Malgieri sul match Berlusconi vs Fini: isolato, ma resisterà fino al 2013, perché non conviene a nessuno, ma serve una nuova iniziativa politica

di Gennaro Malgieri
Pubblicato il 1 Agosto 2010 - 23:31| Aggiornato il 21 Ottobre 2010 OLTRE 6 MESI FA

Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi: c'eravamo tanto amati

Si ha un bel dire che la governabilità è assicurata, che nulla cambierà e che se non proprio tutto sarà come prima, poco ci manca. Sono i mantra dei soliti yesman che hanno ingannato Berlusconi fino all’ultimo facendogli credere che i dissidenti finiani erano quattro gatti irrilevanti e screditati. Berlusconi, purtroppo, ha preso per buone le rassicurazioni dei suoi fedelissimi, quelli che per non dargli dispiaceri abitualmente gli procurano danni incalcolabili, tanto per intenderci. E si è trovato a dover riprendere, come in altre occasioni, la pesca miracolosa per prevenire spiacevoli sorprese dai fuoriusciti. I quali, pur protestando la loro fedeltà al governo, potrebbero sempre provocare un inciampo tale da costringere il premier a gettare la spugna.

Del resto Fini, con la consueta gelida franchezza, l’ha detto senza girarci intorno che i suoi pretoriani avranno le “mani libere” su tutto ciò che non rientra nel programma elettorale. Una presa in giro. La manovra economica appena votata rientrava forse nel programma? E le “quote latte”? E le varie emergenze (anche giudiziarie) che si sono presentate senza preavviso rientravano forse nei patti stipulati? Ma via, chi si vuol corbellare?

L’azione di un governo non è ingabbiabile in un documento che non ammetta nient’altro al di fuori di ciò che scritto. Se così fosse non di un governo avremmo bisogno, ma basterebbe un contabile che chieda di volta in volta al Parlamento, o meglio alla maggioranza eletta in base al programma sottoscritto, di approvare uno dopo l’altro i vari provvedimenti.

Evitiamo, per decenza, l’auto-inganno. La vita dell’esecutivo sarà durissima, ma non impraticabile. Per due motivi convergenti. Il primo riconducibile alla nascita di un partito precario, contraddittorio, fragile, privo di passioni ideali, prodotto di un’annessione da parte di un soggetto a-ideologico e carismatico; il secondo, conseguente, perché affidato ad una classe politica che non è mai diventata, nella sua totalità (quindi escluse rare eccezioni), classe dirigente: Berlusconi se n’è reso conto, e se ne pente. I partiti non si creano su basi aritmetiche, ma politiche; le élites chiamate a governarli devono essere reclutate soltanto in base al merito che solitamente si conquista sul campo, con l’esperienza ed anche la passione. Il professionismo è indispensabile, e certo non lo si acquisisce frequentando gli ambulacri del potere senza essersi prima misurati con le difficoltà che la politica stessa per definizione raccoglie nel suo dispiegarsi come arte al servizio del “bene comune” o degli interessi generali e diffusi. Si può dire che tutto ciò nel Pdl sia avvenuto? Non credo.

Gli effetti di questa mancanza sono evidenti adesso. Berlusconi resisterà fin quando potrà, cioè fino a quando le condizioni lo consentiranno. Da solo, naturalmente. Del resto solo lo è sempre stato nei momenti decisivi. Le regionali nel Lazio non le ha forse vinte da solo? E le politiche del 2008 le ha stravinte in compagnia di qualcun altro? Al momento del bisogno – lo si deve riconoscere – il Cavaliere è sempre rimasto in balia degli eventi, salvo poi essere applaudito dai cortigiani che hanno dimostrato, nell’ultima occasione, due cose: di non conoscere il partito e di non saper usare neppure il pallottoliere. Prima della difficile campagna acquisti, Berlusconi dovrebbe fare pulizia intorno a sé e ricominciare, avendone certamente la forza, sperimentando nuovi innesti al vertice di un partito che si trascina ormai nella paura del domani.

Un domani, a dire la verità, che non dovrebbe intimorirlo più di tanto, per quanto gravido di difficoltà possa essere. Come estrema ratio ci sono sempre elezioni anticipate che, a differenza di Fini e di tutti gli altri competitori, oggettivamente Berlusconi si può permettere anche se non le vuole per ovvi motivi legati alla situazione economica, finanziaria e sociale. Coloro che si sono sentiti liberati dai ceppi berlusconiani, dopo che averlo osannato a fine marzo dello scorso anno quando partorì il Pdl e cercavano a tutti i costi di farsi fotografare accanto a lui, le elezioni le vedono come un incubo poiché sanno che non supererebbero indenni la prova. E allora?

Allora Berlusconi, pur dedicandosi alla cura delle ferite e a tener a bada il fronte interno affinché non si allarghi, dovrebbe impegnarsi a costruire finalmente una politica che non si esaurisca nel varo di provvedimenti sparsi sulla giustizia o di leggi-tampone sull’economia, ma si sostanzi di riforme organiche tanto dell’ordinamento giudiziario (e questo era e resta nel programma elettorale: vogliamo vederli i finiani come si atteggeranno al riguardo) che di quello istituzionale (magari provando a far approvare dosi massicce di presidenzialismo: può non piacere a tutti, ma anche questo era nel programma elettorale). La sfida, insomma, non può fermarsi all’elencazione aggiornata di chi va e viene nel Grand Hotel del Popolo della Libertà.

Comunque la si pensi, l’Italia ha bisogno di politica. E tocca al governo ed alla maggioranza che lo sostiene assumere l’iniziativa sulla quale cercare e possibilmente trovare utili convergenze. L’opposizione per adesso sembra accontentarsi dell’ariete interno nel centrodestra per continuare a sperare in impossibili ribaltoni, illudendo i suoi elettori. Ma non ci sarà nessuna possibilità di cedimento, per quanto forte possa essere la tentazione, in grado di far cadere il governo per il semplice fatto che non conviene ai “nuovisti” della post-destra mandare all’aria tutto. Il solo, è chiaro, che trarrebbe tutti i vantaggi dalla caduta, posto che governi tecnici e pastrocchi vari non sono all’ordine del giorno (con buona pace di tutti gli inciucisti in servizio permanente effettivo), è proprio il Cavaliere, per quanto paradossale possa sembrare. Oggi, naturalmente. Tra un anno, forse. Più in là chi può dirlo? La sola certezza che tutti hanno è che fino al 2013 i conti, comunque, e da qualsivoglia posizione, è con Berlusconi che bisogna farli. Poi, il tempo, grande scultore, s’incaricherà di inaugurare un’altra storia. Probabilmente…