Guglielmo Epifani: il Pd non è la Cgil, cambiarlo non gli sarà facile

di Gennaro Malgieri
Pubblicato il 12 Maggio 2013 11:41 | Ultimo aggiornamento: 12 Maggio 2013 11:41
guglielmo epifani

Guglielmo Epifani: no, il Pd non è la Cgil

È stato esilarante e sconcertante, al tempo stesso, seguire i lavori dell’ Assemblea nazionale del Partito democratico.

Esilarante, perché di fronte alla drammatizzazione che si attendeva dalla platea (semivuota della Fiera di Roma) non si è manifestato neppure un timido accenno di disagio per quanto è accaduto negli ultimi tre mesi.

Sconcertante, per la ragione connessa: l’assoluta impermeabilità alla critica fondata su almeno due dati inoppugnabili, vale dire la perdita secca di tre milioni di voti e la sconfitta della strategia post-elettorale fondata sul rigetto della prospettiva delle “larghe intese” con relativa infantile gestione dell’ “operazione Quirinale”.

Un tempo, quando i partiti erano soggetti seri e non accozzaglie di parvenu, i cui militanti ed ancor più i dirigenti leggevano qualcosa in più di una dozzina di twitter al giorno, la cosiddetta “analisi del voto” post-elettorale era un rito solenne dal quale scaturivano strategie e, se del caso, riposizionamenti della linea politica.

Il Pd, non diversamente dagli altri pseudo-partiti, non ci ha pensato minimamente a convocare la sua nomenclatura per capire cosa sia accaduto dall’un capo all’altro del Paese ed ha preferito, come da tempo usa, imboccare la scorciatoia del cambio della guardia a Largo del Nazareno, affidandosi a Guglielmo Epifani nella speranza che anestetizzi i democrat delusi e arrabbiati e provi a creare un clima minimamente accettabile affinché il congresso d’autunno si celebri senza traumi.

Se questa è la prospettiva vuol dire che il gruppo dirigente del Pd non ha capito nulla di quanto è accaduto e ancor più accadrà nelle prossime settimane. Non si è reso conto, in altre parole, che la “base” non ne può più delle manfrine politiciste e si sente abbondantemente presa per i fondelli dalle pratiche in uso nel partito da quando è stato fondato.

Tanto gli eredi del Pci quanto quelli della Margherita, infatti, immaginavano un movimento realmente nuovo, dotato di una originale identità, affrancato dall’ antiberlusconismo propagandistico e per giunta falso tanto che con il Cavaliere ci hanno fatto addirittura un governo.

Si erano illusi che il “nuovo” centrosinistra di Pierluigi Bersani fosse il superamento dell’ Ulivo e dell’ Unione prodiani, cioè a dire di appassionate ammucchiate prive di concretezza politica e perciò incapaci di durare il tempo di una legislatura piena.

Avevano creduto che fosse finalmente giunto il tempo della maturazione di un progetto realmente alternativo ed invece si sono ritrovati alle prese con le solite gherminelle parlamentari dopo una sconfitta (perché tale è stata) elettorale dovuta alla solita sottovalutazione dell’avversario ed una sciagurata composizione ispirata delle liste ispirata al clanismo ed al personalismo che ha azzerato il meglio che il partito poteva esprimere preferendo il “nuovo” fatto di incompetenti, vanagloriosi, indisciplinati e confusi figli dell’ impoliticità praticata dalla sinistra democratica nell’ultimo decennio.

Non una parola è stata detta sulla catastrofe identitaria, culturale e gestionale abbattutasi sul Pd.

Ed abbiamo avuto l’impressione che del riformismo promesso e della lotta all’austerità annunciata mentre si avallavano tutte le misure recessive di Mario Monti, non freghi niente a nessuno di coloro che probabilmente tengono più alle poltrone e meno al futuro di una compagine politica che in circa dieci anni ha bruciato una mezza dozzina di segretari ed un incalcolabile numero di aspiranti tanti, non riuscendo a darsi oltretutto un profilo definito al punto che gli ex-pci e gli ex-dc sono rimasti quelli che erano: soci fondatori di un’azienda politica che ha esposto soltanto l’insegna.

Guglielmo Epifani avrà il suo daffare, ma il partito che ha preso in mano non è la vecchia Cgil, coriacea e compatta, consapevole della sua “missione” perfino in tempi di comprensibile sbandamento.

Il materiale umano che si trova a maneggiare è fragile, tutt’altro che amalgamabile, di pessima lega insomma. Plasmarlo non sarà facile.

Forse per questo la sua nomina è stata salutata con un freddo applauso da poco più di quattrocento delegati che si sono affrettati a guadagnare l’uscita. Perfino i giovani di Occupy Pd, se ne sono andati delusi, avvolgendo la loro rabbia nelle inutili bandiere che hanno sventolato davanti alla Fiera di Roma dove il discorso più rivoluzionario l’ha pronunciato Enrico Letta. Infatti è stato sorprendente ascoltare dal presidente del Consiglio la scioccante ammissione che se fosse stato per lui a Palazzo Chigi ci sarebbe andato un altro, alla guida, evidentemente, di una diversa compagine governativa.

Questo è il Pd. Il resto è antiberlusconismo piazzaiolo. La rivoluzione può attendere.