Monti: “Non tiro a campare, se non vi piace, arrivederci”

di Lucio Fero
Pubblicato il 26 Marzo 2012 17:06 | Ultimo aggiornamento: 26 Marzo 2012 17:50

Mario Monti (foto Lapresse)

ROMA – In dubbio…veritas, e un “dubbio” Mario Monti se l’è fatto venire: “Se il paese  attraverso le sue forze sociali e politiche non si sente pronto per quello che noi riteniamo un buon lavoro non chiederemmo di continuare per arrivare a una certa data”. Un dubbio, e che dubbio. Che a Monti è venuto dopo i giorni della riforma del mercato del lavoro, con Il Pd che non ci sta, la Cgil che scomunica il governo, il Pdl che prova ad usarlo il governo contro il Pd, l’Udc che sente odor di crisi, i sondaggi che segnalano l’elettorato di sinistra schierarsi contro, l’elettorato di destra sempre diffidente. Del dubbio, e che dubbio, non c’è da sorprendersi: Monti deve averlo sempre nutrito fin dall’inizio, altrimenti lo si dovrebbe considerare più che ingenuo. Che il dubbio diventi frase dichiarata ed esplicita può invece stupire o no, di certo è un fatto politico. Un fatto abbastanza sorprendente, i più pessimisti se lo attendevano magari tra qualche mese.

Sono ormai due o tre settimane che le “forze politiche e sociali” stanno costruendo intorno al governo Monti un recinto entro il quale può muoversi, anzi un “divano” sul quale può stare seduto fino alla primavera 2013. A condizione però che il governo non si alzi a fare una passeggiata fuor del recinto. Tenerlo in piedi il governo perché nessuno può permettersi una crisi, nessuno saprebbe inventarsi qui e subito un altro governo, nessuno è pronto ad elezioni anticipatissime nel 2012. In questo recinto Monti segnala di non starci comodo, anzi francamente avverte che potrebbe non starci proprio. Per ora è un avvertimento, diplomaticamente accompagnato da un “finora” il paese si è mostrato pronto e disponibile. Già, ma c’è quel “finora”. E c’è soprattutto quel “Non sono come Andreotti, non tiro a campare”.

Un bluff, un lucido bluff da parte del presidente del Consiglio? Difficile: chi ha ascoltato con attenzione i toni e la sostanza del suo intervento a Cernobbio, davanti alla platea di Confcommercio, ha potuto cogliere in più passaggi qualche sapore aspro, l’emergere in superficie di qualcosa che molto somigliava al “non a dispetto dei santi” e al “non me l’ha ordinato il medico”. L’insistere sulla crisi finanziaria tutt’altro che risolta, la critica esplicita a tutte le forze politiche di aver per decenni “ascoltato troppo le categorie”, il ripetere “non prometto nulla, non la ripresa ma solo una recessione più morbida”. E soprattutto quel “le forze politiche che verranno dopo di me dovranno continuare” sulla strada intrapresa. Sono tutti passaggi che vanno a comporre un pensiero: così non si va avanti o meglio così sarebbe inutile andare avanti. E’ possibile, anzi probabile che per ora Monti abbia voluto comunicare l’impraticabilità di uno schema di gioco che ai partiti che lo appoggiano sta più o meno bene a tutti: il Monti che resta al governo ma poco governa. Non sull’articolo 18 perché sinistra non vuole, non sulla flessibilità in entrata perchè alle aziende, Confindustria e destra non piace, non sulla Rai che Berlusconi non vuole, non sulla giustizia che nasce vespaio, non sulla spesa pubblica che Regioni e Comuni piangono, non sulla riforma fiscale che se tocchi l’Iva piangono i commercianti e se insisti sull’evasione a mezza Italia vengono i sudori freddi. Monti ha comunicato che lui questo gioco lo rompe, che se ne può ancora fare un altro. Oppure smettere di giocare, amici come prima e vedetevela in po’ voi. In mattinata Susanna Camusso gli aveva intimato la marcia indietro, poche ore dopo Monti ha quasi chiesto “bastone e cappello” per lasciare la sala. Chissà la Camusso e tanti altri con lei se sono rimasti contenti o hanno preso paura.