New York. Incinta, per lavorare al topless bar deve sopportare il mobbing

Pubblicato il 3 Marzo 2010 10:11 | Ultimo aggiornamento: 3 Marzo 2010 10:23

Quando Jennifer Paviglianiti, banconista di un topless bar di 29 anni, scoprì di essere incinta, decise di aspettare tre mesi prima di dirlo al suo capo, John Doxey. Ma il pettegolezzo fu più veloce di lei e, appena il boss lo seppe, non nascose i suoi pesanti dubbi sulla capacità della ragazza di continuare a lavorare in quel locale di Long Island.

Dapprima la costrinse a pulire le superfici con l’ammoniaca (nonostante avrebbe tranquillamente potuto farlo con prodotti più sicuri per una donna nelle sue condizioni), poi le affiancò un’altra barista che facesse i suoi stessi turni per farla guadagnare meno. Insomma, «provò in tutti i modi a spingermi ad andarmene» sostiene la coraggiosa Jennifer, che ha deciso di far causa a Doxey per discriminazione davanti alla commissione per le Pari opportunità nell’impiego degli Stati Uniti (Eeoc).

«Facendo una ricerca su Internet ho scoperto quanto fosse difficile per le donne provare la discriminazione nei fatti – racconta Paviglianiti – per questo ho cominciato a portarmi un registratore nella borsetta quando andavo al lavoro». I “risultati” non si sono fatti attendere: «Una donna incinta dietro il bancone, in un topless bar, non può che nuocere agli incassi e tu in quelle condizioni non potresti assolvere a tutti tuoi doveri professionali» sbotta Doxey in una registrazione che Jennifer ha consegnato all’emittente televisiva statunitense Abc.

«Non dico che tu non ci stia provando, ok, ma per prima cosa non voglio che ti succeda niente e, secondo, i clienti non vengono qui per vedere bariste sexy incinte che si gonfiano ogni giorno di più, mi dispiace…» continua Doxey. «Ogni settimana diventi più grossa e meno sexy, ok… Non sto dicendo che tu non mi faccia guadagnare, sto solo dicendo che ci sono diversi fattori di cui devo tenere conto e i clienti non vogliono entrare e vedere una donna incinta al bar. Perché non riesci a ficcartelo in testa?». Una volta raccolte le prove, Jennifer è tornata su internet e ha digitato “diritti delle donne”.

È così che ha trovato l’avvocato Jack Tuckner, che si è complimentato con lei per la mossa del registratore: «Cose di questo genere accadono tutti i giorni, ma di solito è difficile provarle. Invece qui abbiamo una “pistola fumante”. È un caso sfacciato». Registrare una conversazione, come ha fatto Jennifer, nello stato di New York è completamente legale, dal momento che basta solo il consenso di una delle parti. Dopo aver chiesto consiglio all’avvocato, la ragazza è tornata ad affrontare Doxey, che l’ha riassunta, anche se non più come barista ma come cassiera.

Jennifer, in realtà, sarebbe un’insegnante, ma non è riuscita a trovare un posto adatto alle sue competenze e con la bambina in arrivo non può certo permettersi di restare disoccupata. «Ho bisogno di lavorare – spiega la ragazza – e anche se così prendo meno della metà dei soldi che guadagnavo prima è sempre meglio di niente». Jennifer continuerà comunque la sua causa per discriminazione, perché vuole che Doxey «impari la lezione». Paviglianiti non è la prima donna a cui sia accaduto un episodio del genere. Quest’anno, ad esempio, Margaret Gibson ha ottenuto 80 mila dollari dopo aver fatto causa per discriminazione alla U.S. Security Associates.