Di Maio strappa al Pd il premio Tafazzi: meglio 50 milioni che 5 miliardi

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 16 luglio 2018 12:09 | Ultimo aggiornamento: 16 luglio 2018 12:09
Di Maio strappa al Pd il premio Tafazzi: Meglio 50 milioni che 5 miliardi

Di Maio strappa al Pd il premio Tafazzi: Meglio 50 milioni che 5 miliardi

ROMA – Di Maio alla battaglia dei formaggi, per spezzare le forchette ai canadesi. Da un pugno di dollari ad uno di formaggi. Quei formaggi che pesano per meno dell’1% nello scambio commerciale tra Italia e Canada e che hanno convinto il vicepremier Luigi Di Maio a dichiarare guerra al Ceta, l’accordo di libero scambio tra Ue e Canada. [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] Strappando così, tra l’altro, il premio Tafazzi al Pd che lo conservava da tempo.

Per difendere infatti le ragioni di italianissimi produttori di formaggi vari, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico sceglie di scontentare l’interesse dell’altrettanto italianissimo 99% di esportatori e aziende varie che con il Paese nordamericano hanno costruito un rapporto commerciale a favore dell’Italia per qualche miliardo di euro. A conti fatti, ecco la ponderata scelta di Luigi Di Maio ministro dello Sviluppo economico: meglio 50 milioni (dei formaggi appunto) che cinque miliardi (interscambio commerciale in crescita col Canada. Ministro dello Sviluppo economico?

La vicenda è quella dell’accordo di libero scambio tra Europa e Canada. Un accordo non ancora entrato in vigore perché su di esso il potere fra Bruxelles e le capitali viene condiviso e quindi, dopo le ratifiche del Parlamento europeo e del Consiglio dei ministri Ue, si devono pronunciare tutti i parlamenti nazionali. Ma, c’è un ma, in attesa che i 28 Parlamenti si pronuncino, da settembre scorso è stato sospeso “in via provvisoria” il 98% dei dazi e vincoli alle vendite di prodotti europei in Canada e viceversa. In sostanza, convinti della bontà delle misure proposte, si è deciso di anticipare quel che s’immaginava essere il futuro, prossimo. Una scelta forse affrettata e persino poco rispettosa dei vari Parlamenti ma che ha offerto la possibilità di testare il libero scambio.

E i risultati sono che in 10 mesi le esportazioni del “made in Italy” in Canada sono cresciute di circa l’8% rispetto allo stesso momento del 2017. Una tendenza che proiettata nei prossimi mesi vedrebbe crescere in un anno il fatturato delle imprese italiane di circa 400 milioni di euro. Che significa almeno ottomila posti di lavoro in più. Un numero che torna nelle scelte del ministro Di Maio. Risultati che hanno fatto felici i costruttori di automobili italiani che hanno visto sparire dazi del valore del 10% e arrivare il loro fatturato a 300 milioni l’anno; hanno fatto brindare il mondo della moda su cui i dazi pesavano addirittura fino al 18% con un fatturato da 260 milioni. E poi risultati che hanno ingrassato il mondo e il fatturato da 160 milioni della ceramica e via elencando fino ai produttori di 149 alimenti di tutta Europa (di cui 39 italiani) che hanno ottenuto la denominazione d’origine che prima non esisteva.
Accordo, quindi, da bocciare. Almeno secondo il governo italiano.

Già perché nonostante siano tutti contenti, ci sono i produttori italiani di formaggi che protestano. Perché? Perché hanno ottenuto la denominazione d’origine. Una categoria che pesa per 50 milioni di euro, pari allo 0,91% del monte degli scambi commerciali tra Italia e Canada, ha per questo convinto il ministro dello Sviluppo Economico a cambiare rotta sul Ceta minacciando i funzionari italiani a favore di essere rimossi e promettendo che l’accordo non sarà ratificato dal Parlamento italiano.

Il vulnus, il problema secondo i produttori in questione e Coldiretti che li rappresenta, è che la difesa dei nomi di origine non è blindata, e poco importa che prima non esisteva e senza accordo tornerà a non esistere, perché i canadesi con l’accordo continuerebbero a vendere ‘parmesan’ e altre simili perle gastronomiche. E questo non lo si può permettere. Ergo meglio nessun accordo, nessuna tutela e nuovi, anzi vecchi dazi che frenano le esportazioni. Con buona pace di quel 99% di aziende che avrebbero volentieri fatto affari col Canada creando, magari, qualche posto di lavoro in Italia.