Donne in carriera? Solo se single e senza figli

Pubblicato il 6 agosto 2010 8:31 | Ultimo aggiornamento: 6 agosto 2010 8:31

Nonostante il gap tra le retribuzioni di uomini e donne negli Usa sia stia assottigliando, l’uguaglianza tra i generi nel mercato del lavoro resta ancora una chimera, anche ai livelli più alti. Ormai non è più questione di aperta discriminazione, scrive David Leonhardt sul New York Times: in teoria, tutti hanno le stesse possibilità di fare carriera, ma, in pratica, le donne che scelgono di avere dei figli rischiano di giocarsi questa possibilità.

Restano in corsa le zitelle inacidite, le frustrate senza figli, il spesso spiega le piccole crudeltà e le vessazioni inutili cui le donne di potere sottopongono i loro dipendenti. Con le anedottiche aziendali dell’ultimo secolo, Fiat in testa, ci si potrebbe fare non un libro ma una enciclopedia.

Basta guardare la composizione della Corte Suprema degli Usa per avere una fedele riproduzione della realtà americana: gli ultimi tre uomini nominati hanno avuto almeno un matrimonio alle spalle e sono diventati padri, complessivamente, per ben sette volte. Le ultime tre donne invece, Elena Kagan, Sonia Sotomayor e Harriet Miers (che si è ritirata), risultano da sempre single e senza figli.

Poche sono le donne, negli Stati Uniti come in Italia, chiamate a ricoprire ruoli dirigenziali di primo piano, sia nel settore pubblico che in quello privato. E la vera ragione è che l’economia occidentale fa pagare molto cara ogni assenza al lavoro, ogni rinuncia allo straordinario, ogni periodo part-time chiesto dalle neo-mamme per riuscire a conciliare professione e famiglia.

Bastano poche settimane di permesso per mettere a repentaglio, definitivamente, la propria carriera. Sono rarissimi i casi in cui, al rientro, una donna riesce a ricominciare a lavorare alle stesse condizioni di quando aveva temporaneamente lasciato il posto. «Interi percorsi professionali sono loro preclusi e le ripercussioni sulla busta paga sono permanenti» scrive il giornalista.

Ecco perché, in media, una donna che lavora a tempo pieno guadagna il 23 per cento il meno di un uomo nella stessa posizione. Secondo un recente studio della University of Chicago, il gap si crea nel tempo. Subito dopo la laurea, infatti, ragazzi e ragazze hanno orari e stipendi pressoché identici. Ma a quindici anni dall’entrata nel mondo del lavoro, gli uomini guadagnano fino al 75 per cento in più delle loro colleghe che, nel frattempo, si sono sposate e hanno avuto dei figli.

Non a caso, nella ricerca firmata da Marianne Bertrand, Claudia Goldin e Lawrence Katz, un solo sottogruppo di donne risulta aver compiuto un percorso simile a quello degli ex compagni di università: si tratta, naturalmente, delle single senza figli che mai hanno chiesto un permesso al lavoro.

Le pesantissime e irreversibili conseguenze professionali dell’essere genitori, hanno portato un crescente numero di madri ad abbandonare completamente il lavoro. Lo scorso anno, il 40,2 per cento delle neo-mamme (con bambini sotto i tre anni) si dichiarava casalinga, mentre nel 1998 la percentuale si assestava sul 38,6 per cento. L’aumento è comune a tutte le fasce sociali e risulta indipendente dal tipo di istruzione ricevuta.

Per modificare una tale situazione è necessario, argomenta Leonhardt, un cambiamento sia nelle politiche sociali che nella mentalità. Alcuni step fondamentali potrebbero essere l’introduzione dei permessi pagati per maternità (gli Stati Uniti sono l’unico Paese occidentale dove il periodo di congedo non è retribuito) o una legge, simile a quella recentemente approvata nel Regno Unito, che riconosca ai lavoratori il diritto di modificare il proprio lavoro a tempo pieno in un part-time o in un analogo impiego con orario flessibile.

Nonostante ciò, nota il giornalista, anche nell’Europa più attenta ai problemi delle working moms, le possibilità di carriera per le donne con figli restano minori. La strada per raggiungere l’uguaglianza, insomma, è ancora molto lunga, su entrambe le sponde dell’Atlantico.