Nanga Parbat, Daniele Nardi morto. Messner: “Gli dissi che andare lì era una stupidità”

di Veronica Nicosia
Pubblicato il 10 marzo 2019 11:12 | Ultimo aggiornamento: 11 marzo 2019 8:11
Daniele Nardi, dolore di Messner: gli dissi che andare lì era stupidità

Nanga Parbat, Daniele Nardi morto. Messner: “Gli dissi che andare lì era una stupidità”

ROMA – Le speranze di ritrovare vivi gli alpinisti Daniele Nardi e Tom Ballard sul Nanga Parbat si sono spente il 9 marzo, quando i loro corpi senza vita sono stati avvistati a 6mila metri nell’angolo più pericoloso della parete. I cadaveri dei due alpinisti resteranno lì, sulla montagna che nessuno prima di loro aveva osato sfidare, troppo pericoloso andare a riprenderli. Un grande dolore per l’alpinista Reinhold Messner, che aveva messo in guardia Daniele da quel progetto. “Salire sullo sperone Mummery non è un atto eroico, ma stupidità”: questo disse Messner all’alpinista di Latina per tentare di dissuaderlo dalla partenza.

Dolore e amarezza. Questo il sentimento di Messner per la perdita di Daniele e Tom. Un sentimento ancora più forte per lui, che proprio su quella montagna nel 1970 aveva visto morire il fratello Gunther durante una discesa. “Tre o quattro anni fa, dissi che salire sullo sperone Mummery non è un atto eroico, ma è stupidità”, racconta Messner all’Ansa, e aggiunge: “Pare che siano morti a 6.000 metri, nell’angolo più pericoloso della parete, adesso però è troppo tardi per dire che in quell’angolo io non ci andrei. Certo, chi va in montagna rischia sempre  però l’arte dell’alpinismo sta nella capacità di superare difficoltà e di evitare pericoli e in quell’angolo di Nanga Parbat, alla base del Mummery, non si possono aggirare i pericoli e un bravo alpinista in quell’angolo non va”.

Ora per Messner il pensiero va ai familiari delle due vittime, i cui corpi per ora resteranno intrappolati sulla parete dove hanno trovato la morte: “Siccome andare lì a piedi è troppo pericoloso, mi auguro che in primavera un elicottero specializzato vada a prendere i due corpi per restituirli ai loro cari, prima che la neve e il ghiaccio li sommergano”. Un dolore che l’alpinista conosce molto bene, dato il corpo del fratello fu restituito dal ghiacciaio solo 35 anni dopo la sua morte: “E’ fondamentale che i loro congiunti abbiamo la possibilità di capire, di sapere, perché tutto questo è capitato alla fine del mondo e una persona normale non può immaginare: il Nanga Parbat è una montagna molto complessa, pericolosa, che ha una storia terribile”.

Una montagna che l’alpinista conosce bene, lui che ha perso suo fratello e l’ha ripercorsa in solitaria nel 1978: “Quando abbiamo trovato il corpo di mio fratello, ho portato tutta la mia famiglia alla base di questa montagna per poter raccontare loro che cosa era successo: avevano la necessità di capirlo emozionalmente, spero che anche i parenti di Nardi e Ballard possano fare un’esperienza simile, prima o poi”.

Fonte Ansa