“Il pallone smarrito”, nuovo libro di Gennaro Malgieri

di Gennaro Malgieri
Pubblicato il 29 Ottobre 2014 7:43 | Ultimo aggiornamento: 28 Ottobre 2014 13:17
"Il pallone smarrito", nuovo libro di Gennaro Malgieri

“Il pallone smarrito”, nuovo libro di Gennaro Malgieri

ROMA – È uscito il libro di Gennaro Malgieri, “Il pallone smarrito” (Tabula Fati edizioni, pp. 112, euro 10). In esso l’autore analizza il Mondiale brasiliano alla luce della globalizzazione che ha determinato una nuova geopolitica calcistica. Racconto del torneo e memoria, storie di campioni d’altri tempi e miserie contemporanee si intrecciano nella narrazione di una competizione dalla quale è risultato più evidente che nel passato come il calcio sia sempre più dominato dalla finanza e condizionato da interessi che nulla hanno a che fare con la sue dinamiche agonistiche, tecniche e culturali.

Qui di seguito pubblichiamo stralci dell’ultimo capitolo in cui si sottolinea la disfatta della nazionale italiana e le ragioni che hanno determinato la decadenza del nostro movimento calcistico.

A parte la circostanza che per la prima volta una nazionale europea, la Germania, ha vinto il Campionato del Mondo in Sud America – il Brasile comunque l’aveva vinto nel 1958 in Europa e poi in Asia nel 2002 – del torneo non resta nulla di “epico”. Tra breve sarà archiviato e forse dimenticato. I fatti e le gesta dei partecipanti sono stati modesti; qualche campione è emerso fuori contesto, cioè a prescindere dalla squadra d’appartenenza; di fuoriclasse nemmeno l’ombra; le promesse innovazioni tecnico-tattiche gli allenatori le hanno lasciate nel cassetto dei buoni propositi, semmai li hanno avuti. Molte delusioni in compenso hanno riempito le serate tutt’altro che magiche delle centinaia di milioni di spettatori che hanno atteso per anni l’evento brasiliano con crescente, febbrile ansia, immaginando che la “terra del calcio” riservasse chissà quali emozioni.

E’ stato giocato, al di là ogni ragionevole aspettativa, un football tutto sommato elementare, il più delle volte noioso e sciatto, “egualitario” verso il basso si potrebbe dire. A dimostrazione che la globalizzazione calcistica ha impoverito quello che secondo alcuni (compreso il sottoscritto) è “lo sport più bello del mondo”, mentre paradossalmente intorno ad esso si è costruito un sistema economico, finanziario e mediatico che condiziona la resa qualitativa di club e di rappresentative nazionali.
Il Mondiale brasiliano ha evidenziato, oltretutto, la divaricazione tra i valori sportivi (modesti) ed i valori commerciali (ragguardevoli) che caratterizza il movimento calcistico internazionale. Ed ha fatto cadere gli ultimi dubbi in chi ancora nutriva la speranza che passione e denaro possano andare d’accordo. Le ragioni del profitto, come dimostrano vicende recenti e meno recenti, sono sempre più destinate a sopraffare le ragioni del cuore le quali, per quanto ingenuamente condizionino le moltitudini di tifosi ed appassionati, sono inevitabilmente destinate ad essere strumentalizzate da coloro che muovono un “mercato” dal quale ricavare il massimo utile a scapito della qualità e della genuinità del prodotto.

Spentesi le luci brasiliane si sono riaccesi i riflettori sui particolarismi continentali e, dopo l’euforica parentesi, lo spettacolo è risultato desolante come se non più di quanto fosse prima dell’avventura della Coppa del Mondo. Alla fine del secolo scorso Vladimir Dimitrijevic, nel suggestivo La vita è un pallone rotondo, scriveva: “I calciatori valgono dieci, venti, cento miliardi, c’è un’inflazione che tende all’astrazione. Pochi affari sono più redditizi del calcio. I finanzieri, i procuratori, gli intermediari mica si occupano di calcio solo per passione, perché il calcio ha assunto una tale importanza mediatica che le imprese ne hanno fatto un volano pubblicitario strategico. E’ meglio di uno spot televisivo! Si gioca quindi per giustificare gli investimenti delle grandi multinazionali”. Oggi aggiungeremmo le ambizioni degli oligarchi russi e degli sceicchi arabi, a conferma di una mondializzazione finanziaria che non risparmia il calcio, così come gli altri sport del resto, e ne fa un mezzo di potere riducendolo a bene di consumo (sempre più scadente) privo dei connotati dell’appartenenza e del comunitarismo che una volta erano ben visibili. E’ infatti lontano il tempo in cui il mecenatismo calcistico era una sorta di esplicitazione del sentimento di aderenza ad un aggregato popolare che manifestava chi aveva la capacità di spendere i soldi in eccesso per soddisfare la propria passione coincidente con quella collettiva. Adesso, osservava sempre Dimitrijevic, la faccenda si è fatta “pericolosa”. I calciatori, infatti, “sono ossessionati” dalla posta in gioco e dalla paura di sbagliare”. La non marginale circostanza che guadagnino cifre enormi, al di là di qualsiasi logica, li condiziona più del dovuto facendogli perdere quella levità quasi fanciullesca che ha caratterizzato la pratica del football fino agli inizi degli anni Novanta del Novecento quando pure si assisteva sbalorditi a “colpi di mercato” eccezionali. Eccezionali e perciò rari, inconsueti, tali da entrare nella leggenda come l’acquisto dello svedese Hasse Jeppson da parte del Napoli, nel 1952, quando Achille Lauro (con soldi suoi) lo pagò centocinque milioni di lire; una volta che venne atterrato in area di rigore i tifoso dalla tribuna esclamarono: “E’ caduto ‘u Banco ‘e Napule!”.

Altri tempi, altre storie come quella che portò sempre a Napoli, per l’astronomica cifra di tredici miliardi di lire, l’immenso Diego Armando Maradona. Era il 1984. Poco dopo il calcio avrebbe perduto la sua innocenza. Quando le società sportive hanno immaginato di realizzare affari senza limiti fino a quotarsi in Borsa, il calcio è diventato un’altra cosa. Ed in Brasile, dopo i fasti sudafricani, lo abbiamo toccato con mano.

Nella geopolitica calcistica c’è sempre meno spazio per le forti e coese squadre-comunità (vedi l’Athletic Bilbao); la fantasia, l’inventiva, la libertà di gioco, come è stato chiaro nell’ultimo Mondiale, sono imbrigliate dalla paura perché gli interessi in campo non ruotano intorno ad un pallone da far girare, ma piuttosto ad un pallone da far sparire, nel senso che se per i tifosi ciò che vale è il gioco, nei sottoscala degli stadi sono ben altri gli interessi intorno ai quali si disputano le partite.

Il dopo Mondiale, dunque, si profila meno entusiasmante di quanto si potesse credere alla vigilia. Il football non è stato rilanciato, uno spirito evanescente connota i grandi tornei nazionali ed internazionali, campionati e coppe perdono appeal, i calciatori difficilmente si affezionano alle maglie che indossano e, sentendosi alcuni di loro elementi di uno star system da parvenu, guardano più al portafogli che al resto. Anche per questo motivo, i vivai languono, l’apprendimento del gioco del calcio è un affare di laboratorio (le famose “scuole”), l’acquisto di futuri e quasi sempre improbabili talenti inflaziona il mercato calcistico europeo che fa incetta di ragazzini ai quattro angoli del mondo con la speranza da parte di numerosi club (alcuni hanno più squadre in diversi campionati) di allevarli con spese modeste finalizzate a ricavi sontuosi.

A quanti ragazzi italiani, soltanto per fare un esempio, si toglie la possibilità di mettersi in evidenza se la politica di importazione impone che squadre apolidi, tra le quali spesso non risuona neppure un cognome familiare, siano compagini “italiane” a tutti gli effetti?

Il problema della nostra nazionale è tutto qui, non diversamente (sia pure in misura minore) dalle altre. Nel Campionato di serie A 2014-2015 giocano 588 calciatori. 309 sono stranieri: più del 50%, dunque, arriva da campionati esteri. Costano poco, si dice. E nella maggior parte dei casi è vero. I più rappresentativi sono i brasiliani (13,1%), gli argentini (11,9%), i francesi (6,7%), gli spagnoli ( 5,4%), il Ghana (4,5%). E poi non mancano giapponesi e camerunensi, nigeriani e algerini, ivoriani e portoghesi, serbi, bosniaci, croati, montenegrini, sloveni, slovacchi, colombiani, polacchi e via elencando. In alcune giornate squadre blasonate, di vertice, scendono in campo senza uno straccio di italiano. La Nazionale azzurra, allenata ora da Antonio Conte, può contare al massimo su trenta/quaranta calciatori tra i quali tirar fuori una formazione decente, comprese le riserve. I club sembrano disinteressati ai destini della Nazionale, ogni partita in calendario diventa un dramma per i dirigenti delle società: non si dimostra, insomma, da parte del movimento calcistico italiano quell’entusiasmo che pure in un passato piuttosto lontano c’è stato per la massima rappresentativa.

Conte, che ha ereditato una squadra piena di contraddizioni e priva di coesione, può inventarsi i moduli più belli ed efficaci, ma senza la possibilità di attingere ad un vasto bacino il suo sarà un lavoro improbo e pieno di insidie. Lo attendono al varco della qualificazione alla fase finale del Campionato d’Europa: impresa tutt’altro che proibitiva considerando l’alta partecipazione prevista e il non irresistibile girone eliminatorio nel quale l’Italia è inserita. Ma dopo? Ecco, un nuovo Mondiale all’orizzonte. Partiamo dal tredicesimo posto nel ranking della FIFA dietro Germania, Argentina, Colombia, Olanda, Belgio, Brasile, Uruguay, Spagna, Francia, Svizzera, Portogallo e Cile. Non è esaltante. Soprattutto in considerazione della nostra storia con quattro Mondiali vinti.