Natale di Roma, dietro la leggenda. Romolo era etrusco, i latini pastori e contadini, i liguri primi abitanti

di Marco Benedetto
Pubblicato il 25 Dicembre 2020 11:48 | Ultimo aggiornamento: 25 Dicembre 2020 13:48
Natale di Roma, dietro la leggenda. Romolo era etrusco, i latini pastori e contadini, i liguri primi abitanti

Natale di Roma, dietro la leggenda. Romolo era etrusco, i latini pastori e contadini, i liguri primi abitanti

Natale di Roma, una leggenda a metà. Furono gli etruschi a fondare Roma, mettendo sotto i pastori e contadini latini e sabini. 

Romolo non era latino ma etrusco. Altro che lupa o lupanare. Fu ferro toscano a tracciare il solco della Roma quadrata. I primi re furono sabini e etruschi.

Poi l’elemento latino prevalse e fu repubblica. Durò mezzo millennio, fino all’impero. E i primi quattro imperatori dopo Augusto furono di nobile discendenza sabina. Inclusione, si direbbe oggi, fu la forza di Roma, fin dal suo natale. Senza immigranti e senza guerre di espansione, col conseguente assorbimento di immigrati e vinti, Roma non sarebbe stata Roma. Ognuno al suo posto, ognuno in base all’etnia e al censo. Ovviamente.

Poi ci furono anche, a dare una mano, quattro secoli di clima ideale, fra il 250 AC al 140 DC. Poi il clima cambiò, anche senza fabbriche e automobili, ma con una pressione fiscale degna di oggi. Così ebbe inizio il declino. L’Occidente si frantumò nei regni barbarici, l’Oriente fu travolto dall’avanzata dell’Islam. Ma l’idea di Roma restò nell’aria fino al ventiduesimo secolo dal suo natale.

Roma fuori dal comune fin dal suo natale

Roma fu fin dall’inizio una città fuori del comune. Stretta fra il fiume e i monti, inadatta alla agricoltura oltre il sostentamento. Ma in una posizione formidabile di crocevia commerciale. Poteva solo crescere conquistando e annettendo. E all’ombra delle aquile sviluppando una rete di traffici sempre più ampia e globale. Portata ai confini del mondo non solo da generali giuristi e filosofi. Ma da sordidi mercanti che penetrarono nei più remoti angoli di civiltà inesplorate.

L’archeologia conferma il natale di Roma

L’archeologia ha confermato la parte più emozionante della leggenda di Roma. Fu davvero l’aratro di Romolo che tracciò il solco destinato a  delimitare il confine della prima città. Ne hanno trovato riscontro gli scavi di Andrea Carandini.
 
Quello che c’è sotto la leggenda è un po’ meno credibile. Come abbiamo studiato a scuola il natale di Roma, Roma fu fondata dai latini, popolo giunto in Italia per mare dal medio oriente. Ricordate Enea, il figlio, il vecchio padre Anchise, la tragedia di Didone, l’odio secolare con i cartaginesi? 
 
I latini occupavano la parte nord occidentale del Lazio, fra quelli che oggi sono i castelli romani e il litorale fra Lavinio e Anzio. Attorno c’erano altri popoli di antica origine che poi i romani a uno a uno sottomisero.
L’espansione dei latini verso nord ovest, fino al Tevere, trovò nel fiume l’ostacolo del confine con gli etruschi, popolazione per certi versi misteriosa, meno misteriosa se ci si riflette un po’, come vedremo avanti.

I pastori latini secoli prima del natale di Roma

I coloni latini erano pastori di pecore, che nel giro di qualche secolo occuparono parte del territorio dove ora è Roma.
Romolo unì i villaggi che nel tempo si erano formati sulle pendici dei colli attorno al Tevere, uccise il fratello che lo aveva sfidato, regnò per quarant’anni un po’ da solo, un po’ in power sharing con un altro re, Tito Tazio, di stirpe sabina. I sabini erano gente venuta dal nord est, partiti secoli prima dall’Europa sud orientale. Siamo in presenza di uno dei numerosi movimenti di popoli Indo europei. Siamo attorno al 1.300 AC, periodo di grandi sconvolgimenti fino all’India. Ci torneremo dopo.
 
I sabini, che, venendo dal nord-est si erano radicati nell’interno in quella parte d’Italia che ancor oggi si chiama così, si erano spinti fino al Tevere, giungendo a sud ovest in quella parte di Roma oggi occupata dal Quirinale. Anzi, c’è chi attribuisce ai sabini anche il Campidoglio. Romolo orchestrò il noto ratto delle donne sabine, per fornire di mogli i suoi pastori. Quando i sabini ingaggiarono i romani in battaglia per riprendersi le loro femmine, queste si interposero fra i combattenti imponendo la pace.
 
Da allora vissero tutti felici e contenti. A parte il periodo in cui la città fu governata dai re. Dopo Romolo e Tito Tazio, due mezzi sabini, tre etruschi. Strano che la mitica città latina, fondata dalla stirpe dei re di Alba Longa, sia stata retta da “stranieri”.

La verità storica diverge dal mito

Ma forse la verità è un po’ diversa dal mito costruito dai sicofanti poeti e storici romani, consapevoli creatori di fake news. Rievocata in volumi e volumi nel corso dei secoli, sigillata nella serie della Fondazione Lorenzo Valla.
Leggendo, cercando, riflettendo, credo che dietro il mito si nasconda una storia meno semplice e anche più moderna. Non furono Ercole né Caco né Picchio ad agire, ma allora come oggi, le leggi dell’economia, del commercio, della politica.
 
Roma non offriva grandi possibilità all’agricoltura. L’unità media coltivabile era intorno ai 2.500 metri quadrati. Vi posso garantire, avendo visto la miseria della vita in mezzo ettaro nelle fasce liguri, che era pura sussistenza. Non c’erano miniere, quindi nemmeno possibilità di lavorazioni artigianali o industriali.

Un importante snodo commerciale

Roma era però un importante snodo commerciale. Il fiume, impetuoso e torrentizio, si poteva risalire fino all’Umbria. Sulla riva del mare, si poteva scendere fino all’hub della foce dell’Astura, per poi proseguire in linea retta verso Ventotene e Napoli. Risalendo l’Astura arrivavi fino alla attuale Palestrina, da sempre roccaforte naturale (se uno va a Kiev, dove nacque la Russia, il collegamento è automatico).
 
Da quello che oggi è il centro di Roma, risalendo la strada da cui erano scesi i sabini, si penetrava nel loro territorio con uno dei beni più preziosi sempre, il sale. Oggi l’aria di mare è un tonico che favorisce salute e intelligenza (si pensi al gozzo come conseguenza della mancanza di sale nelle terre interne del mondo, dal Cuneese alla Cina). 
Prima dell’avvento di ghiacciaie e frigoriferi il sale era indispensabile per la conservazione delle derrate alimentari. Da qui il nome della via Salaria. Dalle saline sulla costa a nord della foce del Tevere, fino al profondo entroterra della Sabina.

Oltre il Tevere, gli Etruschi

Oltre il Tevere, verso nord, si estendeva il dominio etrusco. Gli etruschi erano, in quei primi secoli del’ultimo millennio prima della nostra era, in piena espansione. Erano pochi, come pochi furono i popoli che di volta in volta si imposero in Europa, Visigoti (l’aristocrazia di Francia sud orientale, Spagna e Portogallo), Franchi (Francia), Longobardi (Italia), Normanni (Gran Bretagna e Russia).
 
Ai tempi degli etruschi, in Europa, causa anche la scarsità di popolazione, si andava per città o meglio cittadine o paesoni di qualche migliaio di abitanti, quali sono ancor oggi la maggior parte delle città del Lazio. Gli etruschi vivevano arroccati probabilmente per difendersi dalle rivolte contadine. 
 
Gli etruschi, padroni di quella che oggi è la Toscana, miravano a sud, alla Campania, ricca terra di colonie greche.
I rapporti fra latini e etruschi erano ostili, viste le premesse. Ma il commercio è stato sempre una forza irresistibile, è stato la spinta che ha determinato lo sviluppo della civiltà. E quel guado del Tevere proprio allo sbocco della attuale via Aurelia era una spinta fortissima. Ancora oggi, sul lato romano del Tevere, nomi come Foro Boario, Foro Olitorio evocano quei lontani mercati. E la collocazione di un mercato ortofrutticolo nella fu piazza Montanara ai piedi del Campidoglio fino alle picconate di Mussolini conferma il terminale, in quell’area, delle merci provenienti dalla campagna romana e dal futuro agro pontino.

Vediamo dunque lo schieramento sul campo

Oltre la sponda destra del Tevere, dalla attuale Trastevere verso nord, c’erano gli etruschi. Sulla sponda sinistra, verso l’interno e giù fino al Quirinale e al Campidoglio che ne è propaggine, i sabini.  Verso il mare i latini. 
La posizione migliore però era occupata da una quarta popolazione, di cui si è sempre detto e scritto poco, i liguri. I liguri? Proprio loro.
 
C’è chi ha sostenuto che i liguri furono una antichissima a popolazione europea, che si estese dal Portogallo alla Germania. Ciò è testimoniato dalla desinenza, tipicamente -asco, di località e fiumi considerata caratteristica ligure. E anche dal fatto che ancora oggi, nonostante la contaminazione col latino, la base linguistica di portoghese, spagnolo, francese (e per metà inglese ma per via normanna), piemontese e genovese-ligure sembra avere radice comune. Il latino non me ne pare essere la matrice, come lo stesso Dante aveva capito. Molte parole in uso oggi vengono dal latino, non però la grammatica e la sintassi.

I liguri primi europei bistrattati dagli storici moderni

I liguri erano gente un po’ primitiva ma mite. Forse anche matriarcali. Si dibatte in quale millennio si espansero in europa, se fossero indo europei o pre indoeuropei o pre pre tutto. Contadini, pastori, analfabeti, un po’ anche mercanti, ovviamente. Vennero sopraffatti dalle varie ondate di Indo europei nonché etruschi e ristretti in Liguria, territorio assai poco appetibile dal punto di vista dello sfruttamento agricolo. E in Liguria si incattivirono e incarognirono. Si tenga presente che i genovesi sono solo moderatamente liguri, essendo un impasto di infinite razze. E che comunque la classe dirigente che ne guidò l’avventura sul mare nei mille anni seguiti alla fine dell’espansione islamica era di stirpe longobarda.
 
Gli storici antichi sono ricchi di notizie sui liguri. Nei decenni più recenti, sui liguri è calato un cupo silenzio. È una constatazione oggettiva, non certo frutto del lamentismo ligure, quasi pari a quello meridionale.
 
Ci fu uno sprazzo quando a sostenere la tesi dei liguri proto europei fu, a fine ‘800, un francese, Henri d’Arbois de Joubainville, grande studioso di mitologia celtica. In centinaia di pagine, nel suo Les Premiers Habitants d’Europe (1877), argomenta e documenta l’origine ligure dell’Europa. La sua teoria non piacque ai suoi compatrioti. I francesi gli scatenarono contro aspre polemiche e poi lo seppellirono con l’oblio. Ovviamente preferivano discendere dai Galli biondi guerrieri piuttosto che da una razza inferiore e pacifica, capelli corvini, occhi scuri. Anche se francesi biondi con gli occhi celesti di tipo celtico ce ne sono sempre stati assai pochi, localizzati in prevalenza in riva al Reno. E quindi di discendenza germanica.
 
Anche il linguista spagnolo contemporaneo Francisco Villar fa cenno a una presenza ligure in Europa superiore a quella generalmene riconosciuta, ma en passant.
 
Un altro francese, Leon Homo la riprese, nella prima metà del ‘900. Ma anche in Italia l’idea non attecchì. Il mistero degli ultimi abitanti d’Europa prima degli indoeuropei non appassiona molto. Teniamoci fermi alle apparenze. Indagare porterebbe e porta a un passato di prepotenze e usurpazioni, violenze e schiavitù.

I tedeschi con i capelli e gli occhi neri non discendono dai guerrieri germanici

Di recente, uno storico inglese, Peter Heather, ha avanzato il dubbi che se i prodi guerrieri germanici potevano vivere di battaglie e rapine, qualcuno a lavorare la terra per loro ci doveva essere. Non attribuisce loro un nome, ma pone un interrogativo.
Fu invece un terzo francese, Alfred Merlin, a documentare la presenza ligure a Roma, tesi poi ancora ripresa da Leon  Homo. Il libro di Merlin, “L’Aventin dans l’antiquite”, è del 1907. Dopo di lui, a parte Homo, mi pare ci sia silenzio. Solo Carandini lo cita in bibliografia.

I liguri primi abitanti dell’Aventino, Neanderthal sull’Aniene

Sostiene Merlin che i liguri vivevano sull’Aventino ben prima dell’arrivo dei latini e degli altri popoli conquistatori. La posizione dell’Aventino, rispetto alle valenze strategico commerciali di Roma, è ideale. Domina il fiume, fra il piede del colle e la riva c’è un pianoro dove potevano sostare le merci. L’altopiano offriva gli appezzamenti migliori per l’agricoltura. Primi arrivati a Roma (o quasi, ma parlare dei sicani ci porterebbe troppo fuori strada) si scelsero la postazione migliore.

Per immaginare cosa fosse l’Italia quasi tremila anni fa dobbiamo resettare la nostra mente. Via le immagini delle strade intasate per lo shopping natalizi o dalla movida. In tutta Europa, a quei tempi, c’erano solo poche centinaia di migliaia di nostri antenati.

Né, va detto, furono i liguri i primi abitanti di Roma. Nella zona dell’Aniene, attuale Monte Sacro, è stato rilevato un insediamento di Neanderthal risalente a 120 mila anni fa (Sabina Marineo, “Il primo europeo”).

I latini, i sabini, gli etruschi presi singolarmente non furono in grado di sloggiare i liguri. Considerandoli inferiori, si limitarono a escluderli dal processo di formazione della città. Riservandosi il colpo di grazia per dopo.

La presa dell’Aventino, una brutta pagina

Non c’è una data precisa per la sottomissione dei liguri da parte dei patriarchi latini, ai quali interessava impadronirsi della loro terra. Però, leggendo le pagine di Merlin, incrociando con quello che riportano gli storici e ragionandoci un po’, emerge una delle pagine vergognose della storia di Roma. Tanto vergognosa che l’hanno cancellata e rivestita di ipocrisia e di religione. Tanto vergognosa che l’Aventino venne incluso nel sacro pomerio di Roma (l’area cittadina dove era proibito circolare ai militari) ben ottocento anni dopo la fondazione, ai tempi dell’imperatore Claudio.

Probabilmente l’aggressione risale a poco dopo la nascita di Roma. Il nuovo gruppo dominante chiuse i conti con i liguri. Un po’ ne uccisero, un po’ li ridussero in schiavitù, col resto si formò il nucleo principale di quella plebe che nei millenni si è identificata con l’Aventino. Ne è traccia la secessione fatta rientrare da Menenio Agrippa.

Fu una grandiosa rapina (vien da pensare alla privatizzazione delle terre del clero e pubbliche nel Sud d’Italia dopo il 1860). L’Aventino fu dichiarato Ager publicus, bene del pubblico, di cui approfittarono per secoli i padroni di Roma di origine latina, quelli che alla fine, per forza dei numeri, dominarono la presunta repubblica.

Cosa accadde davvero nel natale di Roma?

Il mito della fondazione e del natale di Roma copre e nasconde quel che accadde nella realtà. Ma un’idea ve la espongo. Dei tre popoli che insistevano sull’area della futura Roma direi che i più numerosi erano i latini, contadini e pastori, padroni del territorio. I più solidi e organizzati erano all’inizio i sabini, la cui ricchezza era antica e basata nell’interno della penisola. A loro interessava il commercio del sale e la tutela delle teste di ponte dei due colli vicino al Tevere.

I più progrediti, culturalmente, tecnologicamente e militarmente erano gli etruschi. Sono loro, non i latini, a avere fondato Roma. Due parole sugli etruschi. Essi non costituivano l’intera popolazione delle terre occupate. Erano una minoranza di origine mediorientale con forti legami con la Grecia. Sulle loro origini, dopo i classici di Raymond Bloch (1954) e di  Massimo Pallottino, negli ultimi anni si sono prodotti nuovi studi basati sulla lingua (Carlo De Simone) e  sul Dna (Guido Barbjani).

Certo gli etruschi erano di un livello superiore in termini militari, sociali, organizzativi. Avevano sottomesso i vecchi abitanti della Toscana, liguri e chissà quali altri. Li sfruttavano e li tenevano in uno stato di soggezione servile. Che peraltro non credo sia migliorato per decine di secoli fino ai tempi nostri. Per questo, ripeto, gli etruschi si annidavano sui punti più alti del territorio. Avevano paura delle rivolte.

La lingua degli etruschi

Parlavano una lingua diversa da quella parlata dagli antichi toscani. Tanto diversa che, una volta amalgamato il gruppo dirigente etrusco nel ceto dominante romano (un nome, Mecenate, una donna, la moglie di Claudio imperatore), quella lingua evaporò senza quasi lasciare traccia. Per un gioco della storia, proprio Claudio scrisse un libro sugli etruschi, ma il papiro si perse.

Per la chimica dell’evoluzione umana cultura, arte, tecnologia e probabilmente anche organizzazione militare degli etruschi si trasmisero e fusero nello spirito della nuova città-stato Roma. Da chi presero i romani ricchi il vezzo di mangiare sdraiati? Più probabilmente dagli etruschi che non dai greci. Gli etruschi a loro volta l’avevano imparato dai greci, o per discendenza o per frequentazione. Il padre del re Tarquinio Prisco, Demarato, era un ricco mercante di Corinto, rifugiatosi a Tarquinia.

Si trova sostegno a questa teoria anche nel mito. Chi era Mastarna-Servio Tullio se non un capo militare mercenario al servizio di un re etrusco di Roma, di cui a tempo debito diventò a sua volta re?

Roma fin dal natale melting pot come New York

Nei decenni successivi al natale, in cui la popolazione latina della futura Roma cresceva e crescevano anche gli innesti dalla Sabina e dall’Etruria (con le conseguenti iniezioni di tecnologia), l’espansionismo etrusco verso il Meridione greco era al massimo. La location di Roma ne faceva uno snodo chiave non solo sul piano commerciale ma anche militare. Il guado del Tevere era dominato dal Palatino. Per molto tempo ho creduto anche io che il Palatino fosse un avamposto latino per controllare il guado. È evidente è la sua valenza strategica.

Ora però credo che furono gli etruschi a impadronirsi del Palatino, magari dopo avere fatto sloggiare con un colpo di mano i latini. I recenti studi e teorie di De Simone, che anche Carandini riporta, puntano alla conclusione che Romolo e Remo sono nomi etruschi. Il nome di Roma stesso sarebbe etrusco. Gli etruschi presero il Palatino e ne fecero il fulcro urbano della nuova città. Poi i latini, dopo due secoli e mezzo dal natale di Roma, presero il sopravvento. Lasciando però spazio alle aristocrazie delle altre etnie, amalgamandole in un grande melting pot. Come negli Usa, che prevarranno anche sui cinesi. Non come gli inglesi, che sono durati solo 3 secoli.

Pensate alla incongruenza del mito del natale

Che  senso ha il natale di una città da parte di un etrusco che fonda una città dei latini o per i latini?
Che senso ha il fatto che dei sette re di Roma, quanti ce ne tramanda la leggenda, tre furono etruschi e degli altri, incluso Romolo, nessuno sia stato latino al 100%? Deduco: gli esordi, il natale, furono monarchici, di segno sabino e etrusco, poi venne la repubblica, oligarchia agricola latina, poi l’impero, con l’emergere delle classi nuove, il mescolamento di classi e razze, fino agli imperatori che di latino forse conservavano qualche goccia di sangue di avi lontani.

Probabilmente le cose andarono così. Inizialmente il natale di Roma originò come testa di ponte militare della marcia degli etruschi verso il sud. Gli etruschi all’origine si imposero sugli elementi latini e sabini. Ma gli etruschi non avevano le forze per controllare e ingabbiare una città in espansione demografica nell’elemento latino e sabino, conseguenza  della espansione mercantile. E anche militare e territoriale. Etruschi furono i re di Roma. Ma il mestiere dei re fu sempre la guerra. Per rapina e accrescimento territoriale. A farne le spese furono indiscriminatamente i vicini latini e etruschi.

Poi il peso dei latini e anche dei sabini diventò preponderante. (Appio Claudio si trasferì nel 504 a Roma con 5 mila fra mogli figli servitori schiavi e clientes, entrando di forza e di diritto nel consesso della aristocrazia romana). E alla fine il re fu cacciato. La diarchia dei consoli riflette l’equilibrio fra latini e sabini. Degli etruschi rimasero la cultura (e l’apertura alla Grecia), l’arte, la tecnica. E un importante ruolo nell’establishment.

Nei secoli i creatori del mito di Roma ci hanno tramandato la leggenda di Enea, Romolo e Remo, i sette re e la repubblica. Su questa linea, la prevalenza latina fu ribadita dalla lingua dei nobili e degli scribi, ma non del popolo. Il latino, ricorda Philip Baldi, era solo uno de dialetti di origine indo europea che si parlavano nell’Italia centrale.

E nacque la repubblica

Il mito di Roma e del suo natale mise in ombra l’apporto dei sabini. Dai tempi della scuola li abbiamo considerati in fondo come dei rozzi montanari, il cui unico apporto a Roma fu un certo numero di donne per fare prole e scaldare il letto dei prodi pastori venuti da Albalonga.
Se però diamo un senso all’altra nozione appresa a scuola della discesa a Roma del clan della gente Claudia (vedi sopra) la musica cambia. Non erano cinquemila emigranti in cerca di un lavoro. Era una tribù che entrò a pieno titolo nelle alte sfere della aristocrazia romana. Al punto che Augusto, pur nipote e figlio adottivo di Giulio Cesare,  a sua volta discendente a Venere, sedusse, mise incinta (forse) e sposò in stato interessante Livia, che di quel gruppo nobiliare era parte. E i primi quattro imperatori dopo Augusto da quella gens discendevano.