Tommaso Cerno, da An al Pd, trasformismo o fuga da Repubblica?

di redazione Blitz
Pubblicato il 28 gennaio 2018 12:55 | Ultimo aggiornamento: 29 gennaio 2018 9:30
Tommaso Cerno si candida col Pd

Tommaso Cerno, da An al Pd, trasformismo o topo in fuga da Repubblica?

ROMA – Retroscena sul passato politico e sull’uscita di Tommaso Cerno da Repubblica, dopo appena 3 mesi dalla nomina a condirettore sono affiorati in un articolo del sito “Gli Stati Generali”. Gli Stati Generali è un giornale on line con pedigree. Tra i suoi fondatori c’è Jacopo Tondelli, fondatore dell’Inkiesta. L’articolo sembra credibile, anche se non sono citate fonti e non ci sono verbali e intercettazioni. Se non ci saranno smentite, l’insieme è raggelante. Intitolato “Da AN al “Fascismo di Renzi”: Tommaso Cerno, una storia italiana”, contiene piccanti dietro le quinte sul processo decisionale che ha portato alla sua nomina e sullo psicodramma delle battute finali della sua permanenza al giornale. Mancano solo Corrado o Gerry Scotti. In compenso Dagospia è scatenato: “CERNO-BYL!”.

La redazione di Repubblica, 400 giornalisti in tutto, 3 per mille copie vendute in edicola, è sbalordita. Sia per lo strabiliante percorso di Cerno, da militante di An a candidato del Pd, sia per il processo decisionale che ha portato alla sua nomina a co-capo giornalistico dell’ex primo quotidiano d’Italia.

Sotto le insegne dell’allora partito di Gianfranco Fini, Alleanza Nazionale, nel 1996, Cerno si candidò senza successo alle elezioni comunali di Udine. C’è da augurargli che questa volta, con una base di elettori di “sinistra”, tutta per i diritti in genere e dei gay in particolare, gli vada un po’ meglio di vent’anni fa, con quei virilacci dei post fascisti friulani.

Tommaso Cerno, 42 anni, assunto all’Espresso nel 2009 da Daniela Hamaui, ha fatto una rapida carriera non solo come comparsa televisiva e prolifico autore di libri, un vero fenomeno per riuscire a fare tutte quelle cose assieme, un mostro di produttività e capacità organizzativa che ci fa sentire tuttiinadeguati; ma anche nella gerarchia: direttore del Messaggero Veneto nel 2014, direttore dell’Espresso nel 2016. I giornalisti di Repubblica rimasero colpiti, oltre che dal glamour e dall’alone Arcigay, dal track record di Cerno a Udine, che peraltro è la sua città. Durante i 20 mesi della direzione di Cerno, il Messaggero Veneto ha perso 3.600 copie delle 12.400 perse in 12 anni, fino all’agosto 2017, data della sua nomina a Repubblica. Un terzo delle copie in un ottavo dei mesi trascorsi.

Anche se il Messaggero Veneto ha accolto la candidatura del suo ex redattore e direttore con un titolo meteorologico, quasi caraibico: “Nel Pd si abbatte il ciclone Cerno e sconvolge gli equilibri”, le reazioni sono state in genere di negativo stupore. Uno che lascia un posto come quello di condirettore di Repubblica dopo appena tre mesi non lascia bene pensare. Fragilità di nervi, ammissione di sconfitta? Scoprire che l’Italia ha bisogno di te come senatore in quel Senato che il tuo sponsor Matteo Renzi voleva abolire non è molto credibile.

Giovanni Valentini, che è stato glorioso direttore dell’Espresso negli anni della occupazione berlusconiana e anche vice direttore di Repubblica con Scalfari, nella sua rubrica settimanale sul Fatto (trasmigrò dopo una epurazione da Comintern), è andato giù tranchant:

“Non sarà un gran danno per Repubblica, l’uscita del condirettore Tommaso Cerno che ha deciso di candidarsi nel Pd, ma neppure un grande guadagno per la politica. E forse, i primi a tirare un sospiro di sollievo saranno i sette vicedirettori che, appena tre mesi fa, avevano accettato o subìto questa nomina, scavalcati da un’imposizione del “nuovo” editore, il gruppo Gedi, costituito dalla famiglia De Benedetti e dalla Fiat. Ma, comunque lo si voglia giudicare, questo è un altro sintomo di quella crisi d’identità e di appartenenza che ha colpito il quotidiano di Eugenio Scalfari dopo la maxi-fusione da cui è scaturito l’ircocervo chiamato “Stampubblica”: insomma, libera uscita per tutti”.

Sempre sul Fatto, Marco Franchi, sentenzia:

“Per Repubblica, invece, un condirettore che finisce direttamente in lista col Pd è un nuovo motivo di imbarazzo”,

ma riconosce:

“L’esperimento iniziato a ottobre con lo spostamento da L’Espresso al giornale del prossimo deputato dem è sostanzialmente fallito: Cerno non ha avuto la forza di mettere Calabresi sotto tutela, né c’è stata la ripresa delle vendite che l’azienda, visti gli ingenti investimenti nel restyling, si aspettava. Quest’ultimo motivo rende il buonumore dell’attuale direttore di Repubblica forse eccessivo: si è certo tolto di mezzo un peso, un collega con cui non aveva legato, ma il suo posto – nonostante il sostegno di John Elkann – non è saldo come pare credere”.

 

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