Alfredo Biondi, un pisano a Genova, una vita per la giustizia e per il Genoa

di Franco Manzitti
Pubblicato il 24 Giugno 2020 20:32 | Ultimo aggiornamento: 24 Giugno 2020 20:32
Alfredo Biondi (nella foto), un pisano a Genova, una vita per la giustizia e per il Genoa

Alfredo Biondi, un pisano a Genova, una vita per la giustizia e per il Genoa

La morte di Alfredo Biondi, l’ultimo dei liberali che fu anche ministro di Berlusconi.

Alfredo Biondi se ne va anche lui, a 92 anni, dopo una lunga vita di battaglie politiche e da grande avvocato di grandi processi. Alfredo Biondi c’era ancora, anche se da anni era lontano da tutti.

Come se non volesse cambiare agli occhi del mondo quella sua immagine forte di vero liberale, battagliero, facondo, irruente. Ma anche così disponibile per le sue idee, per la sua politica, per il suo paese, per la sua città di Genova, conquistata da lui toscano di Pisa.

Alfredo Biondi, prima avvocato, poi liberale

Era un avvocato, forse ancora prima che un liberale, la sua seconda pelle, di una facondia e capacità dialettica insuperabile. Con quella voce forte, marcata dall’accento toscano e da un vocabolario ricco e irresistibile, farcito di interiezioni, di battute.

Mi viene in mente la voce di Alfredo Biondi, prima di tutto il resto. Prima della sua personalità prorompente di pisano-genovese, del suo curriculum legale parlamentare politico ministeriale.

Così ricco dagli anni Sessanta del suo esordio pubblico alla fine di oggi, in una stagione così diversa dalla sua di cavaliere senza macchia e senza paura.

Non urlava mai Alfredo Biondi, ma alzava i toni e incantava il pubblico dei processi (quanti ne ha vissuti, quasi sempre, ma non sempre, come avvocato difensore di grandi imputati, dai delitti più torbidi, agli scandali, agli altri reati di una società complicata e ruggente, quella degli anni Sessanta, Settanta, Ottanta, Novanta) .

Nei dibattiti politici

E catturava l’attenzione dei dibattiti politici, sia che parlasse da oppositore (quanta opposizione nei suoi anni nel Pli minoritario). Sia da governante, ministro, vice presidente della Camera. Carica ricoperta per lustri e lustri con quel suo orgoglio venato da una potente auto ironia.

La voce e la dialettica e poi la libertà, vissuta da un liberale vero, forse l’ultimo di una generazione grande e irripetibile.

Ecco Biondi era il liberale, di un gruppo, una stagione anche molto genovese, ma non solo, dove c’erano i Cassinelli, i Trombetta, i Valenziano, i Perri. Soprattutto il suo grande amico Gustavo Gamalero. Che lo ha preceduto di pochi mesi nell’ultimo addio, quasi una uscita concordata tra i due.

Alfredo Biondi, un personaggio nazionale

E sulla scena nazionale quel Pli proiettato in avanti dal boom di Giovanni Malagodi, all’inizio degli anni Sessanta, sarebbe stato il partito dei Zanone, dei Bozzi degli Altissimo, dei Bignardi. Qualche volta nei governi di pentapartito dei quali anche Biondi fece parte, più spesso all’opposizione fino ai tempi di Tangentopoli.

Liberale prima di tutto e si immagina quanto gli sia costato a un certo punto diventare un esponente di Forza Italia, un berlusconiano. E di prestare al Cavaliere la sua arte i suoi talenti, come ministro di Giustizia di quel Governo nel quale quella poltrona doveva essere di Cesare Previti, che Scalfaro non voleva.

Anche dentro a Fi, i cui leader oggi piangono Biondi come fosse un loro “prodotto” e poi dentro al PdL Biondi restava liberale. Una passione che lo bruciava, che lo onorava, perché come tale era stato, prima, ministro delle Politiche Comunitarie, poi ministro dell’Ecologia. Anche segretario nazionale nel 1986, per un tempo breve su cui ironizzava con le sue battute feroci, deflagranti.

Alfredo Biondi liberale nel dna

Era un liberale “genetico” Alfredo Biondi, fedele ai suoi principi, costante, quasi fisicamente a dimostrarsi tale in ogni battaglia.

Tanto è vero che alla fine nel 2011 era tornato al Pli dopo tutte le altre tempeste della sua politica e l’incompatibilità con il Cavaliere, che gli era simpatico, ma da cui lo divideva il principio chiave della politica.

Ma prima ancora era un avvocato, l’avvocato di quei mille processi, vissuti sempre con una passione forte, con la capacità di entrarci nella parte di difensore o di parte civile, con una sola occhiata al fascicolo.

Si dice che da giovane riuscisse a discutere tre cause in una sola giornata, grazie alla sua capacità dialettica dirompente, forbita, affinata.

Gli esordi con Luca Ciurlo

Aveva incominciato da giovane toscano, arrivato a Genova, nello studio di Luca Ciurlo in via san Lorenzo. Un altro leone del Foro genovese, un maestro dalla retorica ultra raffinata.

Ma ben presto quello era diventato anche lo studio Biondi, dove lo avrebbero circondato collaboratori fedeli per una vita intera, Mario Susan, suo cognato, scomparso presto, e fino all’ultimo giorno Pasquale Tonani, la sua spalla, il suo alter ego in quello studio di via Roma che era una specie di barricata legale e liberale. Quarantacinque anni di vicinanza tra Biondi e Tonani, una specie di coppia di ferro.

Doveva dividersi, Biondi, tra quella grande professione e l’attrazione politica irresistibile, che lo ha fatto vivere tra Roma e Genova, tra quello studio, le aule ministeriali, parlamentari, del partito in via Frattina e nelle aule dei tribunali di tutta Italia.

Un vortice nel quale Biondi nuotava come un pesce nella sua acqua, senza stancarsi, senza perdere una goccia di forza, di entusiasmo, senza mai abbassare di un tono la sua voce.

Deputato e vice presidente della Camera

Vice presidente alla Camera fino all’inizio degli anni Duemila per decenni, parlamentare fino al 2008, Alfredo passava da quel ruolo di ordine e di istituzioni da difendere, ai grandi processi come quello a Gigliola Guerinoni, la mantide di Cairo Montenotte.

La sua era sempre una difesa spettacolare, ma anche tecnicamente incisiva. Quando prendeva la parola, aggiustandosi la toga sulle spalle, magari con una battuta rivolta ai giudici, Biondi era veramente irresistibile.

Certo, deve avere sofferto molto politicamente nell’estate del 1994, quando ministro di Grazia e Giustizia del primo governo Berlusconi, varò il famoso decreto battezzato “Salva ladri”.

Le spine del ministro della Giustizia

Che la politica berlusconiana aveva messo nella sua agenda di Guardasigilli, lui liberale fino al midollo, quasi obbligato, ma anche lusingato, a accettare la poltrona che meritava professionalmente. Ma che riservava subito spine. Soffriva, ma la passione politica era troppo forte.

Sapeva vincere e perdere in politica e nei processi. Ricorderò sempre una sua battuta, dopo una grave sconfitta elettorale, a una mia domanda da giovane cronista: “Vuoi una dichiarazione o la scritta per una lapide?”

Usciva sempre da ogni scontro come ci era entrato, con la passione giusta, con la carica giusta. Era diventato praticamente genovese e si batteva per la città con il suo accento toscano.

Fino a mettersi a disposizione per fare il sindaco quando la politica locale non trovava una soluzione. Gli hanno giustamente conferito il Grifo d’oro per questa altra passione.

Un pisano tifoso sfegatato del Genoa

Si batteva come un leone, ancor più quando la passione politica si saldava a quella sportiva. Come accadde, nel 2005 quando il suo Genoa fu accusato di illecito e retrocesso dalla serie A appena conquistata alla serie C.

Era lui a difendere in una battaglia impossibile davanti alla giustizia sportiva e a quella ordinaria la squadra del suo cuore di tifoso trascinante.

Ha avuto tanti amici, tantissimi, pochi nemici perché era difficile non volere bene a Biondi ed era difficile non rispettarlo. Era una delle figure che più rappresentava Genova fuori dai suoi confini, per la notorietà che aveva conquistato, per i ruoli che ricopriva.

Negli ultimi anni si era ritirato, un po’ per pudore di farsi vedere diverso da quella sua immagine tonante, di una simpatia irresistibile. Viveva protetto, ma seguiva tutto, da lontano con la stessa passione.

Aveva vissuto il grande dolore recente della perdita del figlio Carlo, cui era legato come può essere un padre travolgente come lui. Solo parlando di Carlo e dei suoi processi usava un tono un po’ sommesso, che confessava il suo amore di padre.

Mancherà a tutti, ai Tribunali, alla politica, alla città, anche se da tempo era lontano. Mancherà molto alle battaglie per la libertà e ai liberali veri, dei quali è stato l’ultimo campione. Un vero leone.