Tasse, effetto evasione: il lavoro autonomo toglie 21 euro su cento ai dipendenti

di Sergio Carli
Pubblicato il 4 Aprile 2011 14:16 | Ultimo aggiornamento: 4 Aprile 2011 14:20

(foto Roberto Monaldo / LaPresse)

ROMA – Dispiace calcolarlo perchè qualcuno, anzi molti, si sentiranno ingiustiamente coinvolti nel mucchio e del calcolo se ne avranno a male. Dispiace, ma la matematica non è un’opinione: con l’evasione fiscale il lavoro autonomo toglie di tasca al lavoro dipendente 21 euro ogni cento. E’ una media statistica e la media non distingue tra i comportamenti individuali, ma la media è impietosa e non lascia dubbi. Ogni contribuente italiano nasconde e sottrae  al fisco in media 17 euro e 87 centesimi su cento euro di reddito reale. Ma se è un lavoratore autonomo, se cioè il suo reddito non è tassato “alla fonte”, se è lui a dichiarare quanto guadagna, allora l’evasione pro capite è di 38 euro e 41 centesimi. La differenza con un lavoratore dipendente, insomma uno che vive di stipendio o pensione o comunque di redditi tassati alla fonte come Bot, Btp, titoli azionari e conti correnti bancari, è appunto di 21 euro su cento. E’ questo il vantaggio che il lavoro autonomo si prende per via fiscale su quello dipendente. Non è un’opinione, è matematica. E i dati sono quelli ufficiali della Agenzia delle Entrate.

Si può certo dire che i lavoratori dipendenti e i pensionati evadono meno non per virtù ma perché ci sono costretti appunto dalla “ritenuta alla fonte”. Si può perfino sostenere che talvolta i costi reali di una attività autonoma sono tali da rendere inostenibile l’attività stessa se non ci fosse una “compensazione” da fisco evaso. Si può invocare l’inutilità e la pericolosità di “criminalizzare” intere categorie, milioni di persone che sgobbano ogni giorno e una volta ogni paio di anni vanno a votare. Tutto si può dire e pensare, tranne ridurre la matematica ad opinione. Ogni anno, per via fiscale, per mezzo di diversa e squilibrata evasione fiscale, i milioni di lavoratori autonomi levano 21 euro su cento ai milioni di lavoratori dipendenti. Lo sa bene anche Tremonti che sta preparando la riforma del fisco, lo sa bene Tremonti che il fisco italiano è “albero storto” che divide i contribuenti in figli e figliastri. E i “figliastri” sono la maggioranza ed è questa la loro maledizione. Se si abbassano le tasse alle decine di milioni di “figliastri”, quellia  cui le tasse sono trattenute “alla fonte”, allora il gettito fiscale sicuro per lo Stato diventa molto più basso e molto meno sicuro.

Resta da capire perché questa palese, colossale e prolungata ingiustizia fiscale non determini rivolta di massa. Prima risposta: perché quelli che ci guadagnano dall’ingiustizia sono minoranza ma minoranza vastissima: milioni e milioni di lavoratori autonomi. Seconda risposta: perché quelli che ci rimettono spesso provano a “rincorrere” nell’evasione quelli che dall’evasione ci guadagnano. Terza, ultima ma non ultima risposta, anche questa matematica: perchè anche se ingiustamente tassato, l’Italia non è un paese povero ma un paese ricco, molto ricco. La percentuale italiana sul Pil mondiale è del tre per cento. La popolazione è l’un per cento di quella mondiale. La ricchezza pro capite accumulata è invece pari al 5,7 per cento di quella mondiale. Quasi sei volte il rapporto con la popolazione e quasi il doppio il rapporto con il Pil prodotto. Ricchezza pari a 8.600 miliardi di euro, 4,3 volte il debito pubblico italiano. Seduti, aggrappati, scaglionati, insediati su questa montagna di ricchezza che pure si sta erodendo e sgretolando, gli italiani convivono, e sopportano, di essere figli e soprattutto “figliastri” del fisco storto.