Antonio Sansonetti

“12 anni schiavo”: Solomon Northup, il “Django Enchained” di Steve McQueen

ROMA – 12 anni schiavo (12 Years a Slave) è un altro film di Steve McQueen che farete molta fatica a dimenticare. In Hunger, il regista britannico ci ha sbattuti nelle carceri inglesi con gli irlandesi dell’Ira, a guardar morire di fame Bobby Sands. Con Shame McQueen ci aveva fatto convivere con le ossessioni di un erotomane anaffettivo, divorato dalle viscere di una New York capitale del sesso e della solitudine.

12 anni schiavo, tratto dall’omonimo libro autobiografico che Solomon Northup pubblicò nel 1853, candidato a 9 premi Oscar, in uscita nei cinema giovedì 20 febbraio, ci mette di fronte a un argomento scomodo in un momento in cui serpeggia una gran voglia di razzismo. Distratti dal ditino alzato del politicamente corretto, abbiamo perso di vista la luna. La luna è la storia dello schiavismo, un sistema di sfruttamento in cui l’atrocità era un ingranaggio e che si legittimava con deliranti teorie sulla supremazia della razza “bianca”.

LA TRAMA. Siamo nel 1841 a Saratoga Springs, Stato di New York, dove per 33 anni un afroamericano, Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor), artigiano e violinista, ha vissuto da uomo libero, con una moglie e due figli. Una vita che si trasforma in un incubo quando Northup incontra due truffatori, che lo adescano con la promessa un ingaggio ben pagato e lo portano a Washington per festeggiare l’accordo con una cena. Ma il vino è drogato, Solomon si sente male e si risveglia incatenato, spogliato e senza documenti in una cella, dove due balordi lo accusano di essere uno schiavo fuggito dalla Georgia. Quando prova a protestare riceve la sua prima, pesantissima, razione di bastonate sulla schiena. In quel momento realizza che non è più un uomo, è una merce rubata alla libertà e venduta ai trafficanti di schiavi. Viene caricato su una nave, destinazione Louisiana. Un viaggio che serve è una brutale anteprima di quello che lo aspetta: una vita da Solomon enchained, dove chi protesta incontra solo pallottole o nerbate, e chi si ammala viene soppresso come l’ultima delle bestie da soma.

A terra lo aspetta un mercante di schiavi dal beffardo nome di Freeman (Paul Giamatti), che a suon di schiaffi fa capire al violinista che non deve mai più rivendicare la sua condizione di uomo libero: il suo nome adesso è Platt e il suo prezzo è mille dollari. Finisce nelle mani di William Ford (Benedict Cumberbatch), la faccia buona ma pavida dello schiavismo. Pur ammirando e trattando relativamente bene Solomon, Ford non impedirà che questi venga quasi ucciso da un suo sottoposto (Paul Dano) e alla prima difficoltà economica non esiterà a vendere il suo schiavo preferito al primo offerente. Che risponde al nome di Edwin Epps (Michael Fassbender), il personaggio più “nero” di tutto il film. La sua piantagione di cotone è l’inferno degli schiavi, e Solomon ci passerà 10 anni, prima che l’incontro col carpentiere abolizionista Samuel Bass (Brad Pitt) non gli faccia intravedere una luce in fondo al tunnel.

DJANGO UN-CHAINED, SOLOMON EN-CHAINED. Uscito a circa un anno di distanza dal capolavoro di Quentin Tarantino, che ha fatto da breccia portando nel mainstream il tema della schiavitù, il film di McQueen suggerisce una serie di confronti.

Premessa: Django è una storia completamente inventata, che incornicia il dramma della tratta degli schiavi nelle citazioni del western, dello spaghetti-western, dei B-movies, con riferimenti all’Anello del Nibelungo di Richard Wagner.
Invece 12 anni schiavo, come abbiamo detto, è una storia vera tratta dal libro di Solomon Northup, che fu un bestseller (all’epoca) della letteratura abolizionista, pubblicato nel 1853 (un anno dopo il più “morbido” La capanna dello Zio Tom), caduto nel dimenticatoio e riscoperto poi nel 1968 da due storici, Sue Eakin e Joseph Logsdon.

Il primo confronto è sintetizzabile nell’opposizione Unchained/Enchained: Django nella prima inquadratura è solo, seminudo, a piedi e soprattutto in catene; lo vedremo togliersi le catene (De-catenato, S-catenato, Un-chained), indossare un cognome (Freeman) e dei vestiti decenti. I titoli di coda lo accompagnano mentre corre a cavallo verso la libertà, insieme a sua moglie.

Solomon invece ci viene presentato ben vestito insieme alla sua famiglia; nelle scene successive sarà incatenato (En-chained), isolato, spogliato, privato di nome e cognome (diventa Platt), umiliato.

Entrambi i protagonisti sono schiavi di eccezionale intelligenza, subito riconosciuta da amici e nemici. Ma Django è uno spaccone che non ha nulla da perdere, Solomon è un timido che ha perso tutto. Entrambi devono mentire per sopravvivere. Ma Django non deve mai dire che è uno schiavo: “bluffa” recitando la parte del valletto e poi, addirittura, del negriero. Solomon capisce subito che, se dice la verità sul suo status originario di uomo libero, è morto: quindi indossa suo malgrado i panni dello schiavo. William Ford, il padrone “buono”, lo avverte: “You’re an exceptional nigger, Platt, but I fear no good will come of it“.

Django Unchained è un western tutto ambientato nel Sud schiavista. Inizia in Texas nel 1858 e si conclude in Mississippi (passando per il Tennessee) un anno dopo. Un western che, tarantinata fra le tarantinate, si muove da ovest verso est.
12 anni schiavo inizia nel 1841 nello stato di New York (che ha abolito la schiavitù nel 1799), ma passa e si svolge quasi del tutto in Louisiana (dove gli afroamericani saranno liberi solo nel 1863, alla fine della Guerra civile), muovendosi da Nord a Sud.

Curiosità: in entrambi i film il “liberatore” è uno straniero. Il tedesco King Schultz (Christoph Waltz) in Django, il canadese Samuel Bass nel film di McQueen. Mentre il “cattivo” è sempre il proprietario di una grande piantagione di cotone, interpretato da un grande attore. Ma Calvin Candie-Leonardo di Caprio è uno schiavista convinto, mai attraversato dal dubbio. Al contrario di Edwin Epps-Michael Fassbender, spietato ma tormentato, alcolizzato, innamorato di Patsey (Lupita Nyong’o), la schiava nera che più sfrutta, seviziandola e stuprandola.

QUENTIN TARANTINO e STEVE MCQUEEN. Il confronto fra Unchained e Enchained è quello fra due registi con due stili molto diversi. Racconta McQueen a Maria Pia Fusco di Repubblica:

“Preparando il film, ho incontrato Tarantino, girava Django Unchained, mi ha incoraggiato. ‘C’è tanto cinema sulle guerre, sui gangster, sul sesso, dovrebbero essercene di più sulla schiavitù’, mi ha detto”.

Tarantino riesce a mettere in scena l’estrema violenza dello schiavismo (le frustate, i combattimenti mortali fra mandingo, il fuggitivo fatto sbranare dai cani, le marchiature a fuoco) all’interno di uno spettacolo reso divertente (dal latino deverto: distogliere, deviare) dall’uso dell’umorismo nei dialoghi, dalla cornice ironica di un complesso sistema di citazioni, nel quale la stessa colonna sonora è una citazione di una cinematografia fumettistica. Così come fumettistica è la trama, nella quale ogni personaggio e ogni scena risultano caricati o caricaturali, e dove i “cattivi” vengono sempre puniti. Il registro è comico, il talento è massimo, il ricco condimento pulp facilita allo spettatore la digestione del boccone pesante della schiavitù: i 425 milioni di dollari incassati in tutto il mondo (162 negli Usa) non si spiegano con la sola forza del brand Tarantino.

La prospettiva di McQueen invece non è quella di un cinefilo, ma di uno che discende da antenati schiavi deportati dai Caraibi. La violenza dello schiavismo è presentata senza filtro. Non c’è ironia, non si ride. E i “cattivi” hanno sempre la meglio. I personaggi non sono bidimensionali né caricaturali, Solomon non è un supereroe, né un vendicatore nero, è un padre di famiglia spaventato: è più naturale immedesimarsi in lui. La colonna sonora, che in Tarantino è un perenne, divertito ossimoro, in McQueen asseconda e moltiplica la forza delle immagini. I suoni della natura e le urla degli schiavi, il tocco leggero di Hans Zimmer, il gospel che esplode dalle gole di uomini e donne martoriate body and soul dalla condanna di una vita in catene.

Finiamo presto incatenati anche noi, negli ingranaggi soffocanti della tratta degli umani, trascinati anima e corpo in un mondo che non è il nostro (così come, all’inizio, non è neanche quello di Solomon) ma che è ricostruito con precisione filologica.

L’occhio di McQueen inquadra tutto ciò che di atroce e osceno c’era in quel mondo, che l’immaginario collettivo americano ha rimosso. C’è una scena in cui non si vede una goccia di sangue, ma che è violentissima: Solomon dondola appeso a un cappio per lunghi interminabili minuti, restando vivo solo grazie a un disperato quanto ostinato balletto sulle punte dei suoi piedi, che toccano terra. Dietro di lui scorre un fondale di indifferenza, scene di vita quotidiana di bianchi o di schiavi così alienati da non fare caso a un uomo che sta lottando disperatamente per continuare a respirare. Il metodo McQueen è questo, non prevede sconti: il registro è tragico, il talento c’è tutto, il film resta come una cicatrice lenta a rimarginarsi, come quella di una frustata sulla schiena.

INCASSI. Dal 18 ottobre 2013, data di lancio, ha incassato 110 milioni di dollari, dei quali 48 negli Usa.

LA POLEMICA. In Italia, a fine dicembre, la Bim è stata criticata (soprattutto dai media americani) perché ha promosso il film con due locandine che puntavano sulle facce di Brad Pitt (che ha solo una piccola parte) e Michael Fassbender. Marketing razzista? Le locandine sono state subito sostituite e il direttore di Bim distribuzione, Antonio Medici, ha chiesto scusa sulle pagine di Repubblica:

Abbiamo sbagliato e chiediamo scusa, è stato un errore di valutazione ma non c’è nessun intento razzista. Trattandosi di un film così importante proprio su questo tema sarebbe stato assurdo dare un’idea diversa della storia. Oltre alla presenza del protagonista in fuga verso la libertà come nel poster americano sono stati raffigurati i due attori che incarnano nel film in bene e il male, una rappresentazione di forte valore simbolico. Abbiamo valutato che nel teaser, la prima campagna che viene lanciata per un breve periodo per incuriosire il pubblico più ampio, anche quello che generalmente non va al cinema, Pitt poteva funzionare. Abbiamo agito in buona fede sottovalutando le conseguenze. Mi dispiace. Nella campagna ufficiale definitiva di lancio , che pubblicizza 12 anni Schiavo online e nelle sale, viene utilizzato il manifesto conforme all’originale: è Ejiofor il protagonista assoluto. Se nella nostra locandina l’immagine è stata considerata discriminatoria chiediamo ancora scusa. Il fatto di puntare su Pitt è un’iniziativa che abbiamo preso autonomamente in Italia solo per il primo lancio della campagna, se avessimo cambiato la promozione ufficiale ovviamente avremmo consultato gli americani. È stato un errore e ci scusiamo con loro. Mi assumo tutta la responsabilità. Ci metto la faccia ma ci tengo a dirlo, lo scriva: l’intento non era quello di far passare questo film come una storia di bianchi. 12 anni Schiavo è un atto di accusa, racconta a che livello di crudeltà può arrivare l’animo umano: siamo fieri di distribuirlo. Se potessi tornare indietro farei una scelta diversa: rinuncerei volentieri a quel po’ di popolarità in più portata da Pitt per evitare una polemica che, mi creda, non mi piace”

PREMI. Il film di McQueen ha già incassato una vagonata di premi e nomination in tutto il mondo. Menzioniamo solo i principali. Agli Oscar 12 anni schiavo si presenta con 9 nomination: Miglior film, Miglior regista, Miglior attore protagonista a Chiwetel Ejiofor, Miglior attore non protagonista a Michael Fassbender, Miglior attrice non protagonista a Lupita Nyong’o, Miglior sceneggiatura non originale a John Ridley, Miglior montaggio a Joe Walker, Miglior scenografia ad Adam Stockhausen e Alice Baker, Migliori costumi a Patricia Norris. Ha vinto un Golden Globe come Miglior film drammatico. Due premi BAFTA (British film Academy) come Miglior film e Miglior attore protagonista. Premio del pubblico al festival di Toronto.

Trailer, teaser e interviste su di 12 anni schiavo 

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