Lavoro modello tedesco: mini-job, part-time, flessibilità. Con l’ok dei sindacati

di Redazione Blitz
Pubblicato il 10 settembre 2014 20:36 | Ultimo aggiornamento: 10 settembre 2014 20:36
Lavoro modello tedesco: mini-job, part-time, flessibilità. Con l'ok dei sindacati

Lavoro modello tedesco: mini-job, part-time, flessibilità. Con l’ok dei sindacati

ROMA – Come funziona il mercato del lavoro e il rapporto fra il sindacati e imprese in Germania? Lo spiega Frank-Juergen Weise, presidente dell’Agenzia per il lavoro di Berlino, a Eugenio Occorsio de La Repubblica. Weise giudica la cooperazione dei sindacati tedeschi un fattore fondamentale per l’uscita del Paese dalla crisi in cui era finito agli inizi del Duemila.

Sindacati che hanno accettato i mini-job, i part-time con poche tutele, la flessibilità. Weise aveva spiegato a Cernobbio che la Germania non è solo sinonimo di austerity ma significa anche concertazione e cooperazione con i sindacati. Obiettivo? Un lavoro per tutti in cambio di meno diritti e meno soldi.

«Se dovessi stilare una classifica dei fattori che hanno reso vincente la formula tedesca del lavoro, metterei al primo posto la cooperazione sindacale, che ha permesso di superare brillantemente il periodo difficilissimo di dieci anni fa e ora torna ad essere l’elemento guida per la riscossa dall’attuale congiuntura negativa». Il presidente dell’Agenzia per il lavoro tedesca, Frank-Juergen Weise, è venuto al Forum Ambrosetti per spiegare nei dettagli il modello preferito dal governo italiano per affrontare la questione lavoro. E ha risollevato l’immagine del suo Paese, messo sotto accusa per tutta la giornata dagli economisti anti-austerity.

«I sindacalisti di qualsiasi categoria sono persone in possesso di una visione ampia dei problemi. Il punto di svolta è stato quando i sindacati non si sono opposti alla contrattazione decentrata a livello locale e aziendale rinunciando ai contratti nazionali».
Però hanno anche accettato mini-job e part-time con scarse tutele?
«La nostra esperienza prova che quei lavori sono il viatico per soluzioni più stabili e tutelate».
Insomma si meritano la cogestione?
«Vorrei essere preciso: i sindacati non partecipano ai management board delle aziende ma solo ai supervisory board, organismi d’indirizzo nominati per metà da loro e per metà dall’azienda. Partecipano però al 100% agli working council, ulteriori organi costituiti nelle imprese con più di 200 dipendenti per affrontare le emergenze occupazionali. Anche qui si dimostrano responsabili e non vanamente conflittuali».

La parola d’ordine del Jobs act di Renzi è “flessibilità”, in entrata e in uscita. E’ solo uno slogan?
«Per l’entrata puntiamo sull’apprendistato, che copre 344 mestieri, dal parrucchiere all’agente assicurativo, e riguarda il 70% dei giovani che accedono al lavoro. Dura, secondo la professione, due o tre anni, durante i quali il giovane passa il 25% del tempo a scuola professionale e il 75% in azienda. L’apprendista riceve uno stipendio fra i 389 e i 900 euro, non è tutelato e può essere licenziato. Ma di solito ciò non avviene: in questo momento si trovano in questo stato un milione e mezzo di giovani. Una volta entrato nel mondo del lavoro, inizia per loro un’altra fase: per i primi sei mesi sono ancora privi di tutele, per il successivo anno e mezzo serve una ragione più solida per licenziarli. Dopodiché si stabilizzano con un contratto a tempo indeterminato ».

Scattano allora tutele per il lavoratore tipo articolo 18?
«Serve una giustissima causa per licenziarlo, dopodiché può fare ricorso al Tribunale per un unico grado di giudizio. Il più delle volte, la corte si limita a fissare l’entità dell’indennizzo e piuttosto raramente reintegra il lavoratore. Ovviamente è più dura per i dipendenti nel caso di licenziamento collettivo. A questo punto entriamo in gioco noi. Gestiamo due fondi. Uno, di 35 miliardi, è costituito con un contributo del 3% sulle buste paga coperto per metà dalle aziende e per metà dai lavoratori. Finanzia un indennizzo pari all’80-90% dell’ultimo stipendio, simile alla vostra cassa integrazione ma con la differenza che il lavoratore è ufficialmente disoccupato, fuori dagli organici aziendali. Passato un anno, si passa sotto la tutela di un secondo fondo, di 14 miliardi finanziato direttamente dallo Stato, chiamato di basic welfare: eroghiamo un sussidio di disoccupazione uguale per tutti, pari oggi a circa 900 euro. Può durare anche molto a lungo, e comunque fino all’età della pensione. Nel frattempo il disoccupato riceve proposte di lavoro che è obbligato ad accettare che possono comportare il trasferimento in qualunque parte della Germania (a meno che non dimostri speciali esigenze familiari), altrimenti perde il sussidio».