L’Irlanda è salva, ma l’euro no. Chi sarà il prossimo? La Spagna? I casi Atene e Dublino a confronto

Pubblicato il 30 Novembre 2010 10:57 | Ultimo aggiornamento: 30 Novembre 2010 11:47

Se l’Europa ha salvato l’Irlanda dalla crisi con il maxi-piano da 85 miliardi di euro, la moneta unica non se l’è cavata bene in Borsa. I mercati sono andati giù e scivola ancora l’euro nel suo rapporto con il dollaro: arriva a quota 1.3064, il punto più basso negli ultimi due mesi. Vanno verso l’alto gli spread, i differenziali di rendimento dei vari titoli di Stato decennali rispetto al Bund tedesco. Primato negativo invece per il rendimento dei Btp decennali italiani che ha toccato i 201 punti base.

Non va bene per i bond irlandesi (688 punti base, primato negativo). Stessa cosa per la Spagna (276), mentre i titoli portoghesi raggiungono quota 457.

Per l’Italia è arrivata anche qualche preoccupazione economica dalla Commissione europea: secondo Bruxelles il Pil salirà nel 2011 dell’1,1%, esattamente come quest’anno, e solo nel 2012 toccherà un +1,4% che sarà comunque inferiore di mezzo punto alla crescita media della zona Euro. Il rapporto deficit/Pil scenderà, ma più lentamente rispetto agli auspici: dal 5% (nel 2010) al 4,3% (2011), al 3,5% (2012). Ma l’Europa chiede di tornare sotto il 3%. Quanto al debito pubblico italiano, secondo le previsioni Ue resterà sempre in alto: 118,9% del Pil nel 2010, 120,2% nel 2011 e 119,9% nel 2012.

Olli Rehn, il commissario Ue agli affari economici e monetari, ha commentato: «È fondamentale che l’Italia rispetti i suoi obiettivi fiscali: se necessario dovranno essere presi ulteriori provvedimenti. Ne sapremo di più quando faremo le valutazioni su misure e obiettivi nella procedura per deficit eccessivo».

C’è un rischio bancarotta alle porte per altri Paesi allora dopo Grecia e Irlanda? Ce la farà l’Italia ad evitare il contagio? Per Simon Ward, capo economista alla Henderson Global Investors di Londra contattato dal Riformista, «un salvataggio irlandese non risol- verà il problema fondamentale, ovvero il fatto che la crescita economica nei periferici è stata annullata da una combinazione di contrazione monetaria e rafforzamento dell’euro. Senza cre- scita, i piani di consolidamento fiscale non funzioneranno, spingendo altri paesi sulla linea del fuoco».

SPAGNA Secondo quanto scrive Paul Krugman “il piatto forte è la Spagna.Da un punto di vista americano, della Spagna colpisce molto quanto la sua economia assomigli alla nostra. Come l’America, la Spagna ha vissuto una grande bolla immobiliare, accompagnata da un notevole aumento dell´indebitamento nel settore privato. Come l’America, la Spagna è caduta in recessione quando quella bolla è esplosa, e ha subito un´impennata della disoccupazione. Come l’America, infine, la Spagna ha visto il proprio deficit di bilancio gonfiarsi a dismisura, grazie a introiti in picchiata e a spese riconducibili alla recessione. Contrariamente all’America, però, la Spagna è sull’orlo di una crisi debitoria. Il governo statunitense non sta incontrando difficoltà nel finanziare il proprio deficit, avendo tassi di interesse sul debito federale a lungo termine inferiori al tre per cento. La Spagna, invece, nelle ultime settimane ha assistito a un gigantesco aumento del costo dei prestiti, fattore che riflette le crescenti preoccupazioni di un possibile default in futuro. Per quale motivo la Spagna è in tali guai? Con una parola, per colpa dell´euro. La Spagna è stata tra i Paesi che nel 1999, quando fu introdotto, adottarono l´euro con grande entusiasmo. Per un po´ sembrò che le cose andassero a meraviglia: i fondi europei affluirono in Spagna copiosi, alimentando la spesa nel settore privato, e l´economia spagnola andò incontro a una rapida crescita. (…) Se la Spagna avesse ancora una propria valuta, come gli Stati Uniti – o come la Gran Bretagna, che peraltro ne condivide le caratteristiche – potrebbe lasciare che essa si svaluti, rendendo nuovamente competitivo il proprio settore industriale. Dal momento che la Spagna invece ha adottato l´euro, questa possibilità non le è concessa. Anzi: Madrid dovrà procedere a una “svalutazione interna”. In altri termini dovrà tagliare i salari e i prezzi fino a quando le proprie spese non torneranno in linea con quelle dei Paesi vicini. Il fatto è che la svalutazione interna è una gran brutta faccenda. Tanto per cominciare è lenta: di norma occorrono anni di forte disoccupazione per far scendere i salari. Inoltre, salari più bassi significano redditi inferiori, mentre il debito resta uguale. Di conseguenza, la svalutazione interna aggrava i problemi debitori del settore privato. Tutto ciò implica che la Spagna andrà incontro nei prossimi anni a prospettive economiche alquanto magre.

ATENE E DUBLINO Cosa c’è dietro il pericolo del buco di Atene e di Dublino? Secondo il Sole 24 ore nel primo caso il buco di bilancio è largamente attribuibile alla dissennata e clientelare gestione della spesa pubblica. Il governo di centrodestra, precedente all’attuale, nel giro di cinque anni ha fatto esplodere il debito, passato dai 180 miliardi del 2004 ai 300 del 2009. Nel secondo caso invece la crisi è  di origine bancaria. Gli istituti di credito sono stati travolti dalla crisi finanziaria, i cui effetti sono stati aggravati dallo scoppio della bolla immobiliare.

Ecco le differenze tra i due piani: “Dopo mesi di rinvii e tutubanze (soprattutto della Germania alle prese con scadenze elettorali) il piano di salvataggio della Grecia viene approvato il 2 maggio 2010. Atene si accorda con Ue, Bce e Fondo monetario internazionale per un pacchetto triennale da 110 miliardi di cui 80 a carico dei patrner dell’area euro. Nel primo anno l’aiuto è di 45 miliardi, di cui 30 con prestiti bilaterali dai paesi dell’area euro (a un tasso di circa il 5%) e 15 dal Fmi al 3,26%. La fetta più corposa degli aiuti arriva dalla Germania (primo “azionista” dell’euro): 22 miliardi e 40 milioni di euro”.

“Anche il salvataggio Dublino è il risultato di un intervento congiunto di Unione europea, Bce e Fondo monetario internazionale. Il piano triennale di aiuti è più contenuto rispetto a quello della Grecia ed è pari a 85 miliardi, di cui 35 da destinare alle banche. Diversa è la ripartizione del prestito che suddiviso in quote uguali tra Fondo monetario internazionale, fondo salva stati della zona euro (European Financial Stability Facility o Efsf) e del bilancio Ue (European Financial Stabilisation Mechanism)”.