“Vale troppo poco”: dopo cinquecento anni la Russia dice addio al vecchio copeco

Pubblicato il 17 agosto 2010 16:45 | Ultimo aggiornamento: 17 agosto 2010 21:14

Un copeco

Addio vecchio copeco, dopo cinque secoli di onorato servizio, da Ivan il Terribile all’impero dei Romanov, dall’Urss alla Russia postsovietica, segnando la vita quotidiana e anche i capolavori della letteratura russa. Il parlamento pensa di mandarlo in pensione in autunno, accogliendo la richiesta della banca centrale: coniarlo costa troppo, più del suo valore, ormai diventato così insignificante che nei negozi nessuno reclama gli spiccioli.

Un copeco, ossia un centesimo di rublo, vale 0,025 centesimi di euro: per un euro occorrono quindi 3900 copechi. Per realizzare una moneta da 5 copechi, invece, ne sono necessari 72. Annientate dall’inflazione, per la gioia dei numismatici saranno tolte dalla circolazione le monetine da 1, 5 e 10 copechi, mentre sarà graziata quella da 50, secondo le anticipazioni del sito Vesti.ru dell’omonima emittente statale. Con il copeco, protagonista di decine di proverbi, icona dell’immaginario russo, scomparirà un pezzo della storia del Paese, che a questa moneta ha eretto anche monumenti in varie città, da Mosca a Nizhni Novgorod.

Nato nel 1535 con la riforma monetaria avviata da Galina Glinskaia, madre di Ivan il terribile, il copeco diventò il simbolo della riforma stessa e dell’unificazione dei vari territori russi intorno a Mosca in uno spazio monetario unico. Alla gente dell’epoca piacque subito, come confermano alcuni proverbi dell’epoca: ”Se, risparmiando un copeco, guadagni un rublo, anche il ricco è contento di aver un copeco in più”.

Inizialmente era fatto d’argento, e per decenni rimase una delle principali unità di scambio in Europa. Le prime monete da un copeco avevano lo stemma di Mosca con San Giorgio che trafigge il drago con una lancia: kopeika deriva proprio da kopiò, che in russo significa lancia. Negli anni Venti e Trenta il comunismo cambiò l’effigie, dopo la breve parentesi cartacea del copeco per fronteggiare le spese della prima guerra mondiale: falce e martello sullo sfondo del globo terrestre circondato dalle spighe di frumento, con lo slogan “Proletari di tutti i Paesi unitevi”, tolto solo negli anni Ottanta.

Il conio delle monete da 1, 2 e 3 copechi fu sospeso dopo il crollo dell’Urss fino al 1998, a causa dell’iperinflazione, anche se nel mercato potevano essere usate quelle uscite in precedenza. Subito dopo fu rispolverata l’effigie di San Giorgio, tuttora in uso. Per cinque secoli i russi hanno fatto i conti con i copechi, sino alla liberalizzazione selvaggia dei prezzi nel 1992: prima che tutto salisse alle stelle, una monetina da tre centesimi dava diritto a un biglietto del tram, una da cinque consentiva una corsa in una delle più grandi metropolitane del mondo, quella di Mosca, e dieci copechi bastavano per un pacchetto di ‘papirose’, le maleodoranti sigarette russe. Nel 1991 un pacco di zucchero costava 90 copechi, una pagnotta 70, una confezione di ricotta da 250 grammi 50, la Pravda 40 (ma nel 1981 bastavano 2 copechi).

Nel XVI secolo e nella prima metà del XVII con 1 copeco si acquistavano due dozzine di uova, con 5 camicia e pantaloni, con 10 una pecora. Ora non si compra più nulla, come del resto suggerisce il nome di una catena di supermercati russi a prezzi stracciati: ‘Copeika’. Ma il copeco ha segnato anche le necessità economiche e le opere dei grandi scrittori russi, da Dostoievski a Cechov, da Turghienev (”per una candela da una copeca, lo sapete, è bruciata Mosca”, dice Basarov, il protagonista di Padri e Figli) a Pushkin, che nel suo Boris Godunov ha lasciato la potente scena del furto del copeco allo ‘Iurodivi’, il pazzo chiaroveggente che poi maledice lo zar.