Maltempo e frane, il treno sul vuoto: Liguria spaccata

di Franco Manzitti
Pubblicato il 18 gennaio 2014 17:04 | Ultimo aggiornamento: 18 gennaio 2014 17:10

treno-liguriaGENOVA – Corre il treno sotto la pioggia cattiva di un inverno che è un autunno di bombe d’acqua, acide, continue, 183 millimetri in venti ore su quel pezzo di Riviera Ligure verso la Francia, più del doppio di quanto mai sia piovuto negli ultimi cinquanta anni sulla Liguria e sopratutto su Genova, madre di tutte le alluvioni.

Corre questo Intercity 66o Milano-Ventimiglia, appena ripartito dalla ridente Stazione di Alassio se così si può definire sotto quella cortina grigia che sembra di essere nella bruma gallese o in quella dello Yorkshire, da dove gli inglesi partirono per venire a inculcare il turismo qua nella terra del mare e del sole, che non c’è più. A bordo di questo Intercity-Freccia Bianca, che così si chiamano oggi e magari portano sfiga come è quasi inevitabile di venerdì 17 gennaio, ci sono duecento passeggeri.

Imbocca, il treno, una specie di corridoio a binario unico di 19 chilometri che da decenni le Ferrovie dello Stato, oggi chiamate Rfi e Trenitalia, che ci mette le motrici e i vagoni sopra, dovrebbero raddoppiare per liberare anche questo pezzo di linea verso la Francia, verso il confine italiano, dalla schiavitù del binario unico, una cintura di ferro che sega la costa ligure, un palmo sopra la spiaggia, in mezzo ai paesi della costa, agli incanti degli scorci di mare che sbucano come lampi di luce dalle gallerie.

Altro che incanti, oggi, ieri, domani, da mesi piove e piove e il treno corre tra il mare livido con lo scrirocco che lo scaglia sulle rocce e la collina putrida d’acqua, che picchia verso il basso nel suo equilibrio precario trafitto dalle costruzioni di anni e anni di speculazione, di cemento calato in nome della turisticizzazione, gli Anni Cinquanta della scoperta turistica stessa, il Sessanta del boom della seconda casa, i Settanta della mano libera sul territorio, gli Ottanta delle tendenze architettoniche urbanistiche dove tutto si poteva osare…

E’ una collina intrisa d’acqua, una montagna di massi rimossi e instabili che là dove passa la strada storica Aurelia, che da Roma porta fino al fatidico confine, si interrompe spesso per quei massi che rotolano sull’asfalto e fanno chiudere la circolazione per giorni e giorni.

Venerdi’ 17 è già successo a Albenga , tra Albenga e Alassio, altro punto d’incanto, in faccia all’Isola Gallinara, che sbuca nella bruma quasi fosse il mostro di Lockness e non una delle quattro isole ligure a tre passi dalla riva. Sabato 18 è ancora peggio, le frane mitragliano la costa, l’Aurelia, per non parlare dell’entroterra.

E venerdì 17 i massi sono rotolati anche tra Laigueglia e Andora sul capo Mele, sfuggendo alle reti di protezione che cercano di parare l’imparabile se piove così, quasi in parallelo a dove il treno Intercity 660 sta fendendo l’acqua verso il suo destino.

Diciannove chilometri a binario unico, come una ferrovia del Far West, magari con lo sceriffo che guarda il treno passare dalle stazioncine isolate del percorso, tra Andora, la stazione appena sorpassata e San Lorenzo al Mare, più in là, dove il binario non è più unico e si può viaggiare verso il confine, la Francia, Imperia capitale di provincia, la terra di Scajola e del suo potentato tramontato e la tentacolare Sanremo, che sembra oramai tra uno scandalo e un fallimento la Asunciom del Paraguay d’Italia e dove perfinò il Casinò sta fallendo, chissà come faranno a arrivarci le Superstar del Festival della Canzone tra poche settimane.

Col treno sicuramente no. Sono decenni che questo binario oggi putrido e che potrebbe stare in un luna park dove il gioco è colpire o no il treno che passa con i massi sparati dall’alto e non sulla direttice di un corridioio europeo di collegamento, la mitita linea Lisbona-Barcellona- Nizza-Ventimiglia-Genova-Milano-Svizzera-Germania-Rotterdam, mica balle sono decenni che devono raddoppiare.

Ma non lo hanno fatto le autorità ferroviarie e politiche italiane e regionali liguri. Non lo fa nessuno e i lavori un po’ finanziati, un po’ appaltati, vanno avanti come le formiche nelle gallerie e a nessuno importa fino a venerdì 17 gennaio 2014.

Meglio rosicchiare la costa di porticcioli inutili, di decine di migliaia di posti barca oggi vuoti perche le tassazioni hanno spostato le barche in Francia, che fare la ferrovia nuova da cima a fondo. Meglio un porticciolo dello scandalo a Imperia, un altro a Ospedaletti con i cantieri fermi per inchieste, arresti e malversazioni, meglio il progetto del porto di Ventimiglia che un banale secondo binario più all’interno della costa, salvando i paesi, togliendo quella cintura di ferro che strozza i centri storici, perfino i passaggi al mare di Andora, Cervo, San Bartolomeo al mare e poi Imperia e via avanti, tra giardini di glicini, palme secolari e ville paradisiache.

Meglio il porto vuoto che la messa in sicurezza di milioni di metri cubi di terra e di roccia in bilico su questa costa che sembrerebbe la Costa Azzurra e invece è la costa italiana, perduta da quei decenni di cecità da cemento selvaggio, da amnesia collettiva, politica e sociale e economica: spremiamo il sole, il mare, le spiaggie e del resto chissenefrega?

Il doppio binario che il treno Intrcity 660 dovrebbe imboccare tra pochi minuti dopo la fermata di porto Maurizio corre già da san Lorenzo in avanti, tanto è vero che Sanremo l’hanno liberata dalla cintura di ferro, e ha recuperato gli spazi ferroviari che stavano cinquanta metri sotto le bianche torrette del casinò, e cinquanta sopra le spiaggie, gli stabilimenti i due porticcioli. Liberi tutti lì e al posto dei binari una delle piste ciclabili più belle del mondo, lungo l’asse ferroviario una ventina di chilometri di paradiso a due ruote.

Ma ci devi arrivare e oggi, nell’inverno alluvionale, il treno Intercity 660 con duecento passeggeri a bordo, sta facendo quel percorso obbligatorio e non può correre più a Nord, oltre la collina di prima fascia, dove i lavori avanzano a passo di formica e sono un monumento stesso all’incapacità politica e alla insipienza amministrativa e burocratica.

Scavi, cantieri qua e là, tempi biblici, gli stessi impiegati per costruire l’Aurelia bis, la parallela dell’Aurelia romana che libererebbe tutta la Riviera dall’incubo delle code, in parte dai tremila Tir al giorno che vanno su e giu verso la Francia e la Spagna, andata e ritorno.

Anche l’Aurelia bis è un fantasma come il doppio binario e la sua foto più significativa, che andava di moda una decina di anni fa era di quel tratto che sbucava da una doppia galleria e si fermava come in aria, perchè sotto c’era un cimitero. E dove va l’Aurelia bis, chi l’ha disegnata e incominciata a costruire se non hanno calcolato che doveva passare sopra un cimitero?

Non importa, il treno 660 ora è quasi alla Stazione di Andora, prossima fermata Porto Maurizio, la stazione di Imperia, ma non ci arriverà mai, come mai e per chissà quanto tempo ci arriveranno altri treni da Savona, perchè la trappola è pronta alle 12,45 di venerdì 17 gennaio.

La frana si sta già muovendo sul Capo Mimosa, tra Andora e Cervo, un posto da incanto puro quando c’è il sole e il mare potresti toccarlo con le dita. Innescata da una fuga di gas la frana incomincia a muoversi tra il fango le pietre e scende verso i binari che stanno a picco sul mare, trenta-quaranta metri sopra la scogliera e una minima spiaggia di pietre.

Il treno è in ritardo di venti minuti e sembra che la frana quasi l’abbia aspettato. La valanga arriva sui binari e sposta la motrice che deraglia, tirandosi dietro i vagoni. Miracolo: in quel punto nel quale il convoglio esce dalla linea, come percosso da un terremoto, c’è un costone si roccia che copre il lato mare dei binari. La motrice si incastra lì e frena e non ce la fa, per grazia di Dio, a tirarsi dietro tutti i vagoni. Solo il primo esce dalla sua sede, gli altri si piegano, ma tutto il treno sta lì. Se la frana fosse scesa cinquanta metri prima, tutto il treno sarebbe scivolato in mare, volando direttamente con una salto diretto in acqua, come in un film del terrore ferroviario che molti si ricordano: Cassandra Crossing, un convoglio di appestati che precipita da un ponte con la carrozze come giocattoli nel vuoto e altre carrozze che restano attaccate ai binari, ai piloni.

Qui non è Cassandra Crossing, qui è Riviera Crossing e i passeggeri scendono dai finestrini e dalle porte con salti e acrobazue sui binari mezzi divelti. Il macchinista e il suo aiutante sono feriti, non in modo grave. I passeggeri hanno sul volto il terrore di chi non crede a quel che sarebbe potuto succedere.

Piove, tornano indietro con i bagali in mano, verso la stazione di Andora. I soccorsi corrono sopra la frana, dove c’è una casa bianca per fortuna disabitata ma con innescata la miccia di una maxi bombola di gas che potrebbe esplodere per il dissesto del terreno che frana da sopra.

Franco Floris il sindaco di Andora, un tipo spiccio, è il primo a arrivare sul luogo del disastro. “Non credevo ai miei occhi” _ dirà più tardi, descrivendo l’incubo che ogni amministratore pubblico ha sempre temuto di vivere lungo il binario unico, alle spalle dell’Aurelia, tra frane, smottamenti e interruzioni.

L’incubo è quello della Riviera che si spezza in due o della Liguria che frana verso il mare. Delle vie di comunicazioni che si interrompono lungo quella lunga striscia di terra, stretta tra il mare e la collina. Che ha pochi slarghi da Spezia a Ventimiglia. L’incubo diventa realtà il 17 di gennaio, venerdì maledetto.

Le squadre di soccorso prendono atto che “il ripristino” della linea ferroviaria che collega con la Francia sarà un’operazione lunga, settimane e settimane, forse un mese. Cosa possono fare? Ricostruire la collina. Imbrigliare la montagna? Il binario sradicato dal treno “pende” sul vuoto, in fondo c’è il mare, la spiaggia?

“Ero partito da Milano per andare a Bordighera _ racconta Armando Zanzi, avvocato milanese_ viaggiavo sulla carrozza otto, quella dietro il locomotore. Ho sentito un colpo tremendo. Il treno si è inclinato verso il dirupo. I bagagli volavano. Il vagone si è fermato. Siamo scesi dal finestrino. Il controllore era nel panico. Fuori abbiamo visto la locomotiva fuori dai binari. Dietro di noi i sassi cadevano dalla collina. Siamo scappati in avanti sotto la pioggia”

C’è chi è scappato verso Cervo la stazioncina irragiungibile e chi è tornato indietro verso Andora, entrando in una galleria buia, fredda. Almeno lì non pioveva. Un film del terrore.

Ora la Liguria è veramente spaccata in due mentre continua a piovere. Le statistiche dicono che sono migliaia e miglia di metri cubi d’acqua in ogni angolo della regione, il 132 per cento di più a Genova rispetto al 2013, Genova, ricordiamo, la madre di tutte le alluvioni. Il bollettino delle frane e quello delle esondazioni si inseguono per tutto il venerdì tredici e sabato quattordici dicembre, mentre sui prepara una domenica ancora di acqua. L’Entella il fiume di Chiavari è esondato per la quarta volta negli ultimi mesi, il Vara nell entroterra selvaggio di la Spezia fa assomigliare quel pezzo di terra, tra l’Appennino e l’autostrada, un Polesine settanta anni dopo.

Ma è tra Cervo e Andora che l’incubo vero ha preso tuti i suoi connotati. L’isolamento della Liguria, che torna indietro di quasi due secoli al 1800, quando la si poteva “viaggiare” solo per mare, prima della prima ferrovia, prima che l’Aurelia diventase carrozzabile, prima che negli anni Settanta una generazione unica di politici e imprenditori lungimiranti costruisse le autostrade da Spezia a Ventimiglia, 250 chilometri di ponti e gallerie che ora sono l’unico nastro di collegamento certo per arrivare in Francia.

L’Aurelia interrotta in più punti, il treno “segato”, dove si è coricato quell’Intercity 660 e dove ci sono duecento miracolati da quel costone di roccia , che ha impedito alla motrice di tirarsi dietro i vagoni.

Sarebbero stati duecento morti. Nessuno ha il coraggio di dirlo mentre sulla Liguria intera continua a piovere ancora, senza sosta e la rete ferroviaria è impazzita, anche dove i binari ci sono e i treni, tutti con ritardi pazzeschi viaggiano e la gente guarda dai finestrini verso il mare ringhioso di onde marroni e verso la montagna in agguato.

I politici, gli amministratori non sanno che dire. Tacciono in regione dove è appena esloso l’ultimo scandalo delle spese pazze e hanno arrestato Nicolò Scialfa, ex vice presidente della giunta regionale del presidente claudio Burlando. Si era incamerato 77 mila euro di finanziamento pubblico destinato al suo gruppo dell’Idv, pensando che facesse parte dei suoi emolumenti. In due anni la regione Liguria ha perso per questa inchiesta due vicepresidenti, che si sono dimessi dall’incarico, non dal loro superstipendio di consiglieri regionali, lo stesso Scialfa e la bella Marilyn Fusco, anche assessore all’Urbanistica, anch’essa dipietrista, poi passata come il suo compagno a “Diritti e libertà” e il presidente del Consiglio regionale Rosario Monteleone, dell’Udc.

Dei quaranta consiglieri regionali, solo tre non sono indagati in questa inchiesta che accomuna tutte le regioni italiane, il presidente Burlando stesso, il suo vice Claudio Montaldo e Renzo Guccinelli, tutti Pd.

In Liguria continua a piovere, a franare, a esondare, a allagare, a alluvionare. Piove, governo ladro. Mai il proverbio sembra combaciare così tanto con la realtà.