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Formazione obbligatoria, giornalisti così saranno più preparati? Non prendiamoci in giro

di Gennaro Malgieri
Pubblicato il 2 Dicembre 2014 11:29 | Ultimo aggiornamento: 2 Dicembre 2014 11:29
Formazione obbligatoria, giornalisti così saranno più preparati? Non prendiamoci in giro

Foto d’archivio

ROMA – Come si fa a non condividere le ottime argomentazioni di Bruno Tucci, pubblicate su Blitz, in merito all’assurdità della formazione professionale dei giornalisti? Ma a qualcuno è venuto in mente che esistono profonde differenze tra ordini professionali per cui ciò che vale per i medici, ad esempio, non è assolutamente paragonabile a ciò che deve valere per i giornalisti? Non ci si scandalizza che per ottenere crediti – così si chiamano – i professionisti della carta stampata e della televisione devono frequentare risibili corsi di aggiornamento sui temi più disparati, dalla tutela dei beni culturali alla crisi energetica, dalle pandemie ai flussi migratori, dal dissesto idrogeologico alle convulsioni sociali ed economiche fino alle nuove tendenze della moda e degli stili di vita, passando attraverso la gastronomia, l’arredamento, il turismo?

Ebbene accade anche questo che con il giornalismo, come mestiere, c’entra poco o nulla. Alla fine di questi corsi, la cui frequenza è obbligatoria, si dice, pena la radiazione dall’Ordine (smentita da un puntuale articolo di Sergio Rizzo pubblicato sul “Corriere della sera” domenica 30 novembre, nel quale viene richiamato quanto dispone il Regolamento dell’Ordine che non prevede nella fattispecie una sanzione del genere ), avremo giornalisti più preparati e lettori più e meglio informati? Ma via, non prendiamoci in giro.

Voglio vedere fior di direttori (o ex) che per “formarsi” sono costretti a frequentare corsi, gratuiti o a pagamento (anche su questo ci sarebbe da discutere) per “migliorare” le loro capacità professionali dedicando ore a materie la cui conoscenza, per quanto in sé importante (ma per tutti) di certo non ha nulla a che vedere con lo svolgimento della professione, le sue tecnicalità, la deontologia, le normative che la regolano. Ridicolo. Eppure tragico. Dal momento che il giornalismo ha ben altri problemi ed è in via di estinzione, come attesta la crisi del settore, invece di riflettere sulle modalità di salvare il salvabile, ci si inventano una legge e regolamenti attuativi della stessa che indiscutibilmente generano malessere e sfiducia in una categoria che soffre le conseguenze di una crisi palesatasi già molti anni fa e verso la quale le istituzioni sono state sorde e cieche.

Dall’obbligo della formazione sembra che siano esenti i pensionati, purché non svolgano attività giornalistica. E che cosa significa? Che un signore standosene a casa sua ed avendo la voglia di intervenire da qualche parte nel dibattito delle idee o a commento di fatti (giornali, televisioni, web) non possa farlo perché non ha frequentato i corsi previsti dall’Ordine, pena la presunta radiazione? La disposizione non è chiara al riguardo. Mentre è chiarissimo l’articolo 21 della Costituzione che garantisce a tutti – ma proprio a tutti – il diritto ad esprimere la propria opinione. Sarebbe davvero grottesco che, in ossequio ad una legge a dir poco cervellotica, possa utilizzare i media chiunque, dal manovale al chirurgo, dall’ingegnere nucleare alla casalinga, ma non il giornalista in pensione soltanto perché non ha frequentato i corsi di aggiornamento magari sulle forniture di gas o sulla musica afro-cubana.

Che ne dice il ministro della Giustizia interpellato da Tucci, da molti giornalisti e – purtroppo – da un solo parlamentare?