Pensioni future: 20-30% in meno dell’ultimo stipendio e si lavorerà più a lungo

di Redazione Blitz
Pubblicato il 7 Giugno 2013 12:22 | Ultimo aggiornamento: 7 Giugno 2013 12:25
Pensioni future: 20-30% in meno dell'ultimo stipendio e si lavorerà più a lungo

Pensioni future: 20-30% in meno dell’ultimo stipendio e si lavorerà più a lungo (Sole 24 Ore)

ROMA – Le pensioni del futuro? Saranno più “magre” del 20% rispetto all’ultimo stipendio. Nelle migliori delle ipotesi, perché per arrivare al “traguardo” di un assegno pensionistico pari all’80% dell’ultima busta paga bisognerà lavorare più a lungo e preferibilmente integrare con un fondo pensione privato. Il Sole 24 Ore ha elaborato i dati della Ragioneria dello Stato, che mostrano come nel passaggio (che sarà comunque molto lento) al sistema contributivo, i pensionati di domani hanno solo da perderci.

Il tasso di sostituzione netto. È il rapporto fra il primo assegno pensionistico e l’ultima retribuzione. Prendiamo un lavoratore dipendente con 36 anni di contributi:

nel 2010 la sua pensione era pari al 79,5% dell’ultimo stipendio (Es: busta paga di 2.000 euro, pensione di 1590 euro).
Nel 2020 questo rapporto scenderà al 74,6% (stipendio 2.000, pensione 1.492).
Nel 2035 toccherà il punto più basso: 67,8% (stipendio 2.000, pensione 1.356).
Inizierà a risalire nel 2040 (68,2%) per poi arrivare nel 2060 a 69,5% (stipendio 2.000, pensione 1.390).

Nel caso invece di un lavoratore dipendente che lavori più a lungo possibile, fino a 42 anni di contributi:

nel 2010 la sua pensione era pari all’86,9% dell’ultimo stipendio (busta paga 2.000 euro, pensione 1.738).
Nel 2020 non varierà di molto, calando all’85,7% (stipendio 2.000, pensione 1.714).
Il punto più basso lo toccherà nel 2040: 77,7% (stipendio 2.000, pensione 1.554).
Poi risalirà, e nel 2060 sarà del 79,6% (stipendio 2.000, pensione 1.592)

Per un lavoratore autonomo con 36 anni di contributi, il futuro pensionistico è tutt’altro che roseo:

nel 2010 percepiva una pensione netta pari all’89,9% dell’ultima mensilità netta (con 2.000 euro, una pensione di 1.798 euro).
Nel 2015 sarà già scesa drasticamente al 76,2% (con 2.00o di reddito mensile, una pensione di 1.524 euro)
Il minimo lo toccherà nel 2030: 64% (reddito mensile 2.000, pensione 1.280 euro)
Poi risalirà lentamente fino al 69,8% del 2060 (reddito 2.000, pensione 1.396 euro)

Montagne russe per i lavoratori autonomi con 42 anni di contributi:

si passa dal 98,1% del 2010 ad addirittura il 106,9% del 2015 (reddito mensile 2.000, pensione 2.138 euro),
poi si precipita all’83,8% del 2020 (reddito 2.000, pensione 1.676)
fino al 73,8% del 2040 (reddito 2.000, pensione 1.476),
per risalire al 79,6% del 2060 (reddito 2.000, pensione 1.592)

Fondi pensione privati. È chiaro che stando così le cose il ricorso alla previdenza integrativa si farà sempre più massiccio – da parte di chi, ovviamente, avrà uno stipendio che gli consenta di farlo – tanto che il nome dei fondi pensione privati è diventato “previdenza complementare”, ovvero necessaria a colmare i vuoti della pensione pubblica. Così si potrà aggiungere dal 13% (per chi inizia dai 45 anni) al 23% dell’ultimo stipendio netto all’assegno pensionistico statale: un “secondo pilastro”.

Coefficienti di trasformazione. È la percentuale di rendita, calcolata nel sistema contributivo, sul totale dei contributi versati nella vita lavorativa dal pensionato. Serve per capire quanto verrà rivalutato il montante dei contributi che si è versato. Il coefficiente di trasformazione è calato dell’11,4% dal 1996, anno di entrata in vigore della riforma Dini, passando da 6,136% al 5,435%. Continuerà a scendere fino al 4,53% del 2065.

Passaggio (lento) al contributivo. I cambiamenti comunque saranno molto graduali, e non si tratta necessariamente di un male. Nel 2015 in pensione con il sistema contributivo (basato cioè sui contributi versati dal lavoratore) si troverà l’1,1% dei pensionati, contro un 12% col sistema misto e ben l’86,9% col sistema retributivo (basato sugli ultimi stipendi del pensionando). Nel 2025 saranno ancora in grande maggioranza i pensionati col sistema retributivo (65,8%) contro un buon 30% col sistema misto e un esiguo 4% col sistema contributivo. Nel 2035 prevarrà il sistema misto (52,5%), con un 36,3% di retributivo e l’11,2% di contributivo. Nel 2050 sarà il 50,7% col sistema misto, il 40,4% con il contributivo, e ancora l’8,9% col retributivo.

Perché le donne prendono pensioni più basse degli uomini. Perché il 56,5% delle donne – contro l’11,6% degli uomini – è in pensione con meno di 25 anni di contributi, per farsi carico della famiglia. Così le donne, pur essendo il 53% del totale dei pensionati, incassano il 44% dei redditi totali da pensione. Più di 5 milioni di donne percepiscono un assegno pensionistico inferiore ai 1.000 euro, contro i 2,9 milioni di uomini. Presto, fra 5 anni i due sessi avranno gli stessi requisiti di pensionamento: se non migliora il tasso di occupazione femminile, tutt’ora molto più basso di quello maschile, il sistema non reggerà.

Aspettativa di vita. Già, perché il sistema prevede che nel 2060 ci sarà un allungamento della vita media di 5,4 anni per gli uomini e di 3,9 per le donne. Adesso gli uomini campano in media 83,7 anni (cioè 18,7 in più dei 65 anni) e le donne 87,3 anni (22,3 anni oltre i 65). Nel 2060 quindi un italiano su 3, il 33%, sarà over 65 (oggi sono uno su 5, il 20,9%) e quasi un italiano su 10 sarà over 85. Stime di Istat, Ue e Bce calcolano che fra 50 anni dieci italiani attivi (cioè lavoratori percepenti stipendio) avranno a loro carico 8,4 italiani non attivi (la somma di pensionati e under 20).

Per reggere questo sistema necessità di valori più o meno costanti di Pil e di una disoccupazioni che cali lentamente fino al 7,5%. Se invece il Pil continuerà a calare, la disoccupazione a crescere e il tasso di natalità resterà quello attuale di 1,43 figli per donna, sarà collasso totale. Allora il problema non sarà di prendere una pensione più bassa, ma di non prenderla proprio.