Coronavirus, in fuga sulla Maiella. Cronaca di una domenica senza piaceri

di Antonio Del Giudice
Pubblicato il 1 Giugno 2020 10:26 | Ultimo aggiornamento: 1 Giugno 2020 10:26
Coronavirus, in fuga sulla Maiella. Cronaca di una domenica senza piaceri

Coronavirus, in fuga sulla Maiella. Cronaca di una domenica senza piaceri

Coronavirus e Ritorno. Decido con mia moglie di vincere gli indugi. Dopo novanta giorni di isolamento in compagnia del cane, andiamo fuori a pranzo. Facile a dirsi. Quando decideremo di scalare il Monte Bianco, mi sentirò più sicuro. Scelgo un ristorante sotto la Majèlla, poco meno di cinquanta chilometri da casa mia. Un posto che frequento da un quarto di secolo, molto apprezzato dagli intenditori.

Andarci è un piacere. Oggi, domenica postquarantena, è un rebus. La voglia di uscire dal recinto è troppo forte, la giornata di sole è giusta, l’acquolina è abbondante. Mi preparo lentamente, non ho più il ritmo degli orari. Abituato ad arrivare in anticipo, arriverò in ritardo. Come se avessi al piede una palla da condannato ai lavori forzati. Faccio con calma, e che l’orologio si fotta!

In automobile dopo 3 mesi di quarantena da coronavirus

Salgo in automobile dopo tre mesi, l’ho fatta lavare perché era indecente. Mi metto alla guida, faccio fatica a riprendere la padronanza delle leve. Ho la patente da cinquantatré anni. Mi sento strano.

I cinquanta chilometri sembrano non finire più. Sbaglio gli incroci di una strada che dovrei conoscere come le mie tasche. Non riesco a capire se è più breve o più lunga di quanto io ricordi. Mia moglie mi guarda perplessa. Riesco a nascondere il disagio.

A metà strada sono stanco, cederei la guida, ma non posso. Il mio orgoglio di settantenne non può cedere. Oggi non è giornata per debolezze da ragazzini.

Il cimitero del Paese annuncia la meta vicina. Saluto i morti e faccio i debiti scongiuri. Manca meno di un chilometro. Sono stremato.
Parcheggio l’automobile, il cielo si è incupito. L’ingresso del ristorante, luogo familiare per me, è una tempesta di prescrizioni e di divieti. Entro con la mascherina, mi santifico le mani. Mi intristisco.

Ci accolgono uomini e donne in mascherina come me. Riconosco i miei amici dalla stazza e dagli occhi. Non riusciamo a scambiarci un sorriso.

A tavola con le misure di sicurezza

La sala è grande come un campo di calcetto. Una trentina di ospiti ben distanziati. Contenitori di gel in ogni angolo. Commensali smascherati, personale di servizio protetto e distante. Tutto in sicurezza.

Le parole prigioniere cedono il campo a gesti con la mano. I movimenti del capo accompagnano il sì e il no. Le proposte su menù monouso. Per i vini c’è una app da affrontare col telefonino.

Arriva l’uomo in divisa per le ordinazioni. Tergiverso, faccio il difficile. Mi scappa detto che non ho fame. Mia moglie mi guarda come fossi impazzito.

Il patron mi chiede se sto bene. Sì certo che sto bene, ma eviterei di mangiare molto. Lo dico con un’aria vaga. Non si capisce se dico per davvero o scherzo. Mi arrendo. Decido che mi sono suggestionato da solo.

Ordino come faccio normalmente. Forse preoccupato per me, il patron riprende colore, si tranquillizza. Dall’antipasto al dolce. Bollicine, Pinot noir, cognac, caffè. Mi sento già meglio. Tre ore di piacere. È tempo di andare.

Il sole si è nascosto, piove, fa freddo. Lascio la guida a mia moglie. Mi ricompongo sul sedile del passeggero. Continuo a rigirarmi nei miei pensieri. Un ottimo pranzo in un clima da Coronavirus. La quarantena mi ha tolto il piacere dei piaceri.