Genova, vigilia di elezioni comunali, fra i grandi progetti e il lamentismo delle disuguaglianze non c’è match

Genova, vigilia di elezioni comunali, fra i grandi progetti e il lamentismo delle disuguaglianze non c'è match, confronto fra destra probabile vincente e sinistra in tono minore

di Franco Manzitti
Pubblicato il 5 Giugno 2022 - 16:52
Genova, quando ancora c'era il residuo del monte di San Benigno

Genova, quando ancora c’era il residuo del monte di San Benigno

Genova alla vigilia delle elezioni comunali del 12 giugno. Da una parte la smania di costruire, segnare, abbattere e ricostruire, scavare, spianare e riedificare, tunnel subacquei, grandi dighe portuali, sky tram, funivie sulla testa delle case, canali d’acqua.

E giganteschi supermercati, che crescono un piano a settimana. Ecco la Genova di Marco Bucci, gettata sulla bilancia elettorale dal sindaco “ch’o cria” sull’onda di 6-8 miliardi tra PNRR e altri fondi, una pioggia di soldi che neppure il piano Marshall di 72 anni fa…..

Dall’altra la Genova dell’ingiustizia sociale, delle diseguaglianze, della denatalità, del crak demografico, del tasso di anzianità record, dell’assistenza sociale abbandonata tra guerre e pandemie, dei Municipi svuotati sotto il tacco efficentista, amerikano, manageriale del modello Genova in esclusiva, che schiaccia diritti e differenze.

Ecco la Genova di Ariel Dello Strologo, l’avvocato che “sussurra” educato sull’onda di gap sociali, differenze territoriali, povertà che avanza, quartieri abbandonati, sporcizia e scarsa manutenzione.

A una settimana dal voto la battaglia di Genova è stata combattuta a metà e ha un solo iniziale e cruciale interrogativo. Riuscirà questo Bucci cavalcante, un po’ boy-scout integralista, un po’ dirigente yankee, senza linguaggio politico, a vincere al primo turno?

Sconfiggendo con le sue liste civiche, la sua personale “Vince Genova” soprattutto, i partiti Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, il campo largo della sinistra dai confini slabbrati?

Dal Pd predominante su tutti alle frattaglie residuali del Movimento 5 Stelle, alle briciole delle formazioni della sinistra radicale. Alleata con fatica, molto assente nella campagna meno appassionante e meno incerta del Dopoguerra Genovese.

Questo è l’interrogativo chiave nello scontro della Superba, che sembra un’altra città da quella personificata nella “Roccaforte Rossa”, retta per decenni da sindaci di sinistra o fortemente progressisti, il tramviere Cerofolini, il figlio di camalli Burlando, il giudice, ex pretore d’assalto, Adriano Sansa, la pasionaria fu Pci Marta Vincenzi, perfino il marchese “rosso” Marco Doria?

Saltando i tre “incidenti della storia zeneise”: il lungo regno del grande Giuseppe Pericu, avvocato e laburista, il farmacista republicano Cesare Campart e il dirigente socialdemocratico Romano Merlo.

Genova esce un po’ ubriacata da questa campagna elettorale così strana e “elittica” per il percorso diverso dei due candidati principali.  Ce ne sono altri cinque tra i quali l’ex grillino senatore avvocato Mattia Crucioli.

Bucci in campagna da sempre con il suo passo inarrestabile, le sue “cria” a scuotere uffici comunali, dirigenti in ritardo, imprenditori lenti e, da ultimo” avversari politici colpevoli di menzogne e false informazioni.

Lui, apolitico, scatenato presenzialista efficientista “h24” (il suo mantra personale e collettivo di impegno a stecca oraria), con un linguaggio che taglia via sottigliezze e sofismi di alcun tipo, senza nessun indugio a uno scenario che non fosse “Genova che è ripartita, Genova ottimista, Genova uscita dalla logica del declino, dalle fosse del pessimismo atavico.“

Lui che non indugia a alcuna riflessione esterna al proprio programma da eseguire, le date da rispettare, gli obiettivi mirati e colpiti, insomma la mission.

E Dello Strologo, questo avvocato gentile, di formazione professionale forte, di tradizione famigliare e religiosa ebraica, dai toni sempre soft, uscito un po’ in ritardo sulla scena e convinto che quell’onda di urto bucciana andava controbattuta con calma e toni fermi, ma mai urlati.

Quindi tanti piccoli incontri, anche tete a tete con i suoi possibili elettori, passi lenti nei meandri genovesi. Piccole riunioni nel cuore dei quartieri più lontani e abbandonati, ragionamenti anche supportati tecnicamente sui grandi deficit cittadini, di una Genova che ha nella sua tradizione la solidarietà, la cooperazione sociale, i movimenti che partono dalle aree più depresse di quelle che una volta si chiamavano le periferie e che ora guai se le chiami così. Renzo Piano, il vate di questa amministrazione, a partire dal ponte ricostruito, l’”alfa e l’omega” della Bucci story” e anche di quelle precedenti, le ricama, le periferie.

Bucci, invece ”le abbatte, come ha fatto a Begato, demolendo l’oscena Diga con 700 appartamenti, costruita nel 1981 dalle prime giunte rosse. Dello Strologo ci va a Begato, senza cravatta, con il suo savoir faire semisorridente e spiega come si ricostruisce una comunità separata, che era stata segregata in un mostro urbanistico e che ora è stata dissolta dalle ruspe.

Due narrazioni diverse, sparse sul territorio immenso come quello genovese, che non si misura in metri quadrati, ma con le concezioni che il genio storico di Fernand Braudel aveva intuito per circoscrivere la Superba.

Genova non è solo il suo territorio di case, strade (più chilometri di Milano), colline, caruggi affascinanti e dispersi nel tentativo secolare fallito di recupero, ma Genova sono anche le praterie del suo mare, dove i genovesi viaggiano e partono e tornano.

Sempre e oggi ancora di più con queste navi da 400 metri, che bisogna assistere con una nuova diga che stravolgerà il confine, l’orizzonte.

Ed ecco perché la battaglia elettorale si fa dura e appunto “elittica”. Perchè da una parte c’è l’assalto di Bucci e dei suoi alleati che vogliono questa Grande Opera da miliardi di valore, con una costruzione da film, cassoni alti 58 metri, calati nel mare profondo del golfo uno sopra l’altro.

E dall’altra c’è il ragionamento di Dello Strologo, che misura i tempi, i soldi e la rivoluzione epocale, il peso sulla intera città di un’operazione così kolossal.

Due narrazioni diverse che solo nel finale della campagna elettorale si sono scontrate tra di loro, dopo avere viaggiato in modo diverso. Bucci e i suoi candidati lanciati in decine e decine di spot, manifesti, speech televisivi, sul web invaso, con un impegno finanziario impressionante, cavato fuori anche da una disponibilità finanziaria sicuramente personale degli interessati, ma mai vista in questa misura.

E gli altri i concorrenti molto più sobri, spesso quasi invisibili, a consumare suole delle scarpe in giro per le strade e i “recanti” di una città così complessa, di caruggi sprofondati nel buio, di post valli industriali, ampie e separate dal centro.

Per quasi tutto il tempo elettorale Bucci ha evitato il confronto diretto con Dello Strologo, secondo la norma di comunicazione facile da intuire che non gli conveniva valorizzare l’avversario, concedendogli la pari dignità del match diretto.

La questione stava quasi diventando una vera lesione democratica, quando alla fine i confronti ci sono stati, anche se contingentati nei tempi e nei modi.

Fino alle penultime battute non hanno mostrato un vero faccia a faccia tra due personaggi così distanti, anche se in realtà morfologicamente così vicini.

Un vero manager con esperienze internazionali, cattolico, ex boy scout, di estrazione medio borghese solida, la moglie pasticcera di un rinomata bottega, due figli.

E un illustre avvocato di ambiente borghese solido nella professione, nelle relazioni, una moglie dirigente a Palazzo Ducale, tre figli, dei quali due studenti lontani da Genova, come capita a molti ragazzi genovesi per studio e lavoro.

E già qua le narrazioni divergono in modo secco, come quelle diventate quasi stucchevoli di tutta la campagna elettorale sulla demografia, sulla fuga dei giovani, sulla “residenzialità”, che non è più un parametro rispetto all’uso della città.

“Abbiamo un 22 per cento di studenti universitari in più e questo aumenta la nostra popolazione, perchè vengono da fuori”, urla Bucci.

E Dello Strologo: “ E allora come contiamo i miei figli, residenti a Genova, ma che abitano lontano per lavoro e studio?”

Un rebus irrisolvibile, come quello della paternità dei grandi progetti che effettivamente stanno cambiando Genova.

Bucci li sta concludendo, come il famoso Waterfront di levante, la ex zona delle Fiera del Mare, che diventa residenziale, sportiva, area di svago e tempo libero con piste ciclabili, grandi parchi con 4000 nuovi alberi, collegamenti acquatici, con il resto del fronte mare storico.

Ma chi li ha iniziati? La giunta di centro sinistra di Marco Doria, che però vi finì impantanato. E allora nei rari scontri polemici candidati dell’una e dell’altra parte si scannano sul tema come l’ex candidato sindaco, sconfitto da Bucci cinque anni fa, Gianni Crivello di ”Articolo 1”, che insulta la giunta Bucci per appropriazione indebita.

E il super assessore di Bucci al Lavori Pubblici, Pietro Picciocchi, artefice dell’operazione Waterfront, che denuncia il buco di bilancio del progetto ereditato, l’abbandono degli appalti e delle gare, lo stop all’idea che sta mutando storicamente un pezzo di città.

Il dato che più colpisce alla vigilia non è tanto la costanza del vantaggio di Bucci su Dello Strologo. Ma piuttosto è il quasi 52 per cento che non andrebbe a votare. Fotografia della mutazione epocale della città, un tempo mobilitata dalle truppe rosse delle periferie e, mano a mano, spostata verso i nuovi partiti di rabbia (la Lega) e poi di Movimento (i 5 Stelle), con i post comunisti, oggi Pd, redistribuiti in quartieri diversi da quelli originari della potenza “rossa”, di operai e dipendenti pubblici, 150 mila operai negli anni settanta, ottanta tra grandi fabbriche e banchine portuali…..

Se vale questo dato di discesa vertiginosa allora ha un po’ di gioco la battuta più sferzante di Dello Strologo nella campagna: “Se vota così poca gente vuol dire che, pur rispettando i sondaggi che si sono visti, il consenso di Bucci non va oltre il 26 per cento della popolazione, altro che la maggioranza assoluta.”

Ma Bucci non ascolta neppure e continua a sparare fuochi artificiali: “Vinciamo al primo turno e completiamo l’opera con i 6-8 miliardi che ci arrivano in tasca”.