Minzolini/Ferrario giustizia(?) dice: fare direttore è reato

di Lucio Fero
Pubblicato il 15 Dicembre 2015 14:47 | Ultimo aggiornamento: 15 Dicembre 2015 15:01
Minzolini/Ferrario giustizia(?) dice: fare direttore è reato

Minzolini/Ferrario giustizia(?) dice: fare direttore è reato (foto Ansa)

ROMA – Chi mai lo sa cosa intende per “ufficio” di un direttore di giornale il magistrato che ha di fresco condannato Augusto Minzolini per “abuso” appunto di quell’ufficio. Difficile dirlo, difficile anche immaginarlo. Infatti quel magistrato ha ritenuto “abuso”, punibile con condanna, il decidere di un direttore di assegnare a un giornalista della sua redazione un incarico al posto di un altro.

“Abuso” quindi non è licenziare oppure mettere in condizioni di non lavorare più o, ammesso che sia possibile e in Rai certo non lo è, diminuire di fatto la retribuzione o far retrocedere in carriera. “Abuso” è per il magistrato decidere chi fa cosa in un giornale. Al magistrato andrebbe chiesto con tutto il rispetto: scusi, ma se il direttore di un giornale non deve (è reato secondo lei) decidere chi fa cosa, che ci sta a fare un direttore? E perché mai si chiama direttore?

Forse ma solo forse nella mente e nell’esperienza e nella lettura del mondo del magistrato il direttore sta lì per garantire che tutti restino in eterno, a vita, al loro posto e alla loro mansione. In effetti è questa la funzione e la visione che spesso nella Pubblica Amministrazione caratterizza e unisce vertice e base, manager e sindacati, quadri e garanti. Il magistrato può aver pensato: la Rai è di fatto come un ministero, lì devono valere le stesse regole che valgono per la scrivania di un funzionario: una volta avuta, è a vita.

Forse è così, forse no, chi lo sa. Sta di fatto che il magistrato ha stabilito un principio di legge (di giustizia mica tanto) secondo il quale la mansione giornalistica assegnata è a vita. Se ti mettono a condurre un telegiornale e poi ti spostano dal rapporto ravvicinato con la telecamera e spettatori, magari dopo dieci anni o anche venti, è persecuzione. Magari non ha più la brillantezza di un tempo, magari il tuo modo di condurre è datato, magari al direttore piace altro ritmo di conduzione. Niente, la mansione non si tocca.

Solo la pensione o la dipartita da questo mondo può legittimamente allontanarti. Non sorridete, in Rai, in tv e nei giornali sono in molti, molto più di quanto non ci si aspetti a pensare che restare inchiodato alla sedia, all’incarico, alla condiuzione sia un diritto naturale, aqcuisito, inalienabile del giornalista. Qualche, qualche? Un sacco di facce toste identificano l’immobilità e l’inamovibilità addirittura con la libertà di informazione. Ce ne vuole di faccia tosta, ce l’hanno.

Vizi e brutture di una corporazione, mica solo i giornalista ce l’hanno questo vizio e questo orrore di narrare il loro interesse personale e di gruppo come l’interesse primario della nazione, dell’umanità, della civiltà…Vizi e brutture di una corporazione come le altre che in un paese civile resterebbero materia e affare interno alla corporazione appunto. No, qui da noi si va in Tribunale a sostenere che i diritti umani e politici sono stati violati perché la conduzione del Tg non è più tua. Si va in Tribunale e incredibilmente si vince.

Perché succede? Cerchiamo di capire anche l’apparentemente folle. C’è del metodo in questa follia. Sono anni e anni che la magistratura del lavoro applica a rapporti di lavoro di professionisti come appunto i giornalisti (e altri) i criteri perfetti e a misura dell’operaio alla catena di montaggio nella fabbrica fordista. Certo, se prendo uno, anzi se prendevo uno (ora non si fa più) dal collaudo e lo spedivo in verniciatura, allora lo punivo e non lo trasferivo. Esistevano i reparti punizione nelle fabbriche per chi esagerava ad avere idee, parlare, organizzare sindacati e opinioni. Certo, forme di mobbing punitivo di natura in qualche modo politica esistono ancora.

Ma essere avvicendati ad una conduzione non è essere mandati in…verniciatura. Tiziana Ferrario, la vittima di Augusto Minzolini secondo sentenza, di anni di conduzione ne aveva fatti non pochi, al cambio venne promossa, ora è corrispondente da New York, quanto di meglio possa sperare e ambire un giornalista in carriera. E poi, come dovrebbe essere ovvio, le garanzie a tutela dell’operaio in fabbrica o del bracciante non possono essere applicate ai giornalisti o ai chirurghi o a altri professionisti come fossero operai alla catena di montaggio o raccoglitori nei campi.

I giornalisti ad esempio hanno nei contratti nazionali, aziendali e individuali garanzie che altri lavoratori si sognano. Ma è pieno di magistrati del lavoro che li considerano dei miseri Cipputi alla catena…e così i giornalisti hanno imparato a far causa che quasi sempre si vince e si beccano anche un sacco di soldi…alla Rai è numero record di giornalisti in causa con l’azienda. Rai cattivissima oppure…indovina perché.

Già, perché spesso la magistratura del lavoro fa così? Di certo in buona fede ritiene che iper tutelando i giornalisti si difende la libertà costituzionale dell’informazione. Ma sarebbe ora che i magistrati del lavoro capissero che così commettono lo stesso enorme errore di quando ordinavano a raffica la somministrazione per legge di Stamina: non stavano tutelando il diritto costituzionale alla salute, stavano in perfetta buona fede (e qualche ignoranza) favorendo una truffa a danno dei malati e delle loro famiglie.

Ora in questo storto e isterico paese si schiereranno con Minzolini tutti quelli di destra e non saranno con Minzolini tutti quelli di sinistra…E anche di queste righe, se saranno lette, si dirà: chi le ha scritte sta a destra, con Minzolini, cioè con Forza Italia, cioè con Berlusconi…

E invece no: Minzolini è stato a parere di chi scrive il peggior direttore del Tg1. Evidente, smaccato, pacchiano, banale, schematico, perfino tragicomico il suo schierarsi con comizietti serali pro Berlusconi. Il peggior direttore non perché era di destra e in adorazione di Berlusconi ma perché ha sempre confuso una redazione con un il Transatlantico di Montecitorio, le chiacchiere con i fatti, i pettegolezzi para politici con la realtà degli avvenimenti.

Ma era il direttore e il direttore dirige come il redattore redige se le parole hanno un senso. E ce l’hanno anche se qualche sentenza (troppo) stravolge ogni sensato senso. In una commedia di Eduardo De Filippo, Il sindaco del rione Sanità, la moglie del “sindaco” viene morsa dal cane. Eduardo-“sindaco” accerta i fatti, soppesa, chiede dove e in che circostanze il cane abbia morso. Apprende in giardino, disturbato. E quindi Eduardo-“sindaco” di fronte alla moglie sofferente e parenti furiosi col cane proclama: “Tene ragione ‘u cane”. Ha ragione il cane perché il cane sta in giardino per fare la guardia.

Come il cane di Eduardo ha ragione Minzolini e torto la Ferrario, anche se questa esibisce un livido professionale. Il direttore di un giornale sta lì per decidere e comandare chi fa cosa. Altrimenti lo si faccia tutti quelli della redazione, magari a turno e poi restando, s’intende, tutti con la qualifica e retribuzione da direttore. Paradosso ovviamente. Paradosso? Nella sentenza per cui “abuso d’ufficio” è cambiare posto a un giornalista c’è già il seme, più del seme la pianta, che dà come frutti maturi e succosi…paradossi.