Calabria emblema del caos italiano: 3 commissari bruciati, ora Strada l’afghano o D’Andrea il calabro-milanese

di Bruno Tucci
Pubblicato il 18 Novembre 2020 12:09 | Ultimo aggiornamento: 18 Novembre 2020 18:44
Calabria emblema del caos italiano: 3 commissari bruciati, ora Strada (nella foto) l'afghano o D'Andrea il calabro-milanese

Calabria emblema del caos italiano: 3 commissari bruciati, ora Strada (nella foto) l’afghano o D’Andrea il calabro-milanese

Sotto il cielo di Roma grande è la confusione. Difese e attacchi si susseguono senza un attimo di tregua.

Le parole del capo dello stato vengono ignorate. Sergio Mattarella ritiene che l’unità sia indispensabile in un momento come questo. Invano, perché nei Palazzi romani avviene l’esatto contrario. È il caso Calabria a tenere ancora banco. “Più che un problema è una farsa”, commentano in tanti. Tre commissari silurati in dieci giorni e il premier Giuseppe Conte che si autoaccusa. “La colpa è mia”, dice, “però i ministri sapevano”. Che cosa? La riconferma del generale Saverio Cotticelli. La nomina di Giuseppe Zuccatelli, bruciato da un’intervista. Il testimone passato al professor Eugenio Gaudio prima che lui desse l’ok all’incarico.

Una figuraccia che mette in crisi la maggioranza e che scatena chi è pro e chi è contro. Luigi Di Maio sostiene che bisogna fare in fretta a risolvere il problema. Nicola Zingaretti si scaglia contro il ministro degli esteri “pronto a mettere le bandierine sul governo”. “Aridatece la Calabria”, tuonano le opposizioni. E allora si fa il nome di un quarto candidato, il manager Federico Maurizio D’Andrea, originario di un paese in provincia di Cosenza, in Calabria, Cerchiara, situato nell’alto Jonio.

Al grido di “tengo famiglia”, di cui Leo Longanesi fu il padrino, la maggioranza si sfalda e il presidente del consiglio corre ai ripari mediando tra l’una e l’altra parte. Ma qual è l’una e quale l’altra? Ormai, si va avanti in ordine sparso. Nel governo giallorosso c’è più di un nemico che si scaglia contro Palazzo Chigi.

Si vuole un rimpasto? Alcuni ministri non sono all’altezza di dirigere i loro dicasteri? Si vuole tentare di cambiare la rosa dei titolari con forze nuove che abbiano un peso vero nel loro partito? Sono tutte voci e indiscrezioni che si accavallano senza trovare il bandolo della matassa.

L’unico a dare un appoggio insperato al governo è Silvio Berlusconi il quale si dice pronto a votare a favore dell’esecutivo per evitare che il Paese finisca in una crisi irreversibile. Perché lo fa? Per il semplice motivo che in caso di una semicrisi egli possa rientrare nel giro e ottenere poltrone per i suoi compagni di partito. Non bisogna dimenticare che tutto questo avviene mentre il Paese trema dinanzi al dilagare del virus ed ai morti che si moltiplicano.

Ieri se ne sono contati 731, un record che impaurisce la gente che vorrebbe avere un’informazione corretta con un denominatore comune. Al contrario, i pareri sono discordanti e nemmeno tra i medici c’è un’unica visione del problema.

Il grido d’allarme unanime è quello che dimostra il collasso degli ospedali, con letti nei corridoi e terapie intensive strapiene. Il commissario Domenico Arcuri (calabrese anche lui) non è d’accordo con il parere dei sanitari ed afferma che la situazione non è quella indicata da loro indicata.

Come se ne esce da questo ginepraio? Mattarella lo dice chiaramente: “Non bisogna farsi dividere dal virus”. Parole sacrosante che le forze politiche approvano senza poi tramutarle in fatti. Ironicamente, ma non troppo, su alcuni quotidiani di oggi si ricordano con terrore i giorni del lockdown dello scorso inverno.

“Torneremo a suonare in balcone e a giocare a tennis da un terrazzo all’altro”, scrivono. La speranza è che queste previsioni non si avverino, ma per arrivare a vincere il virus è necessario responsabilizzarci tutti, nessuno escluso.