver completato la “trasformazione dell’istruzione”, i detenuti non tornano in libertà. Vengono trasferiti in campi di un secondo livello, dove affrontano un ulteriore internamento da tre a sei mesi per la “formazione delle competenze lavorative”.

4) Le telefonate settimanali e una videochiamata mensile con i parenti sono il loro unico contatto con il mondo esterno e, come punizione, possono essere sospese.

5) “Prevenire la fuga” è una priorità assoluta. L’ordine richiede la videosorveglianza 24 ore su 24 “priva di punti ciechi” per monitorare ogni momento della giornata di un detenuto. Il controllo di ogni aspetto della loro vita è completo al punto che deve essere assegnato un posto specifico non solo nei dormitori e nelle aule, ma anche nella fila per la mensa.

Ci sono stati molti resoconti da parte di persone che nei campi hanno subito delle torture, stupri e abusi. In un apparente segno di timore per le conseguenze del maltrattamento,  Zhu dice allo staff che “non permetterebbe mai morti anomale”.

Molti dettagli sono stati forniti dagli ex detenuti del campo. Forniscono inoltre sorprendenti nuove informazioni, tra cui il periodo minimo di reclusione di 12 mesi e che ci sono due livelli di campi.
Il primo sembra incentrato sull’ideologia e sulle competenze linguistiche in mandarino; successivamente i detenuti passano altri sei mesi di “formazione delle competenze lavorative” in un secondo centro di detenzione.

Ci sono state diverse e credibili segnalazioni di lavoro forzato nello Xinjiang, come parte del sistema dei campi del governo. Alcuni di quelli che “completano” i sistemi di rieducazione possono essere costretti a lavorare nei campi di secondo livello.

L’ordine indica inoltre che gli ex detenuti rimangano sotto sorveglianza anche dopo il rilascio, almeno per un anno.

Le autorità cinesi negano di gestire dei campi di internamento e affermano che i “centri di istruzione e formazione professionale” fanno parte di una repressione mirata all’estremismo e al terrorismo.

Nel 2009, quasi 200 persone, molte delle quali dell’etnia Han cinese, sono morte durante le rivolte nella capitale regionale, Urumqi. Decine di altre persone sono state uccise e centinaia rimaste ferite in una serie di attacchi terroristici nelle città dello Xinjiang e oltre. Gli Uiguri hanno inoltre combattuto con gruppi militanti estremisti all’estero, inclusa l’adesione all’Isis in Iraq.
Il documento chiarisce che, man mano che i campi di internamento aumentavano, le autorità erano preoccupate per la diffusione del programma di detenzione, anche all’interno delle gerarchie ufficiali cinesi.

Nel documento c’è la richiesta del “rigoroso segreto” e, oltre a un prevedibile divieto di video e telecamere, al personale viene anche ordinato di non aggregare dati importanti, impedendo così anche a chi si trova all’interno del sistema di comprenderne la portata.
 
Fonte: Daily Mail