Isis in Libia. Califfato a Roma: il sogno del sultano è un vecchio boomerang

di Antonio Sansonetti
Pubblicato il 17 febbraio 2015 14:07 | Ultimo aggiornamento: 18 febbraio 2015 0:14

ROMA – Nei giorni del “mamma li turchi” in reazione all’apparizione di bandiere dell’Isis in Libia, alla minaccia “arriveremo a Roma” urlata in un video spacciato dai seguaci dello Stato Islamico in cui si mostra la decapitazione di 21 egiziani copti col loro sangue che finisce nel Mediterraneo, bisogna affidarsi ai libri di storia per sfuggire all’isteria collettiva.

È successo veramente che un potentissimo esercito musulmano fosse vicino alla conquista di “Roma”, intesa come capitale della cristianità. Quell’esercito aveva una bandiera rossa, non nera, ed era l’armata dell’impero ottomano. Era il 1571 e l’impero più duraturo della storia, con capitale Costantinopoli, era al suo apogeo.

Esaltati dalla conquista di Cipro (vittoria di Pirro costosa e sanguinosa, arrivata dopo il lungo assedio di Famagosta difesa da un pugno di veneziani guidati da Marcantonio Bragadin), i turchi puntano a ovest. Il loro obiettivo è l’isola di Corfù, detta “l’occhio della Serenissima”, per la sua posizione strategica prima del Canale d’Otranto, all’imbocco dell’Adriatico.

I preparativi della flotta ottomana vanno avanti da mesi. Al largo di Lepanto, all’alba del 7 ottobre 1571, la flotta ottomana schiera 245 galee e 60 navi minori. L’impero è ebbro di vittoria, e così è la sua guida, il Sultano Selim II, che tra l’altro ebbro lo è veramente perché ha qualche problema con l’alcol. Citiamo dal libro di Alessandro Barbero “LEPANTO, La battaglia dei tre imperi” (Laterza 2010, euro 24) la lettera che il sultano scrive al principe Alessandro di Valacchia:

“Alessandro, principe di Valacchia, figlio mio, preparati a partire per venire con me e coll’esercito di terra, e insieme ai vascelli per mare, a prendere Corfù. Poi noi andremo da conquistatori alla dolce Venezia, dove ci sono molti drappi e stoffe, e da Venezia andremo a Roma“.

Un’altro passaggio del libro di Barbero fa capire l’eccesso di sicumera degli ottomani all’indomani della conquista di Cipro:

“«Veneziani sono pescatori, et non sono buoni da far guerra con noi» disse Mehmet Pascià a Ibrahim Bey; era un vecchio luogo comune, ma all’improvviso sembrava fin troppo vero, e il divan si sentiva incoraggiato a perseguire nuovi obiettivi. Bisognava intensificare l’offensiva nell’Adriatico, stringendo la morsa su Zara e sbarcando a Corfù, “l’occhio di Venezia”.

Una volta accecato quell’occhio, tutto diventava possibile, perfino sbarcare in Italia e marciare su Roma, la misteriosa Mela Rossa. Giacché, secondo una leggenda cara al popolo turco, il profeta Maometto era apparso in sogno al sultano e gli aveva promesso: «La vostra generazione conquisterà la Mela Rossa, e il mondo intero vi sarà sottomesso».

La forza di questa immagine era tale che il sultano dopo la sua intronizzazione a Eyüp salutava i giannizzeri, passando davanti alla loro caserma, con le parole: «Ci rivedremo davanti alla Mela Rossa». Che cosa fosse la Mela Rossa (che però sarebbe meglio tradurre con Mela d’Oro), nessuno lo sapeva esattamente, ma di certo si trovava molto lontano […] Qualcuno la identificava con la cupola di San Pietro; e così interpretava Mehmet pascià, il quale, nei primi mesi del 1571, dirà all’inviato veneziano Ragazzoni «che, per le loro profezie, dovevano Turchi esser padroni fino di Roma».

La storia non finì come suggeriva Maometto in sogno. Gli ottomani volevano accecare l’occhio di Venezia ma non si rendevano conto di essere accecati dalla sanguinosa quanto faticosa conquista di Famagosta. Dove fu proprio la brutale esecuzione di Bragadin, che aveva trattato la resa col comandante turco Lala Kara Mustafà Pascià, a fungere da sprone per le potenze cristiane, che si coalizzarono nella Lega Santa e sbaragliarono la flotta ottomana a Lepanto.

Barbare esecuzioni, torture e atrocità inflitte al nemico che si rivelano un boomerang. È successo tante volte in passato, anche recente (vedi l’effetto Abu Ghraib sull’immagine degli occidentali in Iraq e non solo). E, a giudicare dalla reazione dell’aviazione giordana e dell’esercito egiziano, è quello che sta già succedendo all'”invincibile” Isis.

Alessandro Barbero su Rai Storia ripercorre la Battaglia di Lepanto. Guarda il video: