David McMillan e la rocambolesca evasione dalla prigione di Bangkok

di Caterina Galloni
Pubblicato il 3 Ottobre 2021 - 11:00 OLTRE 6 MESI FA
David McMillan e la rocambolesca evasione dalla prigione di Bangkok

David McMillan e la rocambolesca evasione dalla prigione di Bangkok (foto d’archivio Ansa)

Il britannico David McMillan è stato il primo occidentale a evadere dalla famigerata prigione “Bangkok Hilton” in Thailandia. Ha riacquistato la libertà grazie a un seghetto, una rivista porno e un ombrello. Il Sun racconta la storia dell’ex trafficante di droga.

La storia di David McMillan

Nel 1993 era stato arrestato nel quartiere Chinatown di Bangkok per traffico di eroina e condannato. Quando ha deciso di evadere stava rischiando la pena di morte. Era detenuto nel carcere di massima sicurezza, in cui sono presenti fino a 20.000 carcerati, con muri di cemento elettrificati e un fossato di 16 metri come perimetro. Da allora McMillan ha dato una svolta alla sua vita, ha scritto un’autobiografia ed è apparso in vari programmi televisivi.

A 65 anni, oggi ammette che vorrebbe aver fatto un uso migliore della sua giovinezza e si “vergogna” di non aver fatto qualcosa di buono, anziché rimanere coinvolto nel commercio degli stupefacenti che in prigione gli è quasi costato la vita. Il carcere in cui è stato detenuto McMillan viene ironicamente chiamato “Bangkok Hilton”.

In realtà è tutt’altro che un albergo a cinque stelle. Tuttavia, grazie a una scala di bambù realizzata da solo, un seghetto, una rivista porno e un ombrello, è riuscito a evadere.

Il racconto di McMillan

Al Sun Online, McMillan ha spiegato: “Ho iniziato a tagliare le sbarre della mia cella. Ogni colpo del seghetto sulla sbarra provocava dei suoni. Ho tagliato una sbarra e mezza. Non potevo più aspettare.”

L’autore ha raccontato che le condizioni igieniche erano pessime, nei dormitori c’erano 150 persone e un solo bagno, luci accese 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e un rumore costante.

“Non c’erano letti. Tutti erano incatenati intorno alla caviglia”. L’unico modo per sopravvivere era corrompere le guardie carcerarie e i “supervisori”, detenuti a cui erano consentiti alcuni compiti di controllo dopo aver ottenuto la fiducia del personale carcerario.

Una sera, quando a McMillan stavano mettendo la catena attaccata alla caviglia, ha pagato un “supervisore” con delle sigarette. In questo modo, ha spiegato “non gli avrebbe fratturato la caviglia con il martello”. Da quel momento ha impegnato i 18 mesi successivi a pensare al piano di fuga.

Qualsiasi oggetto che trovava poteva rivelarsi utile. Ha messo in atto un piano per scavalcare le mura della prigione, alte 5 metri, e per evadere ha chiesto aiuto ad amici fuori dal carcere. Ricorda di aver escogitato un piano per contrabbandare le lame di un seghetto e ha chiesto a un complice di metterle in una confezione regalo di Fortnum & Mason contenente delle confetture esotiche. Nascoste in fondo c’erano delle fascette per cavi con nastro adesivo e una pergamena con la poesia “Desiderata” di Max Ehrmann del 1920, ovvero le “cose desiderate o necessarie”. E ironia della sorte, le lame si trovavano nella parte superiore e inferiore.

“Sapevamo che nella confezione avremmo dovuto mettere qualcosa che le guardie avrebbero confiscato e dunque ho detto al mio aiutante: “Cerca il massimo, pornografia di alta qualità”. Ha funzionato. I secondini hanno sequestrato le riviste e poi lanciato la confezione regalo a McMillan.

Con una scala di bambù i cui pioli erano delle cornici, pantaloni kaki, un ombrello pieghevole e una pistola finta, McMillan era pronto a prendere l’iniziativa. E nell’agosto 1996, è passato attraverso le sbarre della finestra della prigione, ha issato un supporto di fortuna ed è sceso. “Mi sono calato usando come corda alcune cinghie della fabbrica di stivali dell’esercito”, ha spiegato e si è diretto verso la fabbrica più vicina dove ha costruito la scala di bambù improvvisata e l’ha usata per arrampicarsi sui muri elettrificati.

“Stavo per nuotare nel fossato ma mi sono reso conto che era proprio dove vivevano le guardie. A quel punto ho girato davanti all’ingresso principale e ho attraversato un ponticello pedonale. Avevo portato l’ombrello pieghevole nero, indossavo dei pantaloni lunghi color kaki. Pensavo che potevo essere scambiato per una guardia in ritardo nel lavoro e che si muoveva di nascosto. Cosa che a volte accadeva. Inoltre, i prigionieri che evadono non vanno in giro con un ombrello aperto”.

L’evasione

Erano le 6 del mattino e il sole stava per sorgere quando McMillan riuscì a sgattaiolare oltre una torre di guardia piena di secondini addormentati ma si è imbattuto nella sua guardia carceraria. Sapeva che sarebbe stata una questione di tempo prima che si accorgessero che era scappato dalla sua cella.

A quel punto ha utilizzato l’ultimo trucco, l’ombrello con cui ha nascosto il viso mentre continuava a camminare verso il cancello principale.

“Mi sono voltato a guardare la prigione e ho pensato: Poveri bastardi, resteranno lì per sempre”. Una volta libero, era pronto a salire su un aereo in partenza dalla Thailandia. Prima di evadere, un detenuto cinese-laotiano gli aveva fatto avere un passaporto falso pagato $ 1.200 e una valigia con dei vestiti da mettere in un armadietto dell’aeroporto.

La ricevuta era entrata di nascosto nella prigione. “Salgo su un paio di taxi per confondere dove sto andando. Ho una chiave. Entro in un appartamento, vado in bagno e dovrebbe esserci il passaporto”. In seguito si è diretto all’aeroporto, con l’intenzione di prenotare un volo a lungo raggio ma una delle due carte di credito era esaurita. Nel disperato tentativo di sfuggire alle autorità thailandesi, ha acquistato un biglietto per Singapore. Una volta sull’aereo, McMillan ricorda che il pilota aveva annunciato che a causa di un passeggero il decollo era in ritardo.

Nel frattempo le guardie carcerarie thailandesi si trovavano intorno all’aereo, pronte ad arrestarlo. “Ma i portelloni si sono chiusi” e l’aereo è decollato. Prima di tornare nel Regno Unito via Pakistan, ha trascorso un po’ di tempo a Singapore. Era sulla red list dei criminali ricercati dell’Interpol e per un paio d’anni è rimasto in Pakistan. Lavorò per un amico ma tornò dietro le sbarre per ulteriori accuse di traffico di stupefacenti dalle quali fu in seguito assolto.

Nel 1999 ormai libero è tornato nel Regno Unito ma nel 2012 è stato nuovamente arrestato a Orpington, nel sud-est di Londra. Accusato di essere in possesso di 35 grammi di eroina cuciti nella fodera di una maglietta, spediti nella sua abitazione. Mentre scontava la pena nella prigione di Wandsworth, le autorità thailandesi ritirarono la richiesta di estradizione, assolvendolo dalla condanna a morte. Ora è un uomo libero e sostiene di non aver più a che fare con il traffico di droga. Sui 40 anni nel traffico di stupefacenti – 20 dei quali trascorsi in prigione – ha scritto il libro “Unforgiving Destiny”. Attualmente conduce uno stile di vita semplice con la compagna Jeanette e lavora come installatore di telecamere di videosorveglianza.