“Porti sfiga!” “Mi rovini, ti faccio causa”. Giampiero Hruby, lo “iettatore”

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 18 settembre 2014 15:23 | Ultimo aggiornamento: 18 settembre 2014 15:23
Giampiero Hruby

Giampiero Hruby

MILANO – “Lei è uno iettatore!” e lui, in risposta, lo querela. Il processo comincerà il prossimo 23 settembre e sembra, anzi si potrebbe quasi dire è, la trasposizione in fatti reali di quella che è ormai una delle commedie classiche della letteratura italiana: “’a Patenti” di Luigi Pirandello.

La storia è quella di Giampiero Hruby, uomo di pallacanestro e conosciuto nel mondo del basket per aver fatto l’allenatore (è stato assistente scudettato di Sergio Scariolo, ha vinto un campionato di serie A2 con l’Aurora Desio) e per essere diventato, col tempo, procuratore prima e consulente tecnico poi, ruolo che a giudicare dai fatti di cui è protagonista deve aver attirato invidie e maldicenze.

Un bel giorno infatti, brutto probabilmente per Hruby, un signore di nome Matteo Refini, partecipando ad un blog dal nome “Io e l’Olimpia”, là dove l’Olimpia in questione è la EA7 Olimpia Milano, squadra di basket, afferma che Hruby è, usando le parole del Duca Conte Semenzara che accusa l’incolpevole ragionier Fantozzi Ugo di averlo fatto perdere al casinò con la sua sola presenza, un “menagramo di un menagramo”. Cioè uno iettatore e, per di più, lo mette nero su bianco su internet, là dove tutti possono leggerlo.

Complice l’apparentemente immortale costume umano del “non è vero ma non si sa mai”, e con l’aiuto della rete che funziona meglio di qualsiasi megafono o volano, il dubbio insinuato da Refini cresce, si diffonde e finisce col trasformarsi in un problema. Almeno per Hruby. Secondo i suoi legali infatti, che hanno quantificato in 145 mila euro la richiesta di danni, patrimoniali e non, quell’accusa di “menagramo” ha causato “sofferenza e imbarazzo” al loro assistito, ma soprattuto la rottura di contratti importanti proprio con l’EA7 Olimpia Milano e con Dan Peterson, l’allenatore-commentatore-presentatore forse più mediaticamente di successo nel panorama della pallacanestro italiana.

Hruby, a sostegno della propria tesi, nel processo presenterà due documenti: una lettera dell’allora presidente dell’EA7, Livio Proli, che lo spostava ad altro incarico “con minore visibilità perché, pur non condividendo un solo rigo di quanto pubblicato, il prestigio del gruppo non può prescindere da ciò che in concreto, colpevolmente o meno, viene recepito da appassionati, addetti ai lavori e semplici tifosi”, di fatto una diminuzione di mansioni, e un’email di Peterson che si diceva “molto preoccupato per la mia immagine e la mia carriera a causa del dispregio della tua reputazione (iattura, malocchio, ecc.)”.

Gli avvocati di Refini replicano sottolineando la sorprendente tempestività di queste lettere. Lasciando cioè intendere che si tratti di documenti prodotti ad arte (e concordati) per sostenere la tesi di Hruby.

A prescindere da quella che sarà la verità processuale, tutta la storia ricorda in modo eccezionalmente vivido la commedia di Pirandello. Quella commedia portata a teatro da Eduardo De Filippo e sul grande schermo da Totò e sintetizzabile nella battuta “Allora voglio la patente da iettatore”. Patente buona per trasformare la fama negativa in profitto. Da iettatore patentato infatti, Totò si fa pagare per non diventare affezionato cliente dai titolari stessi dei negozi che visita.

Peccato quindi che manchino ancora tra anni al centenario della composizione della commedia di Luigi Pirandello “La Patente”, datata 1917. Peccato perché la storia che arriva da Milano sarebbe perfetta per celebrarla. Molte volte la composizione pirandelliana è stata riprodotta, adattata, interpretata e messa anche in forma cinematografica ma mai, come in questo caso, era diventata reale.