Week-end dell’ultima diga: stabilità più Monti, poi o la va o la spacca

di Lucio Fero
Pubblicato il 10 Novembre 2011 14:37 | Ultimo aggiornamento: 10 Novembre 2011 15:57
Mario Monti e Giorgio Napolitano

Mario Monti e Giorgio Napolitano (Lapresse)

ROMA – E’ il week-end dell’ultima diga, poi da lunedì 14 incarico a Mario Monti, legge Stabilità approvata e… o la va o la spacca. In realtà più incarico di formare il nuovo governo che legge Stabilità a formare l’ultima diga. La legge e la sua approvazione servono più a mettere il timbro sulle dimissioni di Berlusconi che a turare la falla. Sono più il taxi pagato che accompagna a casa Berlusconi che il bonus finanziario che in verità non c’è. In questa legge che il Parlamento varerà entro sabato c’è poco, davvero poco e comunque nessun pilastro che tenga in piedi la diga: c’è sabbia utile e non cemento necessario. Perché tutto quello che l’Italia ha fatto o ha creduto di fare con le manovre di estate-autunno e con la stessa legge Stabilità, tutto ce lo siamo già mangiato in queste settimane.

“A legislazione invariata”, così come recita la formula di rito, cioè se non si fa altro, molto altro non ci sarà il pareggio del deficit a fine 2013. Tanto meno la riduzione del debito già dal 2012. Tutti i conti fatti finora sono sbagliati e da rifare: erano basati su una crescita sia pur minima del Pil che la Bce di Mario Draghi ha già calcolato che non ci sarà. Quindi sacchetti di sabbia e poi…o la va o la spacca. Perché il governo Monti, ammesso che nasca davvero dopo essere stato concepito, è condizione necessaria ma non sufficiente.

Nasce davvero questo governo? Chi lo vota in Parlamento? Chi lo sostiene o almeno lo accetta nel paese? C’è il “Ni” del Pdl, anzi ormai ci sono i Pdl al plurale. Metà e forse di più del partito vuole l’ombrello del governo Monti per evitare di uscire al freddo e al gelo delle elezioni. Ma in questo governo vogliono esserci e anche no: di sicuro con dei ministri e con il marchio del partito, per nulla con la responsabilità diretta di quel che il governo dovrebbe fare. Non a caso sussurrano di ministro della Giustizia targato Pdl, non di ministro dell’Economia. Poi c’è l’altro Pdl, quello che vuole la lotta e il muoia Sansone con tutti i Filistei, la stampella di Enrico Toti gettata in faccia al nemico. Anche qui non a caso l’altro Pdl, quello di minoranza, conta soprattutto ex An. C’è soprattutto un Pdl che ai primi passi della deberlusconizzazione inesorabilmente si sfarina.

C’è il no di Bossi e della Lega che preferiscono il “ridotto della Valtellina”. Il loro no è un sospiro di sollievo: finalmente fuori dal governo e in fretta. E un no a starci dentro quel governo ma è un sì a che quel governo si faccia: la Lega avrà un bersaglio su cui sparare, al momento altro non chiede e neanche sa immaginare.

C’è il no di Di Pietro e di Vendola e della Cigl di Susanna Camusso. Un no che prepara campagne all’insegna della condanna dello “inciucio” e del rifiuto della “macelleria sociale”. Un no che farà da magnete a buona parte parte della “gente” di sinistra, un no più forte nel Paese di quanto non sia in Parlamento. Una minoranza ma che può aspirare a diventare “minoranza di blocco” verso il Pd e verso lo stesso governo. E’ questo e non altro l’orizzonte e l’ambizione politica di chi innalza quel no. Un no che a tratta sfuma in “Ni” sotto forma di ipotetico sì ma a condizioni tali che rimbalzano verso la vera risposta: appunto un no.

C’è il sì del Terzo Polo che allarga la sua area di opinione e prevedibilmente del suo elettorato. C’è il sì sofferto come sempre ma sufficientemente deciso del Pd di Bersani. Deciso fino al punto di rottura del Pd che nessuno sa quale sia. Pd, ma non proprio tutto il Pd, che accetta il rischio di salvare il paese ma perdere voti e non sa se il paese, eventualmente, gliene sarà riconoscente. O se il paese sarà nei confronti soprattutto del Pd come il paziente che scalcia e rifiuta l’intervento chirurgico mordendo la mano del medico.

C’è soprattutto il sì dell’Europa, della Bce, delle banche centrali, dei mercati, dei risparmiatori, degli investitori, dei governi con cui condividiamo la moneta e anche della Casa Bianca. C’è il sì di Confindustria, dell’Abi, delle aziende. Il sì di tutti coloro che se l’Italia la spacca la pagano anche loro. E’ questa la forza per ora evidente e di maggioranza del governo Monti che ancora non c’è. Ancora non c’è ma basta l’annuncio e i mercati danno tregua, a se stessi e all’Italia. Solo tregua, niente di più, ma dopo una giornata, una mezza giornata da 100 punti di spread in più in una botta sola, buttala via la tregua.

E c’è un non si sa. Non si sa se gli italiani, l’opinione pubblica, le categorie, i lavoratori, le famiglie, la gente comune reagiranno imprecando e mugugnando ma concedendo fiducia oppure si organizzeranno in tribù in rivolta. Il week-end dell’ultima diga, poi Monti e… o la va o la spacca.